martedì, 15 gennaio 2008
L’operatrice Elena Zaccherini racconta cosa ha visto dall’Africa



“8066S New Holland - KAM 201 T, modello e marca del trattore sono le uniche cose certe di questa giornata. E anche le dimensioni del campo da seminare, 5 acri in tutto. Tutto il resto è incerto: il destino del paese, quanti morti ci saranno oggi, quanti siamo nel campo (bimbi e adulti assieme, tutti raccolti per la semina), come devo seguire le linee incerte del trattore per aiutare a seminare mais e fagioli assieme”. Inizia così il resoconto di Elena Zaccherini, operatrice sociale, coordinatrice del progetto "Ferrara, città sicura e solidale" del Comune di Ferrara. Elena si trova dal 29 dicembre a Chebole, nel distretto di Bomet, Rift Valley Province; un luogo già conosciuto cinque anni fa, quando venne come cooperante; “e ora sono tornata a salutare gli amici Keniani – aggiunge-. Gente semplice ma solida, un pastore protestante e la sua famiglia; con un gruppo di amici e l’aiuto di alcune organizzazioni sosteniamo la casa famiglia che questa gente ha creato: la Casa di Laura, che oggi ospita – e cerca di sostenere - 96 orfani”.
Elena racconta la miseria di un paese sprofondato proprio in questi giorni nella violenza etnica che sta sprofondando la popolazione nell’angoscia. “E oggi si deve seminare il campo; perché il cibo non si compra, ma si produce. Del resto siamo a quattro ore da Nairobi, e questa è una tipica e pacifica area rurale, a stragrande predominanza di Kalengin, Kipsigies per la precisione, che nel complicato mosaico delle tribù in Kenya significa, al momento, opposizione ; sostegno di massa a Raila Odinga, il candidato alla presidenza che denuncia brogli e inganni nella nomina a vincitore di Kibaki..
Sono arrivata in Kenya il 27 dicembre, il giorno delle elezioni, e ho viaggiato per arrivare qui. Ovunque file ordinate di votanti, lunghe anche centinaia di metri, che si snodavano, a seconda delle zone, dentro slum, lungo la strada, fuori dai maniatta masai. Tutte uguali, tutte sotto il sole cocente : pacifiche, silenziose e riservate ; la gente ha sentito molto questo voto. Molti si sono spostati proprio per votare.
E oggi siamo in attesa della lettura dei risultati finali. Non per questo ci si ferma ; ieri ha piovuto, Enok, il figlio del pastore è riuscito a trovare della benzina per il trattore (già pagata a prezzo maggiorato : nel giro di due giorni non se ne troverà più neanche una goccia in tutta la Rift Valley province), e ci siamo spostati nel campo.
Ci sono i lavoranti; Rodha e Rose, le figlie di Bet il pastore; Enok guida il trattore; tanti bimbi, ciascuno di noi con un grosso barattolo di semi, che andiamo a riempire dai sacchi al bordo del campo. Si semina. Mr. Bet in piedi in mezzo al campo sembra un antenna lui stesso ; tiene alta la radio, per riuscire a ricevere la stazione che sta leggendo l’interminabile e controversa lettura dei risultati elettorali. I commenti, ora preoccupati, ora ilari si intrecciano attraverso il campo; si urla, da un solco all’altro, per farsi sentire; i bimbi eccitati corrono a velocità impensabile, considerate le enormi zolle, e che alcuni sono scalzi, mentre altri indossano improbabili stivaloni da pioggia di taglia esagerata.
Vicoti, 15 anni con un passato di abbandono e violenza. Io imparo a seminare, lei che mi aiuta, l’italiano: "How do you say: I'll come to Italy soon?". Le traduco: "Verro’ presto in Italia" ma tu non lo puoi dire, penso. Del resto ho dei dubbi anche sulle mie reali possibilità di poterlo dire. Avrei il volo da Nairobi il tre gennaio, ma le strade sono troppo pericolose. Dovrebbe accompagnarmi Bet con il pick-up, ma è kipsigi, e a Nairobi la prevalenza è di kikuio. Anche ammesso di riuscire a superare un centinaio di chilometri di strada invasa da violenza, blocchi e macerie, arrivati alla fine della Rift Valley Bet rischierebbe la vita, e certo la macchina si trasformerebbe in una carcassa bruciata come le molte che vedro’. In ogni caso non abbiamo benzina.
Rachel, la moglie del pastore, supervisiona e partecipa alla semina. Le chiedo mentre i lavoranti aspramente inveiscono contro la lettura dei risultati delle sezioni elettorali della Rift Valley, "Rachel, perchè nel mezzo di questo caos siamo sparsi nel campo sotto il sole? E perchè seminiamo mais e fagioli assieme?" "Perchè sono una madre e devo pensare ai miei bimbi. Come te. E perchè mais e fagioli crescono meglio assieme".
E le persone no? Il Kenya ha sempre vissuto pacificamente la mescolanza delle proprie etnie. Per le donne africane il futuro è un incessante lavoro quotidiano. E la sapienza semplice. La combinazione di mais e fagioli assieme fissa l’azoto della terreno, impedendone l'impoverimento, e rendendo superfluo l'uso di pesticidi per controllare i parassiti. Per Rachel è semplicemente una cosa che faceva sua madre. La situazione comincia a precipitare: lo capisco dalla rabbia della gente che si raccoglie sotto un acacia in mezzo al campo, dove Mr. Bet con radio e cellulare cerca di capire come la crudele illusione della democrazia sia manipolata in questo momento dai potenti di turno.
Siamo tutti preoccupati. Eric, l’altro figlio del pastore, chiama da Kericho, zona di sterminate piantagioni di verdissimo te. Sono scoppiati I primi disordini: folla, violenza, la polizia spara, ci sono dei morti, negozi saccheggiati, autobus rovesciati e bruciati; lui è nascosto assieme ad altri che si sono barricati in un edificio. La gente comincia ad annusare l'inganno. Qui la rabbia si sfoga contro I kikuio e I Kisii, le due tribù che sostengono il presidente. Si comincia la distruzione dei negozi, delle case. E da Nairobi, il silenzio delle fonti ufficiali, il black out informativo. La gente dice che Odinga ha avuto la stragrande maggioranza dei voti, ma Kibaki intende giurare come presidente senza che la validità e regolarità delle elezioni venga verificata.
Torniamo tutti a casa, oltre i campi ; due amici kenyani, compagni d’università di Rose, ci raggiungono da Eldoret, la città col più alto numero di morti nei giorni successivi. Ci descrivono una situazione di caos, fuoco e violenza lungo tutta la strada : tutte le macchine e autobus vengono fermati : se per disavventura e incauta decisione tra gli occupanti si trovano Kisii o Kikuio, il mezzo viene bruciato, e la gente deve scappare. La mattina dopo c'è uno strano silenzio ovunque. Sospesa ogni trasmissione radiofonica e televisiva fino a nuovo ordine. Le ricariche per i cellulari sono introvabili, e le persone non riescono neppure più a chiamarsi da un capo all’altro del Kenya per capire cosa succede. In un ansia e panico crescente diventa chiaro che non è possibile comunicare, nè spostarsi. Il Kenya è in bilico. E mentre tutti trattengono il fiato, senza preavviso, riprendono le trasmissioni : Kibaki giura come presidente del Kenya e torna il blak out.
Tutto precipita : vicino alla scuola dove ci troviamo, i due centri principali della zona vengono dati alle fiamme. A Bomet l’esercito ha scaricato un reparto di forze speciali, si sente sparare, ci sono morti. A Litein bruciano case e negozi. Non chiudiamo occhio tutta notte. Si vedono i fuochi intorno, si sentono le urla della folla di giovani spostati che al di la delle ragioni politiche sfoga così la rabbia di un paese in cui l’ economia è in caduta libera e dove anche prima delle elezioni il futuro, per la maggioranza della gente, è un sogno sfuocato. "Tomorrow is only a dream" recitava l-adesivo sopra la testa del guidatore dell’autobus che qualche giorno fa i ha portato fin qui.
E di nuovo è buio, tutti assieme nella cucina col tetto di paglia. Sento urla poco lontane. "Cosa succede?" chiedo. "Sono i nostri vicini". Dall’altra parte del campo vedo le tonde capanne e le case di legno. "Stanno bruciando la casa di un Kisii, ha votato Kibaki. E quando hanno finito vanno a sgozzargli le capre". "Ma perché lo fanno? Vivete assieme!" Rose scuote la testa senza risposta.
"E loro dove sono?" "Se ne sono andati due giorni fa"
Anche io sono riuscita a scappare. Uso scappare, perché è una parola codarda, e codarda mi sono sentita. Uso scappare perchè ho deciso di farlo quando hanno cominciato a sparare davanti alla casa, oltre gli alti eucalipti, mentre un autobus di Kisii veniva fermato, bruciato, e tutti venivano fatti scendere. Uso scappare perchè ho potuto farlo solo grazie a Bet, che ha usato per me l’ultima benzina rimasta, e con un pik up carico di sette soldati armati mi ha permesso di raggiungere Tenwek, un ospedale missionario americano a circa 15 km.
Abbiamo usato strade dell’interno, sconnesse, nascoste. E passandomi davanti agli occhi, nella sua normalità dal futuro incerto e drammatico, tutto si è velato di dolore: le case, il verde rigoglioso, i bimbi lungo la strada, gli sguardi delle donne, ignari e curiosi, gli asini lenti. Due bimbe, di non più di tre e due anni, al passaggio del pick up, sono scappate abbandonando al centro della strada una piccola tanica d’acqua che la grande portava sulla schiena, grazie ad una striscia di stoffa a fiori colorata. Il pick up ha dovuto frenare di colpo, e tutti abbiamo riso. Io ho pregato che questa potesse essere per lei l’ unica paura nelle prossime settimane o mesi.
Il giorno dopo, negoziando la protezione di una una macchina di scorta dell-esercito, io e la famiglia di un radiologo americano, siamo riusciti a salire su un volo di emergenza della Missionary Aviation Fellowship (un particolare ramo di missionari protestanti che svolgono il loro ministero appoggiando con i propri aerei le missioni evangeliche dell-East Africa). Lungo la strada verso la pista polverosa e sconnessa, cisterne della benzina bruciate, pietre e tronchi di traverso sulla strada ; i resti di decine e decine di fuochi sull’asfalto e di edifici fumanti.
Sento di avere tradito i miei amici, lasciandoli; da Nairobi mando loro richariche per il cellulare, per dar loro la possibilità di fare almeno chiamate di emergenza. Non posso fare altro, e tenerli informati Mi dicono che è finito zucchero, farina, uova ; Gordon Brown oggi ha parlato con entrambi i leader invidandoli ad una dichiarazione congiunta che fermi la violenza. Ieri ad eldoret è bruciata la chiesa. Sono morti sopratutto donne e bambini. Con gli stessi sorrisi dei bimbi che domenica cantavano allegri nella chiesa de legno del villaggio vicino a noi. Ho il cuore pesante e solo domande.
Ho telefonato a Bet poco fa. Gli ho chiesto "Cosa fate ora?"
"Ora seminiamo, senza il trattore. Kasi Iendelee" Mi dice, ridendo amaramente.
In Swahili "Il lavoro continua", è lo slogan dell’avversario, Kibaki.
Ringrazio Mr. Bet e la sua famiglia per quello che hanno fatto per me. E spero che qualcuno possa fare qualcosa per loro e per il Kenya.


© per il testo: Elena Zaccherini, estense.com
  per l'immagine: fonte BBC    

postato da: Masso57 alle ore 13:38 | Permalink | commenti (2)
Commenti
#1   12 Febbraio 2008 - 15:25
 
ciao, sono l'elena di cui ha pubblicato la lettera. Ne ho scritta una seconda che aggiorna sulla situazione; te la mando.

anche se non so chi sei...può essere utile alla causa dei bimbi che seguiamo.

ciao
Cari amici,

vi ho coinvolto circa un mese fa con la lettera spedita da Nairobi, nella quale raccontavo le violenze e la paura dei primi giorni immediatamente dopo le elezioni in Kenya. La Casa di Laura infatti (la casa per bimbi orfani che da anni sosteniamo in Kenya, e presso la quale ero andata a trascorrere le vacanze di Natale) si trova proprio nella Rift Valley, la regione più critica dal punto di vista delle tensioni e delle violenze.

Da allora sono in contatto quasi quotidiano con Mr. Bet, che mi descrive un altalenare di giornate calme – vissute col fiato sospeso e che non permettono comunque la ripresa della vita normale – e giornate di violenza e di paura.

Purtroppo niente migliora, e dopo un mese dalle elezioni e dall'inizio dei disordini le difficoltà aumentano. La situazione della sicurezza è sempre molto precaria: le fonti migliori per sapere cosa accade sono la MISNA (www.misna.org) , agenzia missionaria internazionale, molto qualificata e attendibile; il blog di Padre Kizito (http://kizito.blogsite.org/), e Unimondo (con articoli soprattutto in inglese http://unimondo.org.) Vi allego a questa mail un articolo di MISNA, che riassume in maniera abbastanza equilibrata, la situazione del Kenya.

Anche negli ultimi giorni i disordini e le violenze sono tornati a crescere, nonostante il procedere dei negoziati e gli annunci più o meno ottimistici del reale successo degli stessi. Lo stallo politico continua, e sempre più diffuse sono le prove che i gruppi che uccidono e bruciano case e mezzi sono pagati e guidati da qualcuno. Tariffario: 30 € per un kikuio, 20€ per una casa bruciata.
L'esito di tutto ciò è un paese destabilizzato, dove i beni primari costano anche 5 volte tanto, e dove nessuno più esce di casa o osa mandare i bimbi a scuola. Mi diceva Bet che moltissimi negozi hanno chiuso definitivamente, e che sarà difficile ricostruire il tessuto sociale di pacifica convivenza che da sempre aveva caratterizzato un paese con più di 50 etnie.

Pochi giorni fa per la prima volta da sette anni a questa parte Bet ha chiamato me e Alessandra Fornisano (volontaria dell'associazione di clown che già due volte è stata da lui) chiedendo fondi di emergenza: 1.500 euro per cibo.

Ha buone scorte, ma non di tutto (prevalentemente mais, il suo raccolto; deve invece comprare fagioli, zucchero, olio, patate, frutta, beni che scarseggiano ovunque), e adesso che ha riaperto la scuola gli orfani sono tutti rientrati da lui dopo le vacanze di natale: significa nutrire circa 200 bimbi tutti i giorni (orfani e frequentanti della scuola). Tra l’altro, le rette che normalmente pagano i bimbi dei villaggi vicini per frequentare la Mosop prevalentemente non sono arrivate: le famiglie –in una economia molto semplice di sussistenza – aspettano le vacanze di Natale, per fare qualche piccolo affare (vendere latte, piretro, vasellame, uova) per racimolare i soldi necessari della retta. Ma i disordini hanno letteralmente bloccato il Kenya da un mese a questa parte (niente benzina, trasporti, comunicazioni) e quasi nessuno è riuscito a muoversi e concludere qualcosa. Pochi escono dal proprio piccolo pezzo di terra.

Bet mi ha menzionato anche un suo pensiero: il bisogno di riparare l'autobus della scuola (1.500 euro circa), discorso serio e che mi impressiona. Come penso vi ricordiate, nel momento in cui i disordini erano stati più pericolosi, ovverosia avevano cominciato a sparare di fronte alla Casa di Laura, Bet mi ha letteralmente portato in salvo con una scorta armata all'ospedale missionario di Tenwek, a circa 20-25 km di distanza, per strade interne poco conosciute ed in disuso, ma sicure, usando un pick up che gli ha donato l'ospedale stesso. Su questo pick up possono stare stipate (all’africana) non più di 20 persone; quello che mi dice ora è che vorrebbe esser in grado di fare lo stesso con tutti i bimbi nel caso di un pericolo serio alla scuola o alla casa, e per questo gli serve l'autobus. Notare che il pick up ce l'ha e funziona, ma con quello scappa solo lui; è preoccupato per i bimbi…e devo dire che il giorno che sparavano, vedere come li spingeva tutti a correre piccini dentro la guest house e a chiudersi al piano di sopra ancora mi stringe di angoscia il cuore.

E' un vecchio autobus della scuola, che giace in attesa di riparazioni da oltre un anno, e che ho visto parcheggiato proprio di fronte alla casa. Bet non ce l’aveva mai indicato come priorità perché giustamente pensava che quando avesse avuto i fondi se lo sarebbe fatto riparare da solo. Adesso pensa che se la situazione di instabilità persiste nel Kenya, ci potrebbero essere pericoli seri anche per i bimbi; una situazione nella quale né polizia né esercito riescono a mantenere il controllo è potenzialmente molto pericolosa, evolve di ora in ora, e la Mosop potrebbe essere oggetto di attacchi, se non intenzionali, sicuramente perché è risaputo che ha depositi di cibo, attrezzature e materiali. E' anche vero che accetta bimbi di tutte le comunità (ha con lui kisii, luo, masai..), ma più che un attacco simbolico teme un attacco strumentale, o il pericolo diffuso, per il quale potrebbe essere saggio provare a rifugiare i bimbi presso gli americani dell'ospedale.

Una circostanza del genere si è verificata la notte di venerdì.

Per un attacco di tifo Bet si era recato giovedì scorso a Kericho (città bellissima al tempo dei coloni inglesi, al centro di infinite piantagioni di te…. che oggi concentra migliaia di raccoglitori, provenienti da tutto il kenya, che di poco migliorano la loro condizione di senza terra e senza speranza, in baraccopoli di proprietà delle multinazionali più simili a lager che altro…), dove è rimasto coinvolto negli scontri violenti che sono esplosi nella città. L’innesco è stato l’omicidio del locale parlamentare neo-eletto alle elezioni di dicembre, kipsigi, ad opera di un poliziotto kisii.
Diffusasi la notizia la città è esplosa, e Bet è dovuto scappare come molti altri, pagando i dimostranti per poter passare i molti blocchi stradali organizzati, con copertoni bruciati e ogni materiale adatto ad intralciare la strada (alberi, cartelloni pubblicitari, cabine del telefono). Lo stesso giorno, che era iniziato come giorno di calma, il trattore era uscito per alcuni lavori (grazie ad un contratto di noleggio stipulato a Sotik - è periodo di semina), ma a causa degli scontri cominciati poche ore dopo, l'autista è stato bloccato, e costretto con la forza ad unirsi ai dimostranti. Bet è riuscito ad arrivare a casa la sera stessa, ma autista del trattore, e trattore sono rientrati solo il giorno dopo.

Venerdì notte poi la situazione è precipitata, poichè gli scontri di Kericho, tra Kisii e Kipsigis sono dilagati in modo molto violento fino a Litein e Sotik, a circa 12 km dalla Mosop. Come durante gli scontri verificatisi a Bomet mentre mi trovavo alla Mosop, il governo ha inviato due elicotteri di soldati e polizia, e ci sono stati violenze e molti morti. La polizia all’imbrunire ha percorso la strada che da Litein arriva a Bomet (che passa davanti alla Mosop) consigliando alla gente di non dormire nelle case, e col buio e l'avvicinarsi di fuoco, gruppi di saccheggiatori e spari, Bet, bimbi e famiglia, sono scappati nel bush, dove sono rimasti nascosti fino verso le due di notte. Pare che la battaglia sia finita con diversi morti.

Noi siamo molto in apprensione, e cerchiamo di fare quanto possibile.
Grazie ai fondi raccolti sotto natale, e ad un nuovo aiuto della fondazione Aiutare i Bambini, siamo riusciti ad inviare 5.500 euro, che verranno utilizzati, per cibo, autobus, e un minimo di fondo di emergenza. La nostra preoccupazione sono Bet e i bimbi, e riuscire a garantirgli per quanto possibile il sostegno da casa.

Per questo stiamo per completare alcuni progetti che perseguono sempre di più l’autosostenibilità della Casa di Laura, anche se per definizione, una casa d’accoglienza che segue più di 100 bimbi è un pozzo di necessità. Ma proprio per questo tanto più ammiriamo le capacità e i risultati ottenuti da Bet. Speriamo, anche con il vostro aiuto, di riuscire a fare altrettanto.

Oltre alla fondazione Aiutare i Bambini, in queste settimane abbiamo contattato anche altre associazioni, che potrebbero essere interessate a considerare qualche micro-realizzazione; altri amici poi hanno sentito alcune aziende.
Nel nostro piccolo stiamo riuscendo a muovere molto attorno alla Mosop; forse perchè non ci è capitato altre volte di avere veri amici che avessero tanta paura.



Utilizzo dei fondi di emergenza inviati a fine gennaio alla Mosop:

Si tratta di 5.500 €, che verranno utilizzati come segue:
1.600,00€ per coprire le immediate necessità di cibo
1.500,00 € per le riparazioni dell’autobus
1.400,00 € costruzione recinto, mangiatoia e riparo per mucche da latte
1.000,00 € fondo di emergenza


L’ultima settimana di gennaio Mr. Bet ha chiamato alcuni volontari, per la prima volta in sette anni segnalando una situazione di emergenza e il bisogno immediato di fondi. Per l’affidabilità che ha sempre dimostrato, e poiché la volontaria che ha passato presso la Mosop due settimane a cavallo delle elezioni ha potuto rendersi conto personalmente della situazione, si ritenuto di inviare subito 2.500 € (quasi il totale dei fondi disponibili presso vari volontari che hanno fatto raccolta fondi a Natale) , e di segnalare il caso alla...
utente anonimo

#2   27 Febbraio 2008 - 07:12
 
Elena, grazie della preziosissima testimonianza. Appena trovo un po' di tempo, cercherò di dare -nei limiti del mio poco possibile- una diffusione più ampia a questa tua testimonianza, preziosissima per tutto, compresa la partecipazione emotiva che di sicuro tu vivi e riesci a trasmettere.
Una richiesta: dato che nel commento lo spazio è limitato, è sparita l'ultima parte: se per cortesia puoi aggiungerla, interesserebbe moltissimo sia a me, sia ai (pochi ma attentissimi) lettori di questo spazio.
Ti ringrazio in anticipo e....bravissima, continua così.
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