giovedì, 10 maggio 2007

Risarcimento a oltre 4000 cittadini per evitare il procedimento penale

Ipred. E’ iniziata la schedatura di massa

Lo scorso 23 aprile, a proposito della normativa Ipred2, Paolo Landi, segretario generale di Adiconsum affermava «il cittadino deve avere la certezza che le intromissioni nella sua vita privata siano eseguite solo da forze dell'Ordine e dalla magistratura, le uniche che agiscono per il più alto bene collettivo e non rispondono a meri interessi di parte».

Oggi, migliaia di consumatori, inconsapevolmente controllati nel loro uso personale di internet, sono accusati di avere violato la legge senza essere avvisati, sono costretti a difendersi, a proprie spese, dall’accusa di condivisione di file illegale mosse da una società tedesca detentrice di diritti d’autore, devono scegliere se accettare la proposta dello studio legale Mahlknecht & Rottensteiner che chiede di risolvere “bonariamente” con una transazione di 400 euro e la promessa di non ripetere più l’illecito (pena altri 10 euro di penale), per evitare che la Peppermint "provvederà a sporgere denuncia/querela penale e a intraprendere le azioni civili...".

“Ecco lo sconvolgente risultato – prosegue Adiconsum - della pessima legge Urbani unitamente alla direttiva europea Ipred1 che Adiconsum ha sempre contestato. E’ inammissibile che un privato, in questo caso una società discografica, possa chiedere ad un provider tutti i dati relativi ai movimenti effettuati con il pc dai parte dei loro clienti senza che questi ne sappiano nulla, peraltro a seguito di una procedura di indagine non certificata da strutture dello Stato. Non esiste privacy e vengono meno i principi primari del diritto. E’ una vergogna che per colpire l’industria criminale della contraffazione ci rimetta, come al solito il consumatore finale che effettua lo scambio di file senza scopo di lucro”.

Adiconsum ha già chiesto l’immediato intervento del Governo, che nel suo programma elettorale aveva previsto l’abolizione della legge Urbani, per tutelare i cittadini colpiti; chiede l’intervento dell’Authority della privacy affinché intervenga nei confronti della società tedesca Peppermint vista la violazione della privacy, condotta peraltro da una società, la Logistep AG, con sede a Steinhausen, in Svizzera, nazione non contemplata dalla normativa Ipred. Chiede l’intervento dei giuristi italiani affinché intervengano in difesa del più elementare diritto, cioè quello di essere indagati solo se esiste la presunzione di reato rilevato dalla magistratura”.

Tutti i consumatori che hanno ricevuto la raccomandata da parte dello studio legale Mahlknecht & Rottensteiner che intendono opporsi alle richieste possono rivolgersi alle sedi di Adiconsum.

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categoria:informatica, censura, diritti negati
lunedì, 20 novembre 2006

La storia l'ho conosciuta per caso, è un libro edito da Mondadori nel 2002 ma "introvabile" in Italia, mentre è stato un buon successo all'estero. Chissà perchè?

Questa è la scheda che ho trovato su "30 giorni nella Chiesa e nel Mondo", mensile diretto da Giulio Andreotti.

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Il Papa, gli eretici e l’Inghilterra

Un romanzo storico che sale in vetta alle classifiche di vendita e una curiosa scoperta: l’alleanza tra Innocenzo XI e l’eretico Guglielmo d’Orange. Parlano gli autori

di Davide Malacaria

 

Innocenzo XI
      I mprimatur è un romanzo storico scritto a quattro mani. Autori due giornalisti italiani, Rita Monaldi e Francesco Sorti che vivono a Vienna e sono ambedue laureati in lettere. Atto Melani, il protagonista del libro, è stato l’argomento della tesi svolta da Sorti. Li abbiamo contattati, spinti dalla curiosità, dopo aver letto, in appendice al volume, le fonti storiche che rivelerebbero la segreta alleanza tra gli eretici Orange e il papato. Anche se non usuale, rispettiamo la volontà degli autori di parlare ad una sola voce.
       
      Come è nata l’idea di fare questo romanzo?
     
RITA MONALDI e FRANCESCO SORTI: L’idea è nata nell’ambito della nostra attività giornalistica, nel registrare i tanti torti di oggi di fronte ai quali si rimane impotenti… È stato un modo per tentare di riparare almeno ai torti del passato. Il nostro libro, infatti, è dedicato “ai vinti”, perché la storia la fanno i vincitori.
      Vi riferite alla storia di Innocenzo XI?
      MONALDI e SORTI: Veramente questo è venuto dopo, in corso d’opera. L’idea è nata rileggendo in chiave diversa le vicissitudini storiche di Nicolas Fouquet e di Atto Melani, personaggi che il nostro romanzo, con tutti i limiti del caso, vuol tentare di riabilitare. Nel caso del Melani poi, si trattava di far uscire dall’oblio un personaggio relegato a questa condizione dalla storiografia ufficiale.
      Veniamo ai documenti inediti su Innocenzo XI…
      MONALDI e SORTI: La causa di beatificazione di questo Papa inizia dopo la sua morte, poi si blocca per secoli, fino a quando, nel 1956, viene finalmente beatificato. A bloccare per lungo tempo questa causa sono state, tra l’altro, proprio le voci che vedevano in lui uno dei finanziatori, se non il principale finanziatore, del golpe che nel 1688 ha portato al potere gli Orange e ha consegnato agli eretici l’Inghilterra. Nelle nostre ricerche storiche abbiamo rintracciato documenti inediti che provano questo legame che si è sempre voluto negare. D’altronde è comprensibile: per la Chiesa riconoscere che un Papa aveva finanziato degli eretici contro i cattolici Stuart… Né d’altro canto questo legame poteva far piacere agli inglesi, che vedono in Guglielmo d’Orange una sorta di padre della patria.
      E quali sarebbero questi documenti originali?
      MONALDI e SORTI: Anzitutto i libri mastri della casa Odescalchi, la famiglia di Innocenzo XI, che svolgeva attività bancaria. In questi libri sono annotate tutte le transazioni finanziarie effettuate. Leggendoli con attenzione abbiamo notato che ingenti somme sono andate a finire, tramite vari intermediari, come i veneziani Cernezzi e Rezzonico, nelle casse degli Orange. Inoltre abbiamo rintracciato anche la documentazione cifrata che riguarda la vicenda del principato degli Orange. In estrema sintesi, alla morte di Innocenzo XI, quando ormai gli Orange sono padroni della lontana Inghilterra, questo principato chiede al papato di passare sotto la giurisdizione pontificia e ciò proprio per porre fine al pesante drenaggio fiscale che su quella popolazione si stava effettuando per ripianare i debiti contratti dagli Orange con il Papa precedente. Offerta che ovviamente il successore di Innocenzo XI, Alessandro VIII, respinge perché troppo imbarazzante. Tra l’altro siamo rimasti molto sorpresi nello scoprire che il principato degli Orange era a ridosso dei possedimenti pontifici di Avignone, anzi questi ultimi erano una specie di enclave al suo interno.
      Ma voi spiegate nel libro che il Papa aveva posto fine al suo lavoro di banchiere, lasciando l’attività al fratello Carlo. Quindi poteva non essere al corrente di questi presunti prestiti.
      MONALDI e SORTI: Nel suo testamento Innocenzo XI annota che l’attività è sempre rimasta indivisa con il fratello, è un bene comune.
      Nel romanzo avete riportato che l’ipotesi di questi prestiti circolava già all’indomani della morte del Papa, eppure il processo di beatificazione è andato avanti. Insomma la circostanza è stata smentita.
      MONALDI e SORTI: Questa tesi è stata molto dibattuta nei secoli e ha trovato smentite. Chi ha modo di leggere le pagine in appendice al nostro libro capirà che tali smentite non sono poi così convincenti. In ogni caso i documenti che abbiamo trovato non sono mai stati esaminati nel corso del processo di beatificazione.
      Avete sottoposto la vostra scoperta a degli storici?
     
MONALDI e SORTI: Sì, ma ancora non abbiamo avuto risposte. Comunque teniamo a dire che il nostro libro è e resta un romanzo. Se avessimo voluto scrivere di storia avremmo scritto un saggio. Nel nostro lavoro ci siamo imbattuti in questa documentazione: agli storici il compito di fare chiarezza. Teniamo a specificare anche che Imprimatur non vuole assolutamente avere una valenza anticlericale o anticattolica. Riteniamo che la Chiesa sa fare i conti con il suo passato: se ciò che abbiamo trovato corrisponde al vero, non resterà nascosto.
Il principe polacco Jan Sobieski libera Vienna assediata dai turchi, dipinto conservato in Vaticano
       
       
       
      BOX
      Tutto ebbe inizio
      quell’11 settembre 1683...
       
     
La peste, la guerra e gli strani intrighi di un Papa, che per tutti è un santo, ma è tanto accecato dall’odio verso la Francia che, pur di contrastarla, stringe accordi con gli eretici di tutte le risme. Imprimatur di Rita Monaldi e Francesco Sorti è un romanzo storico che, dopo il successo conseguito in tutta Europa, sta ora puntando al vertice delle classifiche di vendita italiane.
      Tutto ha inizio l’11 settembre 1683, vigilia della decisiva battaglia di Vienna, assediata dalle armate dei turchi, quando scoppia un presunto focolaio di peste all’osteria del Donzello a Roma. Scatta la quarantena per gli ospiti del locale. Tra questi c’è l’eunuco Atto Melani – abate e cantore, ma soprattutto spia per conto del re cristianissimo di Francia – inviato a Roma sulle tracce dell’ex sovrintendente di Francia, Nicolas Fouquet, creduto morto nel carcere di Pinerolo (dove era stato rinchiuso dallo stesso re, su ispirazione del successore di Fouquet, Jean Baptiste Colbert), invece vivo e vegeto in Italia. Fouquet aveva segretamente barattato la sua libertà in cambio del secretum morbi, ovvero il segreto per diffondere la peste, che il re francese vuole utilizzare a scopi militari, ma aveva tenuto per sé un altro segreto, quello della guarigione dalla stessa, rivelato agli avversari del re di Francia. Sulle tracce di questo mistero, Melani, che si avvale dell’aiuto del garzone della locanda, si imbatterà in altri misteri muovendosi tra le stanze della locanda, ma soprattutto attraverso i cunicoli sotterranei che, da sotto la locanda, attraversano Roma. È attraverso le loro investigazioni segrete che i due verranno a conoscenza di un tentativo di assassinare il Papa, vecchio e malato, ad opera di un personaggio che vuole vendicare con ciò la sparizione della sua serva, rapita da un commerciante di schiavi con il tacito consenso del Papa, e soprattutto vuole scatenare la catastrofe: morto il Papa i turchi devasteranno l’Europa, catarsi per la cristianità ormai ricolma di peccati.
      Suggestivo lo sfondo storico in cui si colloca il romanzo, sia per le descrizioni della Roma del Seicento, dei suoi usi e costumi, sia per i segreti intrecci storico-politici che, pur se improbabili, suscitano curiosità. Scenari che vedono la Francia segretamente alleata con i turchi per rompere l’accerchiamento soffocante in cui è stata messa dall’imperatore e dal Papa, quest’ultimo impegnato allo stremo, anche finanziariamente, nella difesa della cristianità occidentale minacciata a Vienna, pronto ad appoggiare tutte le forze che possono mettere in difficoltà l’odiato re di Francia, eretici compresi, siano essi i giansenisti, sia Guglielmo d’Orange, protagonista della “gloriosa rivoluzione” del 1688 che lo porta sul trono inglese al posto dei cattolici Stuart. Proprio la presunta “rivelazione” della segreta alleanza tra il Papa e gli Orange rappresenta la sorpresa del libro: in appendice gli autori citano ampiamente documenti inediti, provenienti da vari archivi, che proverebbero questa strana alleanza.
      Agli storici il compito di verificare la fondatezza e la portata dei documenti rivelati dagli autori di Imprimatur.

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mercoledì, 03 maggio 2006


Freedom House ha pubblicato oggi il rapporto sulla libertà di stampa nel mondo. E l’Italia è ancora maglia nera: al 79esimo posto, pari merito con il Botswana.
Gli altri paesi europei sono nella parte alta della classifica, quella relativa alla informazione classificata come "libera".
L’Italia è invece nella seconda parte, quella della informazione «parzialmente libera».
Prime in classifica Finlandia e Islanda, Danimarca, Norvegia e Svezia. Gli Usa sono 17esimi come la Germania; Gran Bretagna 31esima, Francia e Spagna 41esime.
Russia e Cina, al 158esimo e 178esimo posto, sono fra i Paesi dove la stampa non è libera, seguiti da Birmania, Cuba, Libia, Turkmenistan e Corea del Nord.
L'Italia è fra i Paesi "parzialmente liberi" perché «la libertà dei media è limitata dal presidente del Consiglio Berlusconi, che, grazie alle sue aziende e al potere politico sulle reti pubbliche, controlla il 90% delle tv».



(L'immagine l'ho trovata in rete, sul sito www.ftlcomm.com, con una intervista a Roberto benigni del 2002: clicca qui se vuoi leggerla)
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lunedì, 27 febbraio 2006
I fischi che ieri sera hanno risuonato in Mondovisione (Italia esclusa...) all'indirizzo del Giovane Premier hanno coinciso col ritrovamento di questo vecchio ritaglio da "L'Espresso", mai smentito (anzi, avvalorato da documenti ed atti processuali vari):

COSI' HA FATTO I SOLDI BERLUSCONI
Esclusivo: un rapporto dei tecnici della Banca d'italia

Nel numero dell'Espresso del 3 agosto scorso è stato pubblicato un servizio molto importante su come il Berlusconi ha fatto i soldi, con tanto di titolone in copertina; l'articolo - che poteva anche intitolarsi "Da dove sono arrivati i soldi di Berlusconi?" - riporta l'esito di una perizia sui bilanci della FININVEST effettuata, su incarico della magistratura, dagli esperti della Banca d'Italia.

In sintesi la perizia ha evidenziato che:
- negli anni dal 1977 al 1985 sono entrati nelle casse della FININVEST almeno 200 miliardi in contanti e a volte con assegni circolari, transitati sui conti delle 22 Holding seguendo giri talmente tortuosi che per ben 114 miliardi (502 di oggi) i tecnici non sono riusciti a ricostruire la provenienza (ndr. il capitale sociale della FININVEST Spa, pari a 400 miliardi di lire, era ed è posseduto dalle 22 Holding - da Italiana prima a Italiana 22; il capitale di queste è posseduto per metà direttamente da Berlusconi e per l'altra metà da una società fiduciaria (di copertura) della B.N.L., la Servizio Italia Spa, anche se pare che anche in questo secondo caso i capitali siano sempre di Berlusconi);
- in particolare il 6 aprile 1977 la FININVEST aumenta il capitale di 8 miliardi (44 odierni), che passa da 2,5 a 10,5 miliardi, con versamenti in contanti;
- il 2 dicembre 1977 arrivano nelle casse della FININVEST altri 16,4 miliardi (90,8 di oggi) come "finanziamento soci", non si sa se in contanti o con assegni causa documentazione bancaria mancante;
- il 7 dicembre 1978 affluiscono sul conto del Cavaliere presso la filiale di Segrate della Popolare di Abbiategrasso altri 17,98 miliardi (88 di oggi), tramite otto giroconti che coinvolgono varie società di comodo. I periti non riescono a trovare il "primo girante" e "l'ultimo beneficiario" anche perché la documentazione bancaria era registrata su microfilm che risultano bruciati;
- il 19 ottobre 1979 Berlusconi costituisce la PALINA Srl, società fantasma che vivrà solo sette mesi. Il 14 dicembre 1979 la PALINA fa girare sul suo conto corrente acceso presso la sede milanese della Popolare di Abbiategrasso, ben 27,68 miliardi (117 di oggi), che vengono poi bonificati alla SAF, che a sua volta li gira alle Holding italiane, le quali accreditano l'intera somma sui conti FININVEST, la quale la storna alla Milano 3 Srl (altra società del gruppo). Quest'ultima restituisce il tutto alla Palina.
- tra il 24 ed il 31 dicembre 1979 la Fininvest riceve altri 25 miliardi dalle Holding;
- tra marzo 1981 e maggio 1984, le varie Holding ricevono oltre 12 miliardi, tutti rigorosamente di provenienza ignota.

L'articolo continua precisando, tra l'altro, che "Nessuno sospetterebbe che Nicla Crocitto, una casalinga di 65 anni residente a Milano 2, sia la donna che nel 1978 fondò le 22 Holding che controllano la FININVEST. Era lei a detenere il 90% delle quote, mentre il restante 10% era intestato al marito: Armando Minna, consulente di Silvio Berlusconi, deceduto nel 1982 in un incidente automobilistico, sindaco della Banca Rasini dove lavorava il padre di Berlusconi, Luigi".
Situazione analoga risulta per il forziere del gruppo: la PALINA Srl, il cui "amministratore unico era Enrico Porrà, un invalido di 75 anni appena colpito da ictus quando i consulenti del Cavaliere lo accompagnarono a firmare le carte".

L'articolo fornisce un quadro molto chiaro e significativo del comportamento, tutt'altro che trasparente (per usare un eufemismo) che Berlusconi, Capo del Governo del nostro Paese, ha sempre tenuto.

SOCIETA' EXTRA BILANCIO DEL GRUPPO FININVEST UBICATE IN PARADISI FINANZIARI (Notizie tratte dagli atti del processo ALL IBERIAN).

La FININVEST S.p.A., perlomeno a partire dal 1990 in poi, ha sempre omesso di dichiarare nel bilancio di esercizio, come invece avrebbe dovuto in base alle norme civilistiche, l'esistenza di molte società e conti bancari OFF-SHORE. Tra queste rientra la nota "tesoreria riservata" facente capo alla società ALL IBERIAN (e poi alla CATWELL, successivamente denominata GERMAN Dev. Ltd.), utilizzata per realizzare operazioni "riservate ed illecite".

Società coinvolte:

- ALL IBERIAN LTD.
- MARCHE
- CRESENT
- ANTARES INV. LTD.
- NEW MANHATTAN
- STANHOPE
- THYME TRADING LTD.

Il capitale sociale di queste prime sette società - costituite contemporaneamente nel 1989 su richiesta dei funzionari FININVEST Vanoni e Camaggi alla CMM di Londra, società di gestione di imprese off-shore di proprietà dello studio londinese CARNELUTTI-MILLS - apparteneva interamente (al 100%) alla FININVEST (versamento di 270.000 $ del 26.2.90 dal conto FERRIDO, poi suddiviso in base ai relativi capitali sociali e girato sui conti SBS di Lugano delle varie società). La FININVEST S.p.A., quindi, avendo il diritto di voto (possesso delle azioni al portatore) e la gestione diretta, avrebbe dovuto inserire (consolidare) tali società in bilancio.
Il Conto FERRIDO nr.224373 presso il credito Svizzero di Chiasso è stato aperto in data 15.04.1987 da Giuseppe SCABINI, "responsabile della cassa centrale" della FININVEST S.p.A. dal 1979. Si tratta pertanto di un conto non registrato dalla FININVEST (come per i conti POLIFEMO ed AMPIO).
Nel costituire le predette società VANONI chiese la "massima segretezza" allo studio MILLS, che infatti raggruppò i certificati azionari di tali società, che complessivamente erano almeno trenta, sotto la dizione Fininvest Group B - very discreet.


Tutte le operazioni riguardanti dette società venivano autorizzate con visto apposto dai funzionari di vertice della FININVEST S.p.A. (Alfredo MESSINA, all'epoca Direttore Generale, Raffaele ZENONI, dirigente della Direzione Finanziaria, e Giorgio VANONI, responsabile del Settore Estero).
I riscontri documentali e le testimonianze acquisite hanno dimostrato che la FININVEST S.p.A., tramite i suoi dirigenti di vertice, ha sempre esercitato un controllo operativo diretto sulle società ALL IBERIAN, CATWELL e sulle altre del Gruppo B.
Anche Silvio Berlusconi, Presidente della FININVEST S.p.A. e dominus del Gruppo, ha trattato nel 1993 con la Arthur Andersen le problematiche relative alla certificazione del bilancio 1992; è stato titolare del mandato 500 con il quale ha alimentato il conto SBS della ALL IBERIAN conferendo procura a SCABINI; ha trattato direttamente con MALGARA il finanziamento Norbury.

Altre società del Gruppo B:

- CATWELL (poi denominata GERMAN DEV. LTD.)
- MARBLE
- CEDAR VALE
- NORBURY
- SOLIDAL
- PRINCIPAL FINANCE LTD.
- BRIDGESTONE
- ELECTRO APPLIANCES
- HORIZON
- PROMAR (B.V.I.)
- QUEENSTOWN (B.V.I.)
- CENTURY ONE ENTARTAINEMENT
- UNIVERSAL ONE LTD.
- HUNTER LTD.
- HENWOOD
- NANTOC
- SOPAC
- TAURUS
- NATOMA
- VISMAR DEVELOPMENT
- BLANTYRE
- TIMOR
- ACCENT
- SILVERVALLEY
- NORD
- SOUTH
- EAST
- OVEST
- ARNER
- NODIT
- GOLD COMPANY LTD.
- AMT LTD.
- LAINDEN
- SEVILLE
- PNW
- S.I.I.L. LTD.
- PRINCIPAL TELEVISION LTD
- LIBRA COMMUNICATION


Le società Off Shore della FININVEST (Gruppo B) sono in realtà delle scatole vuote (prive di personale e spesso anche dalla sede inesistente) gestite direttamente dai dirigenti nazionali del G.F. tramite studi legali esteri di consulenza (inglesi, lussemburghesi, svizzeri, ecc.). La reale funzione di tali società consiste nella creazione dei "fondi neri" mediante operazioni estero-vestite oppure infra-gruppo che sono in tutto o in parte inesistenti (sovrafatturazioni di diritti televisivi, retrocessione in nero di finanziamenti alle società nazionali del Gruppo, ecc.). La creazione di questi fondi, oltre a rendere falsi ed inattendibili i bilanci delle singole società nazionali del Gruppo che operano come controparte (con conseguenti riflessi anche di evasione fiscale) e quindi anche i bilanci consolidati del G.F., consente di gestire una massa enorme di denaro (si tratta di centinaia di miliardi di lire) per finalità illecite e non dichiarabili, quali il finanziamento all'ex P.S.I. e la "disinvolta" gestione dei fondi del conto Mercier intestato a Cesare Previti.
Un altro significativo impiego dei "fondi neri" consiste nel finanziare occultamente la scalata di importanti società nazionali o estere. Nel settore televisivo si aggirano in questo modo le normative dei vari Paesi, alquanto restrittive, sulle quote azionarie, come è emerso per le vicende Telepiù e Telecinco.

E', comunque, assai significativo che la nota società di revisione contabile "Arthur Andersen", incaricata dalla Fininvest di certificare il bilancio di esercizio e quello consolidato del Gruppo relativi al 31.12.1992, abbia dichiarato in un documento scritto (memorandum) che tali bilanci non erano certificabili, a causa di rapporti non chiari intercorsi con le società estere del Gruppo e in particolare con quelle "Off Shore". Tale problematica si poneva, in particolare con riferimento ai singoli bilanci di esercizio della "Fininvest Spa" e della "Silvio Berlusconi Finanziaria s.a." (società copogruppo, rispettivamente, a livello nazionale ed estero), in quanto nel bilancio consolidato le transazioni infragruppo si elidono.

Le principali metodologie seguite dalle società Off Shore del G.F. per la creazione di fondi neri e/o l'occultamento di utili sono:
- iscrizione di costi non documentati o gonfiati, tra cui i diritti televisivi
- valori di iscrizione in bilancio non congrui
- copertura di perdite mediante sovrastima di poste di bilancio
- omessa fatturazione (totale o parziale) di ricavi
- retrodatazione di operazioni finanziarie per attenuare le perdite sui cambi
- pagamento di consulenze fittizie (sistema molto usato dalla Principal Finance e dalla SIIL)

E' evidente che i fondi neri una volta creati vanno opportunamente occultati in depositi bancari inaccessibili. Infatti le società estere del GRUPPO FININVEST, in particolare quelle extra bilancio, hanno acceso uno o più depositi bancari "riservati", localizzati nei paradisi fiscali ove ha sede la società, o, meglio, presso lo studio di consulenza estero che segue le vicende societarie. E' chiaro che tutte le disponibilità delle società Off Shore sono fuori bilancio e quindi occultate nel bilancio FININVEST.

Depositi bancari Off Shore:

- PENNINE
- FORESTI
- BRADFORD
- SOPHIA (finanziamento occulto a Telepiù per 50 MLD di lire)

Trattasi di conti riservati della "All Iberian" con movimenti complessivi accertati per circa 200 MLD di lire. I conti PENNINE, FORESTI, e BRADFORD sono stati finanziati per quasi 140 miliardi di lire dalla ALL IBERIAN (sorta di "ufficio affari riservati" del Gruppo), la quale a sua volta era finanziata direttamente dalla SILVIO BERLUSCONI FINANZIARIA S.A.. In sostanza, la FININVEST finanziava ALL IBERIAN per finanziare operazioni occulte, decise, gestite e finanziate dai principali esponenti della FININVEST Spa.

ALTRI CONTI:

- ALL IBERIAN (c/o SBS di Lugano)
- BERTA
- LIVOLSI
- CEFALIELLO
- FERRIDO (nr.224373 c/o Credito Svizzero di Chiasso della All Iberian)
- POLIFEMO (della All Iberian c/o SBS di Lugano)
- AMPIO (c/o SBS di Lugano, aperto nel 1991 da Giuseppe Scabini e gestito da Livio Gironi. Conto di transito delle somme ricevute dalla All Iberian e dalla Fininvest)
- MERCIER (della All Iberian c/o Darier Hentsch di Ginevra, gestito da Cesare Previti)
- CONSTELLATION FINANCIARE (c/o SBS di Chiasso, utilizzato per il finanziamento illecito all'ex P.S.I.)
- NORTHEN HOLDING (c/o Clariden Bank di Ginevra, utilizzato per il finanziamento illecito all'ex P.S.I.)

Questi ultimi due conti sono stati alimentati, nel 1991, dalla All Iberian per complessivi 20 MLD di lire, girati poi a Giorgio Tradati, amico personale dell'On. Craxi. La rimessa di 10 MLD sul conto NORTHEN HOLDING fu diposta da Livio GIRONI e Giorgio VANONI che, all'epoca, erano rispettivamente Direttore Generale e responsabile del Settore Estero della FININVEST Spa.
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mercoledì, 30 novembre 2005
di Gianni Barbacetto
[da diario n°17/2004]


Il presidente della Sicilia Cuffaro. Il boss Guttadauro. Politici e mafiosi sono indagati, insieme, nell’inchiesta di cui nessuno parla.

C’è, nel Paese chiamato Italia, un’incredibile vicenda di politica e di mafia che molti conoscono, ma di cui nessuno parla. Una storia i cui singoli elementi sono noti, ma il risultato finale è invisibile. Una vicenda inesistente. La tv non ne parla. I giornali raccontano, in breve, di tanto in tanto, qualche passaggio, ma la trama complessiva resta sconosciuta.
E allora bisogna raccontarla, questa storia. Accade in Sicilia, nei palazzi del potere, della politica, dell’imprenditoria. E ha per protagonisti il politico più amato e votato dell’isola, Totò Cuffaro da Raffadali, e l’imprenditore più ricco e influente di Sicilia, Michele Aiello da Bagheria. Comprimari, in questa storia dove un ruolo centrale è giocato da Cosa nostra, non sono picciotti, pecorari, killer, ma stimati medici, irreprensibili professionisti: borghesia mafiosa, mai come oggi visibile nella trama sociale e criminale della Sicilia.
Questa, è chiaro, è una storia siciliana. Ma pone, come vedremo, un grosso problema anche alla politica nazionale: perché Totò Cuffaro, presidente della Regione e numero uno dell’Udc nell’isola, è l’azionista di maggioranza del partito di Casini, Follini e Buttiglione, che senza i voti raccolti in Sicilia da Cuffaro non potrebbero, a Roma, stare seduti dove sono. D’altra parte, qui è in corso una competizione durissima, come vedremo, tra Udc e Forza Italia, in lotta tra loro per conquistare il centro – in tutti i sensi – della scena politica.
Ma procediamo con ordine: questa storia, come tutte le storie siciliane, è complicata, dunque per non perdersi è necessario innanzitutto conoscerne personaggi e interpreti. Cuffaro e Aiello, protagonisti assoluti, li abbiamo già introdotti sulla scena. Il primo è un medico radiologo diventato politico straripante e infine presidente della Regione, dopo aver dimostrato sul campo di essere una macchina acchiappavoti, abilissimo a costruire consenso, tanto da aver saputo creare dal nulla, appunto, l’Udc, che qui è forte come in nessun’altra parte d’Italia (ha un quarto delle tessere e otto deputati su quaranta nazionali).
Al Nord è arrivata solo la leggenda di Totò Vasa-Vasa (Bacia-Bacia), per via dell’incredibile numero di mani che riesce a stringere e di baci che riesce a regalare nei suoi viaggi in giro per la Sicilia. Meno noto è un altro dei suoi soprannomi, «cioccolatino» (così veniva chiamato in vecchie intercettazioni telefoniche). E ancor meno conosciuta è la leggendaria dote delle sue agende, in cui sono memorizzati migliaia di nomi, e la sua mostruosa capacità di conoscere persone, incontrare gente, ricordare volti e nomi: per tutti ha la parola giusta, per ciascuno il saluto personalizzato, il ricordo preciso, la promessa da mantenere. Migliaia di richieste, grandi o minute, gli arrivano, personalmente o attraverso la sua segreteria. A tutte risponde, esaudendo le preghiere e dispensando miracoli.
Puffaro il kamikaze. L’ultimo miracolo l’ha fatto al Vinitaly di Verona, poche settimane fa: ha presentato due vini, «Euno» e «Pluzia». Il primo è un nero d’Avola, il secondo un blend di grillo e chardonnay. Per la cronaca, Euno è un siciliano che nel secondo secolo avanti Cristo difese gli schiavi, per questo finì processato, ma fu infine dagli schiavi stessi proclamato re.
Il pubblico della tv lo vide per la prima volta nel 1993, durante una tesissima puntata di Samarcanda in cui Michele Santoro aveva voluto raccontare, in diretta da un teatro palermitano, le vicende di Calogero Mannino, boss democristiano accusato di essere sceso a patti con Cosa nostra. D’improvviso, irruppe sulla scena un ometto rotondo che, contro tutto e tutti, difese strillando il leader democristiano. Quell’ometto era Totò Cuffaro, allora sconosciuto collaboratore di Mannino. Dopo quell’azione kamikaze, l’ometto fu irriso e per lungo tempo chiamato Puffaro. Ma è stato sufficiente aspettare qualche anno e la ruota della storia lo ha riportato alla ribalta. E in posizione di primo piano, questa volta: era lui, ormai, il leader dell’eterna Dc targata Udc.
Sempre al governo: Totò Vasa-Vasa, diventato assessore regionale all’Agricoltura, era come la Terra nel sistema tolemaico, le maggioranze cambiavano, al centrodestra seguiva il centrosinistra e poi ancora il centrodestra, ma lui era sempre al suo posto, eterno assessore con ogni maggioranza. Fino al 2001, quando il voto popolare con un milione e mezzo di suffragi lo incorona «governatore» della Sicilia.
Cuffaro continua a controllare l’azienda di famiglia, una delle più grandi imprese siciliane di autolinee. Con ciò dà origine, in verità, a un piccolo conflitto d’interessi: con una mano elargisce, come presidente della Regione, finanziamenti pubblici ai trasportatori privati (una lobby potente che intasca denaro pubblico per 300 miliardi di lire l’anno); con l’altra incassa quei finanziamenti e li mette nella sua tasca d’imprenditore. Ma chi sta a guardare un conflitto d’interessi per qualche rete d’autobus, nell’Italia delle reti televisive?
Totò, comunque, è soprattutto medico. Questo gli è stato utilissimo anche in politica: quante persone, da medico, ha incontrato, assistito, consolato, indirizzato, aiutato... Per tutti una ricetta, un consiglio, una raccomandazione. Quanti amici si è fatto, Totò, grazie al camice bianco, quanti voti si è conquistato. Ma il settore della sanità si presta a interventi anche più remunerativi. Un vecchio amico di partito, Salvatore Lanzalaco, con lui nella segreteria politica dell’onorevole Mannino, ha raccontato che già dalla fine degli anni Ottanta il giovane Cuffaro era, per conto di Mannino, il grande manovratore dei concorsi ospedalieri, lo specialista nella distribuzione di incarichi a medici e primari e di posti di lavoro in ospedali e Asl. Era lui – sempre secondo Lanzalaco – che determinava i membri delle commissioni di concorso, riuscendo così a «sistemare» da 2.000 a 2.500 tra medici e paramedici.
Lui nega, smussa, minimizza. Ammette, è vero, di aver ricevuto almeno 200 medici, nel 2001, accorsi a farsi segnalare per un concorso con in palio sei posti di assistente medico. Ma giura di avere sempre ascoltato tutti, senza aver mai fatto niente per nessuno (e come mai allora in tanti continuavano ad andare da lui?).
Aiello ne ha fatte di strade. Ha a che fare con la sanità anche il secondo protagonista di questa storia, Michele Aiello. Re delle cliniche siciliane, scrivono i giornali, proprietario di strutture mediche d’eccellenza, nel 2000 risulta essere il maggior contribuente della Sicilia: vuol dire che, se non è effettivamente il più ricco, è almeno quello che nell’isola deve dichiarare il reddito più alto (2.899.446 euro quattro anni fa), visto che le sue entrate in gran parte provengono dai finanziamenti pubblici, della Regione, per la sanità.
Aiello ha però una lunga storia alle spalle. Ingegnere, oggi è titolare di un gran numero di società che si occupano di movimento terra, edilizia, servizi, forniture di materiali per ufficio, oltre che di sanità, oggi il suo core business. Ma ha cominciato, a metà degli anni Ottanta, costruendo strade interpoderali. In questo campo la sua Straedil srl diventa rapidamente quasi monopolistica. Dieci anni dopo si butta nel business della salute. Nel 1996 rileva la Diagnostica per immagini srl, che poi diventa la Villa Santa Teresa di Bagheria. L’espansione è rapida: dalla diagnosi clinica alla terapia, dalla degenza alla riabilitazione.
Per un giorno è socio anche di Cuffaro, o meglio di sua moglie, Giacoma Chiarelli, che aveva una quota del Laboratorio Diagnostica Ormonale. Il 29 luglio 1997, infatti, Aiello entra nella società e sottoscrive l’aumento di capitale. I vecchi soci, tra cui Giacoma Vasa-Vasa, non seguono l’esempio e se ne vanno. Il Laboratorio diventa così di Aiello.
I guai per l’impresario di strade diventato re della sanità arrivano nel 2003. Di un certo Aiello in rapporti con Cosa nostra si era già sentito parlare a metà degli anni Novanta. Su un «pizzino», un biglietto proveniente da Provenzano e caduto nelle mani degli sbirri nel 1994, era scritto: «Ditta Aiello: deve fare lavoro strada interpoderale a Bubudello. Lago di Pergusa Enna. Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio Catena Piazza Armerina». Ma è Nino Giuffré, l’ultimo dei «pentiti», a far chiudere il cerchio: l’Aiello vicino a Bernardo Provenzano, con il suo assenso costruttore di strade prima e re della sanità poi, è proprio l’ingegnere di Bagheria. Arrestato il 5 novembre 2003, con l’accusa di essere un imprenditore a disposizione di Cosa nostra.
Il tariffario segreto. Destino comune, quello di Aiello e quello di Cuffaro: sono due uomini di successo del settore sanitario. Potevano non incontrarsi? Si conoscono, si parlano, si consultano, si vedono. Ma dalla primavera 2003, quando decollano le indagini su di loro, smettono di comunicare. Evidentemente sanno dell’inchiesta. Hanno un incontro diretto, ma con accorgimenti tali che sembra uscito da un film di spie. Avviene alle 18 del 31 ottobre 2003, cinque giorni prima dell’arresto di Aiello. Niente contatti diretti tra i due. Nessuna telefonata. Intermediari per fissare l’appuntamento. Luogo scelto: una boutique di Bagheria, Bertini Uomo. Cuffaro, per non avere testimoni, addirittura semina la scorta. E infine, eccolo di fronte ad Aiello. Di che cosa parlano? L’ingegnere, dopo l’arresto, lo confessa: «Quel giorno parlammo del tariffario regionale della sanità che a me interessava per i rimborsi delle prestazioni delle mie strutture, ma discutemmo anche delle indagini in corso».
Sì, perché entrambi sanno che i carabinieri sono sulle loro tracce: hanno notizie di prima mano e una squadretta di spioni che li tiene ben informati. Cuffaro, nel suo interrogatorio del 9 febbraio 2004, non può non ammettere l’incontro, ma cerca di limitare i danni: «Non abbiamo parlato di indagini, ma solo del tariffario». Quella del tariffario della sanità è una bella grana, in Sicilia. Mettete due cordate imprenditoriali in competizione tra loro: Aiello da una parte, Guido Filosto dall’altra. Mettete, alle loro spalle, due diversi sostegni politici: l’Udc di Cuffaro dietro Aiello, Forza Italia e l’assessore Ettore Cittadini dietro Filosto. Mettete che, comunque, è la Regione che paga sempre. Otterrete uno scontro epico, in cui diventa determinante il tariffario dei rimborsi regionali: se si pagano meglio gli interventi sofisticati, incassano di più le strutture d’eccellenza di Aiello; se si privilegiano le prestazioni medie, cresce il guadagno di Filosto. In casa di Aiello è stata sequestrata una bozza del tariffario regionale, ancora segreto, con sottolineate in blu le parti più «delicate». Ma mentre lo scontro era ancora in corso, sono arrivati i carabinieri.
Ora la contesa continua sul piano politico: Forza Italia ha fatto il pieno di voti in Sicilia, ma l’Udc di Cuffaro continua a erodere consensi, e proprio nel bacino da cui attinge anche Forza Italia. La vocazione dell’Udc, in fondo, è quella di rendere inutile il partito di Berlusconi, di sostituirsi a Forza Italia, di conquistarne gli interlocutori (di ogni tipo), di riconquistare infine il ruolo che fu della Dc. Come finirà? A chi gioveranno le indagini in corso? Lo sapremo il 13 giugno.
La squadretta di spioni. Per difendersi da eventuali indagini, Aiello aveva a disposizione una squadretta di spioni che lo informavano in tempo reale sulle inchieste, sulle intercettazioni, sulle microspie. Ne facevano parte il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, l’ex carabiniere passato alla politica (nell’Udc, naturalmente) Antonio Borzacchelli. Aiello per mesi non parla mai ai telefoni della sua clinica di Bagheria (sa che sono intercettati). A chi lo chiama fa dire che non c’è. Poi, appena viene sospeso il servizio d’intercettazione, si attacca al telefono e parla, parla, parla. Che qualcosa non quadri appare chiaro anche al tenente colonnello dei carabinieri che sta conducendo le indagini, Giammarco Sottili, che poi, con vezzo classico, titolerà il suo rapporto «Timeo Danaos»: «Temo i Greci, anche quando portano doni», scriveva Virgilio. Il dono in questione era un grande cavallo di legno; e cavalli di Troia erano le talpe che scavavano tra investigatori e magistrati del palazzo di giustizia di Palermo per poi riferire ad Aiello. Avevano organizzato una rete telefonica parallela e segreta, per evitare le intercettazioni. Ma Sottili la scopre e scopre così il gioco delle talpe. Ciuro e Riolo vengono arrestati insieme ad Aiello.
Le notizie più delicate, però, arrivano al re delle cliniche da una fonte diversa, più informata: una supertalpa. Chi è? Secondo i magistrati è Totò Cuffaro in persona. È lui ad avvertire Aiello e i suoi coimputati degli snodi più delicati, dei passaggi più critici dell’indagine: «Cuffaro mi disse», «L’ho saputo da Totò», ripetono i protagonisti di questa storia. E le fonti del «governatore» non sono le talpine palermitane, ma semmai una qualche talpona romana. Finora senza volto.
Borghesia mafiosa. I guai di Cuffaro precedono quelli di Aiello. Cominciano nel 2001, quando due magistrati di Palermo determinati e intelligenti, Nino Di Matteo e Gaetano Paci, mettono sotto indagine un gruppo di professionisti palermitani. La loro attenzione è catturata dapprima da un medico quarantenne: Mimmo Miceli, ex assessore alla Sanità a Palermo, uomo di fiducia di Cuffaro, da questi posto al vertice della Multiservizi, la società che svolge le manutenzioni per il Comune di Palermo ed è uno dei serbatoi di consenso dell’Udc.
Miceli, secondo i magistrati, era in stretti rapporti con Giuseppe Guttadauro detto Peppino, ex primario dell’ospedale civico di Palermo. Oggi Guttadauro, come medico, è in pensione, ma resta in attività – sempre secondo i magistrati – come mafioso: boss di Brancaccio, già condannato in passato per la sua affiliazione a Cosa nostra, è lo sponsor di Miceli alle elezioni regionali del 2001. Miceli non riesce a essere eletto, ma diventa il braccio operativo di Guttadauro dentro l’amministrazione comunale e la politica. «Berlusconi, se vuole risolvere i suoi problemi, ci deve risolvere pure quelli nostri», dice Guttadauro, intercettato dai carabinieri.
Nel mirino di Di Matteo e Paci entra anche un mafioso di Altofonte residente a Milano e a Milano in contatto con Marcello Dell’Utri: Salvatore Aragona, anch’egli medico, grande amico di Guttadauro, già condannato a nove anni per favoreggiamento di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando contro Giovanni Falcone.
Borghesia mafiosa, gente colta, rispettati professionisti. Ben inseriti in quell’area grigia che collega Cosa nostra con la società, gli affari, la politica. Guttadauro, Aragona e Miceli vengono arrestati il 26 giugno 2003. Hanno tutti una cosa in comune: stretti rapporti con Totò Cuffaro. E Miceli, il pupillo di Guttadauro, che lo aveva sostenuto in campagna elettorale, era il tramite tra i mafiosi e Vasa-Vasa. Scatta così il primo avviso di garanzia inviato al presidente della Regione: per concorso esterno in associazione mafiosa. Totò era stato eletto «governatore» da meno di tre settimane e già andava a incontrare all’hotel Excelsior di Palermo, il 30 luglio 2001, Miceli e il cognato di Peppino Guttadauro, Vincenzo Greco, anch’egli medico, già condannato nel 1996 per avere curato il killer di padre Pino Puglisi. Peccato che le telecamere dei carabinieri abbiano ripreso tutto. Le microspie, poi, registrano Peppino che spiega alla moglie Gisella: «Ogni volta che ci andiamo ci devono mettere il tappeto, devono stare affacciati al finestrone e dire: stanno venendo. Perché quando tu fai a uno una campagna elettorale, e gliela fai per davvero, non è che poi si babbulia». Non si scherza con il boss che ti ha fatto eleggere.
Dopo aver individuato i rapporti tra Totò, Mimmo e Peppino, i magistrati si dedicano alle indagini su Aiello, sul suo collaboratore Aldo Carcione, sulle talpine e sulle talpone. Altri uomini dell’Udc finiscono sotto inchiesta: accanto a Miceli e Borzacchelli, capita al deputato nazionale Francesco Saverio Romano, uomo di collegamento tra Cuffaro e Roma; all’ex consigliere provinciale Antonino Cosimo D’Amico, candidato di Provenzano alle regionali del 2001 («I picciotti di Bagheria hanno u piaciri di portare questo signore», aveva detto Binnu a Giuffré, consegnandogli i «santini» elettorali da diffondere); a Bartolo Pellegrino, assessore di Cuffaro, che a pranzo con un boss malediva – intercettato – gli «sbirri e infami»; e a Nenè Lo Giudice, detto Mangialasagne, assessore regionale che aveva fatto la campagna elettorale con la musica del Padrino e diceva: «Io sono amico di quelli giusti, i mafiosi con le palle».
Problema udc. Ma gli occhi sono puntati su di lui, su Totò. Nessuno oggi ricorda più la vecchia inchiesta per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio aperta dalla procura di Agrigento su Cuffaro in quanto socio della H&C and Sons, proprietaria dell’albergo di Capo Rossello a Realmonte. Poca attenzione hanno avuto anche le rivelazioni di Gioacchino Genchi, superconsulente della procura di Palermo, che nel corso di un processo ha raccontato che il funzionario regionale Natale Tubiolo, escluso dal gabinetto del presidente Cuffaro dopo che erano state scoperte le sue pendenze giudiziarie, era in contatto con molti mafiosi e, contemporaneamente, con Cuffaro. Dimostrato dai tabulati telefonici del 1992-93, che evidenziano contatti tra Tubiolo e Totò, allora deputato regionale. «Niente di scandaloso», replica Cuffaro, «Tubiolo allora era un dirigente della Dc».
Più clamore hanno fatto le indagini in corso a Palermo, in cui Cuffaro deve rispondere dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione di segreto d’ufficio. A queste ora si è aggiunta l’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti: è accusato, anche qui, di aver divulgato notizie riservate sugli appalti. Del resto, Cuffaro è anche commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Sicilia. Da uomo trasversale qual è, Totò a Messina non si è smentito: è indagato insieme a uomini della sinistra, gli «imprenditori rossi» Gulino e il boss Ds Mirello Crisafulli.
Ma pochi hanno ritenuto scandaloso che il presidente della Regione sia indagato per mafia. Pochissimi hanno rilevato che già le ammissioni fatte («Con Aiello abbiamo parlato solo del tariffario») siano gravissime. La vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Angela Napoli di An, ha chiesto le dimissioni di Totò, ma è stata subito smentita anche dai leader del suo stesso partito.
Dell’affaire Cuffaro la politica non si cura. Non se ne cura il suo partito, solitamente così giudizioso a Roma. Non se ne curano i più alti esponenti dell’Udc, il presidente della Camera Pierferdinando Casini, il segretario Marco Follini, il ministro Rocco Buttiglione. Ormai la mafia non indigna, l’antimafia non appassiona. Un investigatore di Palermo dice, con un sorriso amaro: «La situazione è migliorata. Ieri si diceva: “La mafia non c’è”. Oggi si dice: “La mafia c’è stata”». Quanto a lui, Totò Cuffaro, dopo avere a suo tempo difeso dalle «mascariate» il suo amico e maestro Calogero Mannino, ora difende se stesso. Anche candidandosi alle elezioni europee: un seggio a Strasburgo vuol dire immunità.

Ha collaborato Alessio Gervasi

postato da: Masso57 alle ore 12:11 | Permalink | commenti
categoria:censura
sabato, 19 novembre 2005


 REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA
PRIMA SEZIONE CIVILE
in composizione monocratica ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nella causa civile di primo grado recante il numero di ruolo 28984 dell'anno 2001, poste in decisione nella camera di consiglio del 14.1.2005 e vertente

tra

Berlusconi Silvio
elett.te dom.to in Roma, in via Muzio Clementi 48, presso lo studio dell'avv. Fabio Lepri che lo rappresenta e difende in forza di procura alle liti in calce alla comparsa di costituzione quale nuovo difensore

attore

e

Travaglio Marco
elett.te dom.to in Roma, in Piazza Dei Caprettari 70, presso lo studio degli avvocati Virginia Ripa di Meana, Domenico Luca Scordino e Valeria Vacchini che lo rappresentano e difendono in forza di procura alle liti a margine della comparsa di risposta

convenuto

e

Fabbri Daniele, in arte Daniele Luttazzi
elett.te dom.to in Roma, in Viale Mazzini 13, presso lo studio dell'avv. Andrea Parlatore che lo rappresenta e difende in forza di procure alle liti in calce alle copie notificate dell'atto di citazione del Berlusconi e della comparsa di chiamata in causa della Ballandi Entertainment Spa.,

convenuto e chiamato in causa

e

Freccero Carlo

convenuto contumace

e

Rai RadioTelevisione Italiana Spa.
elett.te dom.ta in Roma, in via Parma 22, presso lo studio dell'avv. Andrea Di Porto che la rappresenta e difende, unitamente all'avv. Stefano D'Ercole, in forza di procure alle liti in calce alla copia notificata dell'atto di citazione avversario,

convenuta

e

Ballandi Entertainmnent Spa
elett.te dom.ta in Roma, in Vicolo Orbitelli 31, presso lo studio dell'avv. Vincenzo Zeno-Zencovich che la rappresenta e difende, unitamente all'avv. Eugenio D'Andrea, in forza di procure alle liti a margine della comparsa di costituzione,

chiamata e chiamante in causa

avente ad oggetto: domanda di risarcimento danni.

Svoglimento del processo e conclusione delle parti

con atto di citazione notificato il 26.4.2001 l'on. SIlvio Berlusconi ha convneuto davanti a questo Tribunale Marco Travaglio, Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi), Carlo Freccero e la rai Radiotelevisione Italiana s.p.a. esponendo che nel corso del programma televisivo "Satyricon", trasmesso il 14.3.2001 dalla società convenuta sul canale Rai-2, il giornalista Travaglio e il conduttore Fabbri, in accordo con il direttore della rete Freccero, avevano gravemente leso il suo onore, la sua reputazione, la sua immagine di uomo politico e la sua stessa identità personale, avendolo presentato ai telespettatori come persona impegnatasi in politica per curare i propri interessi personali, e per salvaguardare le proprie fortune, accumulate con metodi non trasparenti e verosimilmente delittuosi, nonché come politico colluso con ambienti mafiosi, implicato in operazioni di riciclaggi oe per averlo additato come mancante a volto coperto di attentati contro magistrati e perfino contro propri collaboratori e amici. Sulla base di tali premesse la difesa dell'on. Berlusconi ha formulato le seguenti domande:
  • condannarsi i convenuti in solido ovvero disgiuntamente al risarcimento dei danni morali e non patrimoniali subiti dall'attore da determinarsi in via equitativa in almeno lire 20.000.000.000;
  • condannarsi i convenuti in solido ovvero disgiuntamente al versamento della sanzione prevista dall'art. 12 della legge numero 47/1948 da determinarsi in via equitativa in almeno lire 1.000.000.000;
  • ordinarsi la divulgazione per estratto dell'emananda sentenza in aperture dei telegiornali della sera delle tre reti della Rai e la pubblicazione a caratteri doppi sui quotidiani La Repubblica, Corriere della Sera, Il GIornale, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero, il Secolo XIX, Il Resto del Carlino, La Stampa, La Nazione, Il Mattino e Il Giorno, a cura dell'attore e a spese delle parti convenute;
  • condannarsi i convenuti alla rifusione delle spese processuali

Marco Travaglio, Daniele Fabbri e la Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a. si sono costituiti in giudizio con distinte comparse di risposta chiedendo il rigetto delle domande attoree ricorrendo le esimenti dell'esercizio dei diritti di critica politica e di satira nonché, secondo la difesa del Fabbri, del diritto di cronaca, Daniele Fabbri ha altresì chiesto la condanna dell'attore a risarcimento dei danni per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., la cancellazione di alcune espressioni dell'atto di citazione avversario ritenute offensive, e, in via subordinata, la condanna della Rai Radiotelevisione Italiana e del direttore della Rete-2 Carlo Freccero a manlevarlo da ogni pretesa risarcitoria avversaria; la Rai Radiotelevisione Italiana ha quindi chiamato in causa la Ballandi Entertainment spa, quale società che aveva prodotto il programma "Satyricon" in forza di contratto di appalto, chiedendo di essere manlevata da ogni pretesa risarcitoria formulata dall'on. Berlusconi; la Ballandi Entertainment spa si è costituita in giudizio assumendo in via principale sia l'infondatezza delle domande dell'attore sia l'infondatezza della domanda di manleva formulata dalla Rai Radiotelevisione Italiana e chiedendo, in via subordinata, di essere a sua volta manlevata dal Fabbri; a fronte di tale ultima domanda della Ballandi Entertainment il fabbri ha eccepito la carenza di giurisdizione del Tribunale adito, assumendo che il contratto stipulato con detta società prevedeva all'art. 11 una clausola di arbitrato; Carlo Freccero è rimasto contumace.
La causa è stata istruita con l'interrogatorio libero del Fabbri e con la produzione di varia documentazione e della videocassetta contenente la registrazione della trasmissione; i mezzi di prova orale prospettati dalle parti sono stati ritenuti irrilevanti ai fini della decisione. Le conclusioni sono state precisate dall'udienza del 30.9.2004; tutte le parti hanno ribadito quanto chiesto nei rispettivi atti di costituzione e ai sensi dell'art. 190 c.p.c. sono stati concessi i termini di giorni 60 e 20.

Motivi della decisione

L'oggetto del giudizio è rappresentato da un'intervista di Daniele Fabbri al giornalista Marco Travaglio trasmessa il 14.3.2001 dalla rai Radiotelevisione Italiana, sul canale Rai-2, diretto da Carlo Freccero, nel corso del programma "Satyricon", realizzato dalla Ballandi Entertainment spa, che l'on. Silvio Berlusconi ha ritenuto gravemente lesiva del suo onore, della sua reputazione, della sua immagine di uomo politico, e della sua stessa identità personale, e che, al contrario, i convenuti costituitisi in giudizio hanno ritenuto legittimo esercizio dei diritti di cronaca, di critica politica e di satira garantiti dall'art. 21 della Costituzione.
Il testo della suddetta intervista, non oggetto di contestazioni, è risultato essere il seguente:

D> Buonasera Marco e benvenuto.
M> Buonasera

D> Ho letto questo libro d'un fiato, è veramente molto interessante, l'hai scritto con Elio Veltri, che è membro della commissione antimafia e giustizia, Origine e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi. Questa in effetti è una cosa che, non so gli altri italiani, non so i giornalisti italiani che non ne parlano mai evidentemente, ma io mi sono sempre interrogato su questo mistero. Innanzitutto vorrei fare una premessa, perché in genere poi mi accusano sempre di essere fazioso o cose di questo genere: tu scrivi per Repubblica, per l'Espresso, per MicroMega eccetera, sei di sinistra?
M> No.

D> Non sei di sinistra, oh, meno male, meno male, quindi possiamo parlare tranquillamente.
M> Diciamo che ho trovato asilo in questo gruppo, ma io ho lavorato con Montanelli finché Montanelli ha potuto lavorare in giornali liberi, quando glieli hanno chiusi o lo hanno messo in condizione di andarsene non ha potuto più dirigerli e quindi sono felice di aver trovato asilo in un giornale altrettanto libero.

D> Quindi il tuo maestro è Montanelli.
M> Sì.

D> Montanelli il quale ha dichiarato recentemente "Berlusconi è il macigno che paralizza la vita ploitica italiana"
M> Lo chiama "il piazzista di Arcore" quando è in pubblico, in privato...

D> Peggio? Ah, okay, va be', non vogliamo saperlo perché poi non vogliamo finire in tribunale. Ehm, tu hai anche uno stipendio pignorato, mi sembra di ricordare.
M> Si, dall'onorevole Previti.

D> Per quale motivo?
M> Ogni mese mi leva un quinto del mio stipendio. Ora, essere pignorati è già abbastanza seccante ma devo dire che essere pignorati da Previti è proprio il massimo della vita.

D> Tu lavori per Previti?
M> Anche.

D> (risata)
M> Per aver scritto una cosa vera e purtroppo non sono riuscito a convivcere il tribunale di Roma, e quindi spero nell`appello, spero di vincere in appello.

D> In bocca al lupo.
M> Così dovrà restituirmeli con gli interessi, sarà divertentissimo.

D> Sarà divertentissimo. Be', facci sapere. Io ho letto questo libro. Alle prime due pagine ho detto: ok, qui saltiamo per aria tutti quanti, perché ci sono delle cose veramente sconvolgenti. Io mi rifarei proprio dall'inizio: "Cavaliere da dove ha preso i soldi", no? Inanzitutto, in questo libro si parla di teoremi? Cioè, sono teoremi delle toghe rosse o sono fatti?
M> In questo libro si parla di documenti: ci sono dei documenti che andrebbero spiegati, se in Italia le interviste contemplassero delle domande: il problema è che in Italia abbiamo inventato questo genere letterario dell'intervista senza domanda, almeno quando il politico è l'ospite. E quindi nessuno lo chiede ma è una domanda legittima. Qui c'è un dirigente della Banca d'Italia che viene incaricato dalla Procura di Palermo di fare un perizia...

D> Giuffrida?
M> ... esatto, il dottor Giuffrida, tuttora al suo posto nonostante abbia subito alcune minacce pubbliche, il quale ha studiato i finanziamenti che negli anni 70 e 80 arrivavano alle 22 anzi 34 holding che compongono la Fininvest...

D> Erano 22 e ora sono 34, ho appreso da questo libro.
M> Ma perché inizialmente si pensava a 22, poi andando a cercare se ne sono scoperte anche 34 ...

D> Cosa sono queste "holding"
M> Be', diciamo, sono de contenitori di denaro, denaro che passa tra l'una e l'altra in un complicatissimo sistema di scatole cinesi e molto spesso non si capisce poi alla fine da dove è partito. Infatti, questo tecnico di Banca d'Italia che, diciamo, non è uno stalinista, è un'espressione del capitalismo, ha cercato di capire da dove arrivassero questi soldi, perché ci sono 115 miliardi in 7 anni che arrivano in contanti.

D> 115 miliardi dell'epoca, che sarebbero?
M> Sarebbero sui 500 di oggi. Arrivano in contanti: immagino in dei valigioni, in tir, non so come li si trasporti.

D> Da dove provenivano questi soldi?
M> Ehm, alla fine il dottor Giuffrida si arrende, alza le mani e dice "provenienza sconosciuta"; e quindi bisogna conoscerla, io credo che un uomo pubblico dovrebbe spiegarci che ci fossero dei benefattori che continuavano a donare questi soldi in contanti, ma bisognerebbe saperlo chi sono.

D> Ma i soldi che passano da una holding all'altra e eccetera non lasciano delle tracce, non è possibile risalire all'indietro come Pollcicno e arrivare fino all'origine?
M> No, il sistema francovaluta, si chiama così non sto a spiegarlo perché è complicatissimo, faceva in modo che il punto di partenza fosse inidentificabile. Tutto ciò poi era ancora complicato da alcune amenità: il dottor Giuffrida, assieme agli uomini della DIA, quando è andato a ritroso alla ricerca di questi finanziamenti, è andato a cercare la documentazione presso banche, e presso queste banche alcune società non risultavano nemmeno essere mai esistite, poi si è scoperto perché: erano state per errore classificate come negozi di parrucchiera e estetista. Ora, l'idea che Berlusconi tra tutto quello che ha abbia anche delle società di parrucchiere e estetista era veramente troppo, infatti lì è stato detto "oops, ci siamo sbagliati", non erano parrucchieri ed estetisti, erano società finanziarie.

D> Che banche erano queste banche?
M> Mah, una, la più famosa, è la Banca Rasini, quella dove lavorava il padre del Cavalier Silvio Berlusconi: credo che cominciò da impiegato e poi diventò, se non ricordo male, direttore generale. Ed era una delle banche che è indicata dai giudici di Palermo come quelle utilizzate per il riciclaggio del denaro della mafia.

D> Noi siamo morti in questo momento, vuoi dirmi?
M> Quante querele vuoi prenderti? Sennò smettiamo.

D> Mah, il libro è interessantissimo, è meraviglioso: tu hai avuto minacce dalla pubblicazione di questo libro?
M> Non ancora.

D> Ok, perfetto, poi fammi sapere.
M> Ho saputo alla libreria di Fiumicino, che un omino di bassa statura...

D> ... solerte ...
M> ... era passato a comprare tutte le copie che c'erano.

D> Stampatene di più, no? Così loro le prendono e voi guadagnate.
M> Infatti, noi ristampiamo, loro ricomprano e vediamo chi si stanca per primo.

D> E' stupendo. Una cosa su cui mi sono sempre interrogato è questa: c'erano alcune società che voi chiamate nel vostro libro "siringhe monouso", tipo la Palina eccetera, fanno una sola operazione. perché? Cioè, partono dei soldi dalla Palina, holding uno, due, tre, ta-ta-ta-ta e poi ritornano alla Palina: perché?
M> E poi ritornano all'origine: questa è una delle cose più incomprensibili che si sia trovato ad affromntare questo povero tecnico.

D> Erano dei giroconti fittizi?
M> Sono delle cose che nemmeno un tecnico di alto livello come questo riesce a spiegare, per cui alla fine si arrende: la procura di Palermo convocherà, anzi, credo che abbia già convocato ma la cosa slitterà a dopo le elezioni, il Cavalier Berlusconi perché può darsi che tutto ciò sia assolutamente lecito, l'importante è spiegarlo. Bisognerà spiegarlo...


D> Facciamo un appello, no? Bisognerà spiegarlo. Voi parlate di due fasi dell'impero Fininvest: una prima fase dagli anni 70 fino all'83, è la fase che abbiamo appena descritto, mi pare di capire, dove piovono miliardi non si sa da dove, e una seconda parte, invece, diciamo il CAF, tangentopoli, fino alla legge Mammì...
M> è la fase Craxi, quando Craxi era presidente del Consiglio.

D> Esatto. Qui però dite una cosa interessante e che io non sapevo, e cioè che Craxi ha partecipato alla fondazione di Forza Italia.
M> Ah, quello è un altro documento straordinario, secondo me: c'e un piccolo democristiano milanese che si chiama Ezio Cartotto, che viene ingaggiato da Marcello Dell'Utri...

D> Chi è Marcello Dell'Utri?
M> Marcello Dell'Utri è il braccio destro di Silvio Berlusconi, palermitano, l'uomo che nel 1974 quando Berlusconi ha bisogno di uno stalliere va a Palermo, prende un boss mafioso glielo porta a Milano e glielo mette in Villa per un anno e mezzo: si chiamava Mangano questo boss, è stato poi processato al maxiprocesso di Falcone e Borsellino e poi è stato condannato all'ergastolo per traffico di droga, mafia e omicidio, ed era in rapporto con Dell'Utri fino almeno al '93-'94. Chiusa la parentesi. Stavamo dicendo?

D> Hai fatto una parentesi da niente...ci bevo un attimo su? Non so voi ma io sto abbastanza tremando, ma ok. (si sente un tonfo da ditro le quinte) Un attentato, sventato per fortuna: state fermi e non saltate sulle sedie, nessuno si muova. (applauso)
M> Allora: Dell'Utri ingaggia questo democristiano lombardo perché dice" qui bisogna fare un partito, il Cavaliere dice che i nostri referenti politici stanno malmessi con Mani Pulite e quindi"...

D> Siamo nel 91-92?
M> Siamo nel '92, subito dopo l'arresto di Mario Chiesa e i primi indagati, i primissimi piccoli indagati milanesi, nemmeno Craxi: Craxi poi sarà a dicembre. Lo chiude in un ufficio di Publitalia, gli dice di non dire niente perché della cosa sa soltanto lui e il Cavaliere, nemmeno Confalonieri perché era contrario a questo progetto di entrare in politica.

D> Fedele è simpatico, eh?
M> Bè, si, diceva delle cose che dette oggi sembra Stalin, invece era Confalonieri: diceva "è impensabile che noi senza vendere le televisioni andiamo in politica"; cercava di convincere Berlusconi: infatti all'inizio lo tennero all'oscuro, così racconta Cartotto. Allora, questo ufficio di Publitalia comincia a lavorare alla fondazione del partito, che poi verrà reso noto agli Italiani un anno e mezzo dopo: nessuno lo sa. E questo Cartotto racconta delle cose secondo me strepitose: voglio citare perché qui bisogna essere esattissimi, le querele volano come... e noi non le vogliamo prendere le querele...

D> Non so tu, io no di certo. Credo che sia il male minore la querela a questo punto.
M> Allora, Cartotto racconta il movente della nascita di Forza Italia: "Berlusconi, in una convention di quadri della Fininvest tenuta a Montecarlo, tenne un discorso che posso definire di attacco, dicendo specificamente: i nostri amici che ci aiutavano, Craxi & c., contano sempre di meno, i nostri nemici contano sempre di più, dobbiamo prepararci aqualsiasi evenienza per combatterli" . Ma racconta un'altra cosa secondo me strepitosa, e cioè che nel 1992-93, quando Caselli non era nemmeno procuratore di Palermo, quando nessuno si sognava di ipotizzre alcunchè di rapporti tra mafia e Fininvest, Berlusconi, secondo Cartotto, si aggirava per le sue aziende dicendo "se non andiamo in politica ci accuseranno di essere mafiosi". Ora, a me francamente non è mai capitatodi temere di essere accusato di essere mafioso. A te non credo.

D> Non credo, no.
M> "Berlusconi, racconta Cartotto, temeva che entrando in politica potessero essergli rivolte accuse di contiguità con la associazione mafiosa. Per la verità Cartotto ad un'intervista al Corriere dirà poi che Berlusconi diceva queste testuali parole: mi faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte, diranno che sono un mafioso.

D> Ma perché? Strano, no?
M> Poi aggiunge Cartotto che nel 1994,quando vennero fuori le prime voci su queste liesons dangereuses, per usare un termine raffinato, dice: "ricordo che Berlusconi mise sotto accusa Dell'Utri specificando che nei sondaggi Forza Italia stava scendendo proprio per questo problema dei suoi rapporti con la mafia; ricordo che la reazione di Dell'Utri mi sorprese alquanto, quando mi disse testualmente: Silvio non capisce che dovrebbe ringraziarmi perché se dovessi aprire bocca io, puntini puntini.

D> Queste sono dichiarazioni di Cartotto. Rese dove?
M> Queste sono dichiarazioni di Cartotto alle procure di Caltanissetta e Palermo che indagano sui mandanti a volto coperto delle stragi del 1992 e 93.

D> Cosa c'entrano?
M> Eh, cosa c'entrano. Quante querele vuoi beccarti? Allora...

D> No, stiamo cercando di capire, stai tirando fuori delle cose che non stanno nè in cielo nè in terra, non è una logica normale, credo, no? Non essere così soddisfatto, è una cosa tremenda, oh, mamma mia.
M> No, sarà che le conosco e quindi do un po' meno peso. C'è un atto assolutamente pubblico, la requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo di appello per la strage di Capaci dove sono stati condannati tutti i boss di Cosa Nostra, da Riina in giù, per avere ordinato e realizzato la strage che ha visto la moste di Falcone, della moglie, degli uomini della scorta; in questo processo di appello Tescaroli fa un accenno ad un'altra indagine che è in corso alla procura di Caltanissetta, e che riguarda i mandanti avolto coperto, cioè coloro che avrebbero diciamo suggerito se non altro la tempistica per quelle due stagi in sequenza che erano Capaci e poi via D'Amelio: voi ricorderete che in quei 50 giorni saltarono in aria i due giudici più famosi d'Italia, a Palermo, cioè Falcone e Borsellino: intere autostrade sventrate, cioè una cosa mai vista; forse in Colombia. E questo pubblico ministero nella requisitoria ha sostenuto, ha ricordato, le parole di alcuni collaboratori di giustizia i quali sostengono che Totò Riina, prima di mettere a punto queste stragi, aveva incontrato alcune persone importanti, come le chiamava lui, e questi pentiti riferiscono che erano Berlusconi e dell'Utri. Naturalmente tutto ciò è una requisitoria, èun documento pubblico, è una cosa che è stata letta in udienza e noi l'abbiamo pubblicata, non è una sentenza, ci mancherebbe altro, è semplicemente uno spunto di indagine, indagine che mentre Tescaroli parlava era in corso: e altre indagini ci sono sulle stragi del 3, perché voi ricorderete che nel 93 ci fu quella replica, quando la mafia stranamente cominciò ad occuparsi del patrimonio artistico: cioè, la mafia uscì dal territorio siciliano e cominciò a mettre bombe agli Uffizi, a via Palestro a Milano e qui a Roma, a San giovanni in Laterano, per non parlare dell'attentato a Maurizio Costanzo, che è un altro caso clamoroso: è molto interessante, soltanto a livello cronologico, leggere quello che racconta Cartotto, e cioè che Maurizio Costanzo era uno, all'interno della Fininvest, ferocemente contrario alla nascita del partito della Finivest, cioè alla scesa in campo della Fininvest in politica. Insomma, è un bel quadretto.

D> Bè, direi, rivelazioni esplosive.
M> Sai qual è il brutto, o il bello? Che non sono rivelazioni, cioè non sono cose che io sono andato atrovare e che nessuno poteva trovare. Sono cose che sono state dette in un'aula di tribunale.

D> Be', nessuno le riferisce perché ancora devono essere dimostrate.
M> Si, ma quando un pubblico ministero dice una cosa se ne dovrebbe parlare.

D> Non se ne parla?
M> Non se ne parla molto.

D> C'è una specie di consegna del silenzio?
M> Un pochino, forse.

D> Forse stanno aspettando.
M> Forse stanno aspettando.

D> E Craxi cosa c'entra? perché tutto è partito da Craxi.
M> Si: Cartotto racconta che in queste riunioni ad Arcore nelle quali si decideva la nascita di Forza Italia, a un paio di queste riunioni partecipò Bettino Craxi, poco prima di volare ad Hamamet, cioè prima di perdere l'immunità parlamentare e di volare, un giorno prima, ad Hamamet per sottrarsi all'arresto.

D> Quindi quello che sostenete voi in questo libro è che, da certi riscontri, deposizioni, ecc. ecc., la nascita del partito è dovuta al fatto che mancavano i referenti politici ad un certo punto quindi han detto: ok, dobbiamo farci le cose da soli. Giusto?
M> Questo racconta l'unico testimone che ha parlato di quel periodo, cioè questo Cartotto, che non è un pentito di mafia, non è un delinquente...

D> E dove si trova adesso questo Cartotto?
M> Credo che stia appena fuori Milano. Viene chiamato spesso a testimoniare in vari processi, quelli di Dell'Utri, quelli di Berlusconi...

D> C'è un altro capitolo che secondo me è molto interessante, ed è quello sulla legge Tremonti: Tremonti è nella cronaca di questa settimana perché ha dato del gangster al ministro Visco ecc. ecc.: ho letto però una cosa interessantissima su questa legge Tremonti in realtà.
M> La legge Tremonti è una legge che, detta in soldoni, rilascia delle agevolazioni fiscali alle imprese che reinvestono gli utili. E quindi è una legge neutra. Senonchè un giorno una certa azienda, che si chiama Mediaset, compra dei film, e comprati quei film chiede al governo se può beneficiare dei vantaggi della legge Tremonti. Il governo le risponde si, puoi beneficiare di questi vantaggi. E questi vantaggi, quantificati, sono 243 mliardi. Il problema qual è: io non so se la Mediaset avesse o non avesse il diritto ad accedere a questi vantaggi: c'è chi sostiene di no perche i film acquistati non sono beni materiali e la legge Tremonti si occupava soltanto di beni materiali; ma diciamo che fosse tutto di loro diritto: il problema è che a beneficiare di questa legge è colui che l'ha fatta, e cioè il Cavalier Silvio Berlusconi con una mano è presidente del Consiglio e con l'altra è padrone della Mediaset e si interpella da solo chiedendo: "scusa, puoi tu usufruire di questa legge? Si che puoi." . E alla fine ci guadagna 250 miliardi.

D> Ma come. Ogni volta che gli rinfacciano il conflitto di interessi lui dice sempre: "No no no, perché poi io lo risolverò molto tranquillamente: quando parleremo di cose che mi riguardano io mi alzo e me ne esco". No?
M> Si, bè, non dovrebbe mai mettere piede, avremmo un governo vacante, in esilio.

D> Si, perché io ho elencato le cose di cui si occupa: editoria, telecomunicazioni, telefoni cellulari, assicurazioni, grandi distribuzioni, cinema, audiovisivi, affari immobiliari, sport. Tutto.
M> E negozi di parrucchieri ed estetisti.

D> I negozi di parrucchieri, hai ragione. Dunque: riassumiamo un pochettino il percorso di questo libro: c'è dentro un'intervista anche a Borsellino che è incredibile.
M> C'è un'intervista agghiacciante a Paolo Borsellino: è una rarità questa intervista, perché la Rai l'ha potuta trasmettere soltanto nottetempo...

D> Perché l'ha potuta trasmettere? In che senso?
M> La Rai ce l'aveva, ma Roberto Morione, direttore di Rai News 24, ha fatto il giro delle sette chiese per offrirla a tutti quelli che hanno i programmi in prima serata, ai telegiornali, e tutti gli hanno detto che non gli interessava perché era roba vecchia: in realtà questo è l'ultimo documento filmato di Paolo Borsellino prima che salti in aria. è stata fatta il 21 maggio del 92, due giorni dopo salta in aria Falcone, 50 giorni dopo salta in aria Borsellino.

D> Cosa c'era di così drammatico in questa intervista?
M> Bè, è un'intervista abbastanza agghiacciante, per chi la vede soprattutto col senno di poi, cioè la vede come il testamento spirituale. Borsellino dice alcune cose: a) che la procura di Palermo in quel momento sta indagando sui rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e Mangano; e poi dice un'altra cosa: dice che in una intercettazione del 1981 tra Mangano e Dell'Utri, Mangano sta contrattando con Dell'Utri a proposito di un cavallo. E Borsellino dice che "nel maxiprocesso noi abbiamo appurato che Mangano quando parla di cavalli intende partite di droga". Quando poi il giornalista, che è un francese, quindi fa domande, gli dice " se ricordo bene nell'inchiesta c'è un'intercettazone fra Mangano e Dell'Utri in cui si parla di cavalli". Borsellino, che evidentemente è un fine umorista, risponde "bè, nella conversazione nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo.Quindi non credo che potesse trattarsi effettivanente di cavalli: se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all'ippodromo oppure al maneggio, non certamente dentro a un albergo". Allora, voi immaginate un'intervista di questo genere rilasciata oggi da Borsellino vivo, che cosa si direbbe di Borsellino, che è una toga rossa, che è arrivata la cavalleria comunista, che non a caso è un complotto politico, la giustizia a orologeria. Il problema è che pare che Paolo Borsellino votasse Movimento Sociale; cioè appartenevaa quella tradizione della destra, la nobile tradizione della destra legalitaria, che in Sicilia faceva fronte contro la mafia. Per cui, andava perfettamente daccordo con suoi colleghi che erano di sinistra. Immaginatevi se un uomo come Borsellino fosse sopravvissuto e avesse rilasciato oggi questa intervista dove sarebbe già finito, come minimo davanti al CSM, come minimo. Il fatto che in questo paese un'intervista del genere non trovi un programma che la trasmetta in prima serata ma debba andare di notte è abbastanza significativo.

D> E che fine ha fatto questa bobina poi?
M> La bobina c'è, è stata acquisita agli atti della procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi , perché è molto interessante sapere di che cosa si stava occupando la magistratura palermitana nel momento in cui saltavano in aria i suoi due maggiori esponenti. O no? E quindi èstata acquisita. è molto istruttiva, secondo me, andrebbe discussa, ci vorrebbero delle risposte.

D> Io ho invitato il Cavalier Berlusconi qua ma non viene. Più di così non so cosa posso fare.
M> Strano.

D> In realtà in un qualunque altro paese europeo o del mondo anche un ventesimo di queste piccole rivelazioni scatenerebbero il terremoto politico. Qua invece non capita nulla.
M> Oggi è venuto ad interessarsi di questo libro e a farmi una piccola intervista un giornalista del Financial Times, il quale mi raccontava dell'avventura di un dirigente molto promettente del partito conservatore britannico, mi ha lasciato anche un appunto con il nome e quindi voglio essere preciso: si chiama Jonathan Atkin, il quale un giorno, convocato ad un processo che riguardava chi avesse pagato il conto di albergo da 3 milioni di lire a sua figlia ha mentito, cioè ha detto una cosa invece di un'altra, ed è stato immediatamente impacchettato e portato in carcere, un ex ministro nonchè parlamentare conservatore, è rimasto in carcere 6 mesi ed è uscito l'altro giorno. Ha ovviamente la carriera politica finita, ma aveva mentito su un conto di 3 milioni della figlia. Io non oso immaginare quanta gente ci sarebbe nel Parlamento Italiano se vigessero le stesse leggi, probabilmente sarebbe semideserto.

D> Io mi chiedo, caro Marco, in che paese viviamo. Comunque volevo ringraziarti perché tu, facendo questo libro, dimostri di essere un uomo libero, e non è facile trovare uomini liberi in quest'Italia di merda.
M> Ti ringrazio molto. Mi veniva in mente una cosa: quel governatore della Pensylvania che un giorno si presentò in televisione e si infilò la canna di una pistola in bocca e si sparò: credo che tu stasera, più o meno...

D> No, no, non lo farei mai.
M> Avresti fatto molto prima.

Tanto premesso, occorrerà ulteriormente precisare che la difesa dell'on. Berlusconi, a fondamento delle proprie domande, nel proprio atto di citazione, e nelle memorie depositate ex art. 170 c.p.c., dopo aver integralmente riportato i dialoghi intercorsi tra il Fabbri e il travaglio, ha esposto:
  • che risultava diffamatoria l'intera impostazione della trasmissione;
  • che detta intervista, sebbene inserita in un programma umoristico e nonostante alcuni interventi grotteschi dell'intervistatore Fabbri, non poteva essere considerata in alcun modo uno spettacolo di satira, posto che il Travaglio, con il pretesto di presentare un suo libro, per altro anch'esso gravemente diffamatorio, con toni assolutamente seri, aveva attuato, in concorso con il Fabbri e con il direttore della rete Freccero, un vero e proprio linciaggio morale ai danni dell'on. Berlusconi, nell'imminenza delle elezioni politiche dell'anno 2001, avendolo presentato ai telespettatori come persona impegnatasi in politica per curare i propri interessi personali e per salvaguardare le proprie fortune, accumulate con metodi non trasparenti e verosimilmente delittuosi, nonché come politico colluso con ambienti mafiosi, implicato in operazioni di riciclaggio, e per averlo additato come mandante a volto coperto di attentati contro magistrati e perfino contro propri collaboratori e amici dotati di troppa autonomia di pensiero;
  • che il Travaglio e il Fabbri avevano posto in essere una serie di espedienti grotteschi al fine di creare il clima propizio alla propalazione di accuse diffamatorie di sconvolgente gravità (la storia dell'omino di bassa statura che aveva fatto incetta delle copie del libro di Travaglio; i reiterati riferimenti al pericolo di ricevere minacce per quanto si andava dicendo; il rumore fuori scena che aveva indotto il Fabbri ad esultare per lo scampato attentato; la citazione del governatore della Pennsylvania suicidatosi in diretta televisiva);
  • che erano state affermate grossolane falsità rese credibili da calcolate e dolose omissioni, posto che: a) erano state gravemente travisate le dichiarazioni rese dal giudice Paolo Borsellino ed alcuni giornalisti francesi poco prima di essere ucciso dalla mafia, documentate in una videocassetta trasmessa dall'emittente Rai-News 24, essendosi fatto credere ai telespettatori, contrariamente al vero, che detto magistrato stesse svolgendo indagini a carico dell'on. Berlusconi; b) che si erano ricordate le indagini attivate a carico dell'on. Berluscono della Procura della Repubblica di Caltanisetta nell'ambito dell'inchiesta volta ad individuare i cosidetti mandanti a volto coperto delle stragi di Capaci e di Via d'Amelio, senza informare il pubblico che detta Procura già aveva richiesto al GIP l'archiviazione; c) che si era fatto credere che il consulente contabile Giuffrida aveva svolto accertamenti sul conto delle società del gruppo Fininvest nell'ambito di una verifica imparziale disposta dalla Banca d'Italia, tacendo al pubblico che detto contabile era in realtà un consulente di parte, nominato dalla Procura della Repubblica di Milano per sostenere in giudizio le proprie accuse; d) che si era riferito che il citato Giuffrida aveva concluso la sua verifica evidenziando l'impossibilità di individuare gli originari finanziatori delle società del gruppo Fininvest, omettendo di informare i telespettatori che lo stesso Giuffrida, nella sua stessa relazione aveva precisato che le conclusioni esposte dovevano intendersi come provvisorie, dovendosi acquisire ulteriori documentazioni; e) che si era insinuato che il Ministro Giulio Tremonti e lo stesso Governo presieduto dall'on. Berlusconi, con la promulgazione della cosiddetta "legge Tremonti", avevano favorito fiscalmente la società Mediaset, omettendo di riferire che la competente Commissione Tributaria Provinciale aveva già accertato l'assoluta regolarità dell'operato di detta società e che lo stesso Governo espresso dai partiti dell'Ulivo, succeduto al primo Governo Berlusconi, aveva confermato la normativa fiscale introdotta dalla legge in questione; f) che infine si erano spacciate per indiscusse verità "i vaniloquenti teoremi di un P.M.".

Tanto premesso, ritiene il giudicante che nell'intervista in questione (nonostante i giudizi totalmente negativi espressi, con indubbio sarcasmo, sulla condotta dell'on. Berlusconi) non possano ravvisarsi gli estremi del delitto di diffamazione.
Al riguardo si dovrà infatti considerare:
  • che l'intervista in questione andrà valutata con due distinti metri di giudizio: il metro previsto per la valutazione delle opinioni critiche (accertamento della verità effettiva o putativa dei fatti riferiti, dell'esistenza di un interesse per il pubblico alla conoscenza delle opinioni espresse e della continenza delle espressioni usate), dovendosi ritenere tali le opinioni espresse, con toni indubbiamente seri, dal Travaglio sull'operato e sulla condotta dell'on. Berlusconi, e il metro meno rigoroso da adottare per la valutazione delle battute sarcastiche e satiriche (che se non debbono necessariamente menzionare fatti veri debbono evitare di esporre alla pubblica riprovazione aspetti della vita altrui strettamente personali ed intimi ovvero operare accostamenti o allusioni pesantemente volgari o ripugnanti), in tal modo dovendosi considerare i commenti e le sottolineature comiche dell'intervistatore Fabbri;
  • che le battute e i commenti del Fabbri, quali si evincono dalla lettura del testo dell'intervista, risultano privi di valenza offensiva nel senso sopra precisato, essendo perfettamente percepibili come notazioni comiche e risultando tutti attinenti alla sfera dell'attività pubblica e imprenditoriale dell'attore;
  • che non può ritenersi che il giornalista Travaglio abbia inteso accusare in modo subdolo l'on. Berlusconi di biechi interessi privati, di illeciti societari e di collusione con la mafia, parendo evidente che detto giornalista intese invece stigmatizzare, sicuramente con toni forti, sarcastici e sdegnati, il comportamento dell'odierno attore laddove questi, candidatosi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, non aveva ritenuto necessario chiarire nelle opportune sedi - giudiziarie, politiche ovvero in pubblici dibattiti - alcune vicende della sua attività imprenditoriale oggetto di indagini penali, quali la provenienza dei finanziamenti che resero possibile la costituzione delle società del gruppo Fininvest da lui controllate ed i rapporti asseritamente trattenuti da lui e da alcuni suoi stretti collaboratori con esponenti di vertice della malavita mafiosa siciliana;
  • che tale opinione critica per Travaglio è risultata ancorata a fatti veri di sicuro interesse per l'opinione pubblica (l'on. Berlusconi era notoriamente candidato alle imminenti elezioni politiche e notoriamente era stato designato dallo schieramento di centro-destra a ricoprire, in caso di vittoria, la carica di Presidente del Consiglio; notorio era il coinvolgimento del predetto in inchieste penali attivate dalla Procura presso il Tribunale di Milano per reati societari e della Procura presso il Tribunale di Caltanisetta che indagava sui mandanti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D'Amelio; notoria era l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa rivolta dalla Procura presso il Tribunale di Palermo a carico di Marcello Dell'Utri, stretto collaboratore dell'attore) ed è stata espressa con modalità di per sé non offensive;
  • che l'assunto attoreo secondo cui il Travaglio avrebbe accreditato i propri giudizi presso l'opinione pubblica esponendo anche fatti falsi e omettendo circostanze che avrebbero tolto valore a talune sue argomentazioni, non è risultato fondato, dovendosi considerare: che mai il Travaglio ebbe ad affermare né a far intendere che il giudice Paolo Borsellino stesse svolgendo indagini a carico dell'on. Berlusconi, essendosi limitato a sostenere che detto magistrato, nella suddetta intervista, aveva dichiarato che la Procura di Palermo stava indagando sui rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e il mafioso Mangano e aveva riferito l'esistenza di una intercettazione di una conversazione telefonica intercorsa tra il Mangano e il Dell'Utri, in cui i due parlavano di cavalli, che risultava sospetta, posto che nel cosiddetto maxiprocesso di Palermo era emerso che quando Mangano parlava al telefono di Cavalli intendeva riferirsi a partite di droga; che l'assunto riferito dal Travaglio circa l'intervista a Borsellino ha trovato riscontro nel testo della stessa intervista prodotto dalla difesa dell'attore (il testo pubblicato dal settimanale L'Espresso da cui si evince che Borsellino, ai giornalisti che gli chiedevano se i cavalli di cui discutevano il Mangano e il Dell'Utri fossero davvero dei cavalli, ebbe a dichiarare "Nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo" e che alla domanda "si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi" ebbe a confermare l'esistenza di indagini volte ad accertare la natura di tali rapporti, avendo dichiarato "Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so che ci sono addirittura ancora indagini in corso in proposito per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti"); che quando fu trasmessa l'intervista oggetto del presente giudizio le indagini attivate dalla Procura di Caltanisetta a carico dell'on. Berlusconi in relazione alle stragi di Capaci e di Via D'Amelio non si potevano ancora ritenere concluse, posto che il decreto di archiviazione, richiesto dal P.M. il 2.3.2001, era stato emesso solo il successivo 3.5.2002 e posto che la stessa Procura nella propria richiesta di archiviazione aveva precisato che il procedimento in questione non esauriva gli sforzi investigativi posti in essere dall'ufficio nel tentativo di individuare i mandanti esterni delle stragi del 1992, essendo emerso un "inquietante intreccio mafia-appalti" e posto che "l'importante informativa in atti della DIA, Il Reparto, del 30.7.1999 che riferisce sull'esistenza di elementi di correlazione fra le imprese societarie indicate nell'elenco predisposto dal ROS dei Carabinieri e le società (in numero di 401) del Gruppo Fininvest, conclude fissando lo sguardo alla Tecnofin Group spa (riconducibile a Salamone-Micciché), alla COGE spa (riconducibile a Paolo Berlusconi), alla Tunnedil spa, alla Cipedil spa (Rappa di Borghetto) , alla RTI spa"; che nella sua intervista il Travaglio ebbe espressamente a precisare che il contabile Giuffrida era un funzionario della Banca D'Italia incaricato dalla Procura di Palermo di redigere una relazione di consulenza; che la difesa dell'attore non ha negato che quanto riferito dal Travaglio circa i risultati delle indagini del Giuffrida rispondesse a verità; che il Travaglio nella sua intervista ebbe a precisare che dette indagini erano ancora in corso, posto che di li a poco la Procura di Palermo avrebbe proceduto all'interrogatorio del Berlusconi; che non risulta che il Travaglio abbia mai insinuato che il Ministro Giulio Tremonti e il primo Governo Berlusconi, con la promulgazione della cosiddetta "legge Tremonti", avessero inteso favorire fiscalmente la società Mediaset, parendo evidente che le dichiarazioni rese sul punto da detto giornalista intesero unicamente sottolineare e denunciare all'opinione pubblica il noto problema del conflitto di interessi che da più parti si assume esistente rispetto all'attività di governo dell'on. Berlusconi in considerazione dei suoi rilevantissimi interessi economici; che infine non risulta che il Travaglio abbia mai spacciato per indiscusse verità le affermazioni fate dal P.M. Pescaroli nella requisitoria resa al processo d'appello per la strage di Capaci (cui la difesa dell'attore ha inteso riferirsi allorquando ha parlato di "vaniloquenti teoremi di un P.M."), avendo egli espressamente precisato che si trattava di una requisitoria contenente "spunti di indagine" e non di sentenza ("naturalmente tutto ciò è una requisitoria, è un documento pubblico, è una cosa che è stata letta in udienza e noi l'abbiamo pubblicata, non è una sentenza, ci mancherebbe altro è semplicemente uno spunto di indagine...");
  • che tutto quanto sopra esposto porta a ritenere scriminate tutte le riferite affermazioni del Travaglio, da ritenersi espressione di una legittima critica politica.

Esclusa, in forza di quanto sopra detto, la lamentata diffamazione ed esclusa altresì l'asserita ingiusta lesione del diritto dell'attore alla propria identità personale, s'imporranno il rigetto di tutte le domande formulate a carico dei convenuti; parimenti dovrà essere respinta la domanda di risarcimento formulata contro il Berlusconi dal Fabbri per lite temeraria, non avendo questi specificato quali pregiudizi abbia subito in conseguenza dell'iniziativa giudiziaria dell'attore; del pari dovrà essere respinta del Fabbri di cancellazione di talune frasi dall'atto di citazione avversario, trattandosi di espressioni funzionali all'esercizio del diritto di difesa.
Attesa la sua soccombenza assolutamente prevalente, l'on. SIlvio Berlusconi dovrà infine essere condannato alla rifusione delle spese processuali in favore dei convenuti e della società chiamata in causa, così come meglio specificato in dispositivo.

PQM
il Tribunale Ordinario di Roma
in composizione monocratica

definitivamente pronunciando ed ogni altra richiesta disattesa, così provvede:
  • respinge le domande di risarcimento dei danni, di pagamento della sanzione prevista dall'art. 12 della legge n. 47/1948 e di pubblicazione della sentenza formulate, con citazione notificata il 26.4.2001, dall'on. Silvio Berlusconi nei confronti di Marco Travaglio, Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi), Carlo Freccero e della Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a.;
  • respinge la domanda di risarcimento dei danni per lite temeraria nonché la domanda di cancellazione di talune frasi dell'atto di citazione formulate dal Fabbri;
  • condanna l'on, Silvio Berlusconi a rifondere in favore di Marco Travaglio, di Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi), della Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a. e della Bellandi Entertainment s.p.a. le spese di giudizio che si liquidano, per ciascuna di dette parti, in complessivi euro 16.855,00 di cui euro 15.000,00 per onorari ed euro 1.705,00 per diritti, oltre a quanto dovuto per le spese generali, per l'Iva e per il contributo alla CPA.

Così deciso in Roma, il 14.1.2005

il Giudice Unico
dott. Massimo Corrias