venerdì, 31 marzo 2006
Appello per modificare la Gasparri e introdurre maggiore concorrenza nella televisione

Riporto l’appello, che condivido e sottoscrivo, della rivista Formiche (di area UDC) per modificare la legge Gasparri e garantire una maggiore concorrenza nel campo televisivo per spezzare il duopolio RAI-Mediaset.

Fra i primi firmatari
- Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni,
- Gustavo Piga, docente di Economia, Università di Roma di Tor Vergata,
- Giuseppe Pennisi, docente di Economia, scuola superiore della pubblica amministrazione.

Tv e libero mercato: la rivoluzione passa per la concorrenza
In Italia c'è abbastanza pluralismo televisivo? Esiste un settore meno protetto di quello televisivo?
Temiamo di no. Non pensiamo che la questione riguardi il conflitto d'interessi. Anzi, riteniamo che bene abbia fatto questa maggioranza a varare un provvedimento sul quale c'era, almeno inizialmente, un'intesa con l'opposizione. Sarebbe insensato prevedere una ritorsione legislativa nel caso in cui vincesse il centrosinistra.
Il tema del pluralismo però rimane.
Esiste da prima che il fondatore del più importante gruppo televisivo privato italiano scendesse nell'arena politica ma non è stato affatto risolto dalla legge 'Gasparri'.
L'espediente del digitale si è rivelato inefficace (ha riprodotto il duopolio in una versione tecnologicamente più innovativa), la diffusione del satellite (dove vanno affermandosi realtà indipendenti di ottimo livello) è stata di fatto bloccata o rallentata, la crescita delle tv locali più importanti (quattro o cinque davvero significative) limitata. Nel frattempo, il mercato evolve nel senso della tv digitale mobile (quella sui telefonini, per intenderci) ed i grandi gruppi editoriali manifestano l'interesse di crescere proprio sulla tv.

Se le condizioni legislative lo consentissero in tempi relativamente rapidi potremmo avere una piccola ma significativa 'rivoluzione del telecomando'. Si tratta quindi di intervenire per modificare nel profondo la legge Gasparri. Non per punire l'attuale presidente del Consiglio e capo di Mediaset ma per introdurre, anche in questo settore, maggiore concorrenza. Meno protezionismo e più libertà economica: questo il nostro suggerimento per entrambi i Poli.

    Paolo Messa - Formiche

    Per informazioni e adesioni:
    info@formiche.net

(Appello sul Il Riformista del 29 marzo 2006)
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martedì, 28 marzo 2006



Uno dei tormentoni di questi giorni è che "con la Sinistra aumenteranno le tasse"; che "noi non abbiamo mai messo le mani in tasca agli italiani", ed altre simili amenità.

Puttanate!

Vediamo cosa è successo in questi ultimi cinque anni di governo delle destre.

Riassumendo in sintesi estrema:  LE VARIAZIONI DI IVA E ACCISE SUI CARBURANTI DAL 2001 AL 2005 HANNO DETERMINATO FORTI AUMENTI DELLA TASSAZIONE NAZIONALE

Analizzando alcuni semplici dati, vediamo quanto dobbiamo, noi tutti, pagare in più di tasse all’anno a causa delle variazioni avvenute dal 2001 al 2005 su due importanti consumi quali la benzina ed il gasolio da autotrazione.

Le "tasse" sulla benzina sono l’accisa (imposta di fabbricazione) e l’ IVA.
 

dal 2001 al 2005  l’accisa è passata da 52.3 centesimi a 56.3 cent. al litro;l’IVA da 17.5 centesimi a 20.9 al litro.

La variazione in più è quindi pari a 7,4 centesimi al litro: il consumo annuo (2005) è stato pari a 21 miliardi di litri.

Quindi, la maggiore imposizione ha portato ad un prelievo forzoso di 1,554  miliardi di euro/annuo (tremila miliardi del vecchio conio...)

Per il gasolio da autotrazione, invece, l’accisa è passata da 38.5 centesimi a 41,3 centesimi al litro e l’IVA da 14,4 cent a 18,4 cent al litro di carburante, con un aumento complessivo di 6,8 centesimi al litro.
Essendo il consumo di 25 miliardi di litri all’anno, siamo a 1,700 miliardi di euro/ annuo.

Il totale dell’aumento delle tasse di benzina e gasolio all’anno è quindi di 3,254 miliardi di euro (oltre 6mila miliardi del vecchio conio l'anno) che vengono incamerati dallo Stato con una ricaduta negativa sulle famiglie pari a 156 euro all’anno.
Ovviamente, gravando in misura maggiore sui redditi più bassi, dato che si tratta di imposte indirette.

NON MALE, PER CHI SI VANTA DI NON AVER MAI MESSO LE MANI IN TASCA AGLI ITALIANI!!!
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mercoledì, 22 marzo 2006
BERLUSCONI INGRATO CON I VERTICI INPS

Roma – venerdì, 17 marzo 2006

Forza Italia, sul proprio portale internet elettorale "motoreazzurro.it", accusa l’INPS di incapacità e cattiva volontà nell’applicazione dell’Art.38 della Legge 448/2001, che ha previsto l’incremento al milione di vecchie lire delle pensioni minime, cavallo di battaglia del premier nel cosiddetto "contratto con gli italiani".
Nell’articolo del 15 marzo, gli azzurri di Berlusconi affermano che, in base all’analisi delle dichiarazioni dei redditi del 2004 effettuata dall’INPS, circa 500mila pensionati avrebbero diritto al beneficio introdotto dalla Legge 448/2001, mentre l’Ente previdenziale ha sbloccato l’aumento "solo!" a 58mila pensionati, comunicando agli stessi che a partire dal prossimo mese di aprile sarà disponibile l’importo aggiornato della pensione insieme agli arretrati maturati.
In sostanza l’INPS, secondo gli azzurri, avrebbe remato contro il governo, mostrando inadeguatezza ed inefficienza.
E’ vero il contrario.
Già nel 2002, nella prima fase di applicazione della legge, l’Istituto previdenziale, su evidenti pressioni governative, aggiornò al "milione" molte pensioni che, ad un successivo controllo, persero tale beneficio.

Ancora oggi, le affermazioni riportate su "motoreazzurro.it" lasciano intuire forti pressioni esercitate dal governo, soprattutto da Forza Italia, nei confronti dei vertici INPS, o di alcuni in particolare, per favorire l’erogazione dell’aumento senza particolari verifiche, riservando ad una fase successiva, ad urne elettorali chiuse, un maggiore controllo sull’effettivo diritto all’adeguamento al "milione". Una vera operazione di propaganda politica, alla quale qualcuno, dentro l’Istituto di previdenza, si è in qualche modo prestato.
Non si spiegherebbe altrimenti l’invio del messaggio n. 6080 del 28 febbraio scorso, a firma del Direttore Generale Vittorio Crecco e non del Direttore Centrale delle Prestazioni, nel quale si comunica l’attribuzione d’ufficio dell’incremento pensionistico e si dispone il controllo da parte delle Sedi per il rilascio degli arretrati maturati.
Pagamenti un po’ troppo a cuor leggero, dal momento che dalle Sedi INPS molti lavoratori segnalano numerosi casi di pensionati che non hanno diritto all’incremento, oppure lo maturano in data diversa da quella disposta d’ufficio (gennaio 2004), con la conseguenza che si rende necessario l’immediato blocco del pagamento degli arretrati, anche se l’adeguamento dell’assegno pensionistico ormai è in vigore.
Da prime notizie, sembrerebbe che addirittura il 50% delle 58mila integrazioni disposte saranno successivamente annullate, con un negativo ritorno d’immagine per l’Istituto previdenziale, ma, soprattutto, con pagamenti indebiti che difficilmente saranno recuperati, dal momento che sono stati disposti d’ufficio.
Cosa sarebbe accaduto se l’INPS avesse provveduto agli adeguamenti per le 500mila pensioni, come richiesto a gran voce da Forza Italia?
Nel frattempo, anche per gli italiani residenti all’estero (visto che quest’anno votano) sono stati liberati nei giorni scorsi circa 4mila adeguamenti delle pensioni al "milione".
Inoltre, dopo alcuni anni in cui non si è proceduto d’ufficio al recupero degli indebiti su pensione, soltanto il 13 marzo scorso, con messaggio n. 7906, a ridosso delle elezioni politiche, è partita la procedura per l’attuazione del Piano di recupero, che avrà un effetto pratico non prima di maggio, quando ormai gli italiani avranno deciso con il proprio voto la prossima coalizione di governo.
E’ evidente, quindi, l’ingratitudine del premier nei confronti dei vertici dell’INPS che, ad una lettura comparata di scelte e tempi di attuazione, non si può dire non siano andati in soccorso dell’attuale governo.
L’INPS, al contrario, ha bisogno di vertici che sappiano rivendicare e difendere la reale autonomia dell’Ente.
L’INPS ha bisogno di dignità, non di essere trascinato in miserabili battaglie elettorali.

                                                                    RdB CUB P.I. Inps
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lunedì, 20 marzo 2006
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giovedì, 16 marzo 2006
Sul sito del partito del Presidente del Consiglio in carica si legge, ad un certo punto, questa frase;
"Spegnere i lampioni o fermare gli spreconi?    Dopo la presentazione della legge finanziaria per il 2006, la sinistra ha iniziato la solita serie di lamenti sui tagli imposti agli enti locali e la conseguente riduzione di servizi per i cittadini. Eppure le giunte giudate dall'Unione si segnalano per sprechi e spese inutili (consulenze superflue, auto blu, feste e concerte gratuiti ma in realtà pagati dalla comunità, viaggi e sedi all'estero, ecc.) che sono il vero bersaglio della nostra finanziaria. Aiutaci a fermare gli spreconi.!"

(da sprechirossi.it)

Va bene, aiutiamoli.
Magari partendo da questa notizia letta su Repubblica (anche versione online).
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Il progetto è partito due anni fa per rilanciare il settore.Intanto la concorrenza internazionale si fa più agguerrita
Turismo online, 45 milioni di euro per il sito internet che non esiste
Il portale nazionale del turismo è stato annunciato da tempo dal ministro Stanca, ma non è ancora possibile accedervi

di GIANVITO LO VECCHIO
ROMA - Quarantacinque milioni di euro per un sito internet. È "Italia.it", il portale nazionale del turismo. "Un portale nato per promuovere l'offerta turistica via internet e il patrimonio culturale, ambientale e agroalimentare italiani", dice l'opuscolo del governo "L'innovazione digitale per le famiglie". Voluto dal ministro per l'Innovazione Lucio Stanca e accompagnato da una lettera di Berlusconi, il libretto è stato distribuito a fine gennaio a 16 milioni di famiglie: una cinquantina di pagine per annunciare i nuovi servizi e strumenti tecnologici a disposizione dei cittadini. A pagina 36 si parla del portale nazionale del turismo, che "utilizza un programma interattivo per organizzare e programmare il viaggio". Peccato che questo portale ancora non c'è.

Il sito fantasma. Se si digita l'indirizzo www.italia.it, sullo schermo appare una finestrella che chiede all'utente uno username e una password d'accesso. Quali siano non si sa. All'aspirante turista non resta quindi che cercare altrove. Eppure il 9 marzo il ministro per l'Innovazione, Lucio Stanca, ha firmato un decreto che dispone uno stanziamento di 21 milioni di euro "per l'ulteriore evoluzione del portale nazionale del turismo". Sono risorse destinate alle amministrazioni regionali per la creazione e lo sviluppo dei contenuti digitali. Nei prossimi dodici mesi, le Regioni potranno così inserire nel sito le informazioni turistiche di loro competenza, più specifiche e dettagliate. "Ulteriore evoluzione", dunque. Al momento, però, non è possibile accedere nemmeno alle informazioni di base. E sono passati due anni dall'avvio del costoso progetto "Scegli Italia".
Una montagna di soldi. Il progetto di un sito internet per il turismo è nato il 16 marzo 2004, quando il comitato dei ministri per la Società dell'Informazione ha deciso lo stanziamento di 45 milioni di euro per creare Italia.it.
Venti milioni sono stati previsti per realizzare la piattaforma digitale, acquisire i primi contenuti e promuovere il sito in tutto il mondo. Altri 25 milioni sarebbero serviti poi per arricchire i contenuti con progetti co-finanziati dalle Regioni, in collaborazione con le associazioni di categoria. Italia.it avrebbe dovuto rilanciare l'offerta turistica, convogliare le prenotazioni e "ridare competitività alla principale industria del paese" (che rappresenta il 12 per cento del Pil). Obiettivo ambizioso, in un paese in cui solo il 5 per cento delle strutture ricettive è presente su internet, contro il 35 per cento della media europea. Per il governo era necessario "portare l'Italia al livello dei maggiori paesi europei", e bisognava farlo al più presto. Per questo, il portale doveva essere attivo nel giro di due anni.
Tutto pronto, o quasi. Lo scorso dicembre l'amministratore delegato di Innovazione Italia, Roberto Falavolti, annunciava che "entro gennaio 2006 potrebbe essere online la prima versione del sito in due o tre lingue, con contenuti limitati".
Innovazione Italia è una S. p. A. pubblica, una sorta di braccio operativo del Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie, guidato dal ministro Stanca. La società ha seguito lo sviluppo del progetto "Scegli Italia" e a luglio '05 ha assegnato l'appalto da otto milioni di euro per la realizzazione di Italia. it a un consorzio di tre aziende (Tiscover, Ibm, Its). La prima versione del sito avrebbe dovuto essere consegnata a ottobre.
"La piattaforma digitale è stata ultimata, anche se il consorzio continuerà a lavorarci fino a luglio '07 - spiega oggi Falavolti - Ora spetta al ministro Stanca stabilire quando presentare il portale. Una decisione che sarà presa dopo aver sentito il parere del Comitato nazionale per il turismo (un organo insediatosi a novembre '05, composto da ministeri, Regioni e associazioni di categoria, ndr)". Ma quando sarà attivo Italia.it? "Una prima versione in italiano sarà pronta a breve, ma non saprei indicare con precisione una data". Per i turisti, dunque, ci sarà ancora da attendere. Eppure il 9 marzo il ministro per l'Innovazione ha annunciato che "finalmente anche l'Italia ha un portale nazionale che le consenta di competere con i grandi portali turistici, come quelli dei nostri principali concorrenti in Europa, ossia Francia e Spagna".
E gli altri non stanno a guardare. Francia e Spagna sono i paesi che ci hanno tolto il primato nel settore. Un sorpasso agevolato anche dalla qualità dei servizi offerti via internet ai viaggiatori. Franceguide. com e Spain-info. com sono ormai due portali di riferimento per il marketing turistico internazionale. Ma dal Canada alla Grecia, dalla Norvegia all'Australia, sono sempre più numerosi i paesi che si sono attrezzati per attirare visitatori attraverso la Rete. Se si parla di internet, infatti, nel mondo il turismo vale circa un terzo dell'E-Commerce globale, con un ritmo di crescita del 30 per cento all'anno.
In Italia intanto, la stagione delle vacanze si avvicina, ma la vetrina digitale del paese è ancora "in fase di allestimento".

(15 marzo 2006)
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martedì, 14 marzo 2006

I due tempi dello spoils system


  di Gx
13 mar 06
Mani libere all'inizio della legislatura e blindatura delle nomine alla fine.


I governi passano, l’amministrazione resta. Con il governo di centrodestra l’intero assetto della dirigenza pubblica ha cambiato faccia: avanzamenti di carriera pilotati e incarichi a “esterni” a go-go nella prima parte della legislatura, stabilizzazioni ex lege dei dirigenti “di fiducia” nella seconda. Vuoi vedere che alla fine lo spoil system è solo la punta dell’iceberg?


Nel corso degli ultimi cinque anni la dirigenza pubblica italiana è stata al centro delle attenzioni della maggioranza di centrodestra.

La legge 145 del 2002 (legge Frattini) ha abolito la durata minima degli incarichi per i dirigenti di prima e seconda fascia. Però, in questa come in tante altre circostanze, nel giugno 2005 si è registrato un ripensamento (art. 14-sexies del dl 115/2005) e la durata minima è stata reintrodotta. Fin troppo palesi gli effetti pratici di una simile scelta: all’inizio della legislatura gli incarichi affidati dal precedente governo di centrosinistra sono stati potenzialmente “precarizzati”. Alla fine della legislatura gli incarichi affidati dal governo di centrodestra in carica sono stati invece “stabilizzati”. E dureranno al-meno tre anni.


L’assetto ante legge Frattini già prevedeva la possibilità, per ciascuna amministrazione, di conferire a tempo determinato incarichi dirigenziali a personale esterno alla pubblica amministrazione entro il limite del 5% del totale. La legge Frattini ha elevato questa quota dal 5% al 10% per la prima fascia e dal 5% all’8% per la seconda. Inoltre, gli incarichi dirigenziali dei ministeri ora possono essere conferiti anche a dirigenti non appartenenti ai ruoli delle amministrazioni statali, purché dipendenti di altre amministrazioni pubbliche, nei limiti del 10% della dotazione organica dei dirigenti di prima fascia e del 5% per i dirigenti di seconda fascia. Al momento della e-stensione di tali quote, all’inizio della legislatura, non era stata prevista una durata minima nemmeno per gli incarichi attribuiti ad “estranei”. Anche in questo caso, solo alla fine del quinquennio è stata introdotta dal centrodestra una durata minima triennale, evidentemente in vista del temuto cambio di maggioranza parlamentare (dl 4/2006, art. 15).


Il primo obiettivo del governo Berlusconi, come è evidente, è stato quello di precarizzare le posizioni dei dirigenti interni, per renderli più docili, e di immettere nella pubblica amministrazione dirigenti di propria fiducia, con contratti a tempo determinato. Successivamente, si è assistito a ripetuti tentativi di stabilizzazione nei loro ruoli il personale assunto o promosso su basi discrezionali. Oltre all’ampliamento gia citato della durata minima degli incarichi, attraverso un emendamento di maggioranza dal quale il governo Berlusconi si è dissociato formalmente, è stato ridotto da cinque a tre anni il periodo necessario ai dirigenti “a  contratto” per rimanere, in pianta stabile, nei ruoli della PA. In sostanza, oggi il governo può affidare un incarico dirigenziale ad un esterno di sua fiducia e poi trasformare, nel corso di una sola legislatura, senza passare nemmeno per un rinnovo, l’incaricato in un dirigente a vita. Le conseguenze di quest’azione “riformatrice” sulla dirigenza pubblica? Più costi per la PA e soprattutto ripercussioni sulla trasparenza dell’azione amministrativa, le competenze professionali, la capacità di raggiungere gli obiettivi. Il tutto con buona pace dell’intero sistema di valutazione che, così compromesso, rischia di trasformarsi in un canale, del tutto improprio, di finanziamento della politica, lasciando in eredità ai governi futuri i fiduciari dei governi precedenti, a spese del contribuente.

 
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venerdì, 10 marzo 2006


Se avete un collegamento veloce (ADSL et similia) questo è il quarto d'ora più imbarazzante degli ultimi cinque anni.
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lunedì, 06 marzo 2006
Roma, domenica 30 agosto del 1970, via Puccini n.9.
Il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, quarantatré anni, abbatte con un fucile da caccia la moglie Anna Fallarino, quarantun anni, e lo studente Massimo Minorenti, venticinque anni, suo amante; quindi si suicida.
Chi dei due coniugi è morto per ultimo?
Da un respiro dipende la destinazione dell'eredità (i giornali dell’epoca parlano di quattrocento miliardi di lire; per farci un’idea, una Fiat 128 si porta a casa con 970mila lire…) che comprende anche una sontuosa villa in Brianza, presso Arcore.
Se per ultima fosse morta Anna Fallarino, sua sorella e i genitori erediterebbero la loro parte.
Se per ultimo fosse morto invece il marchese, erediterebbe tutto la marchesina Annamaria, nata nel 1951 dal primo matrimonio con Letizia Izzo.
La sorella di Anna Fallarino è una buona conoscente di un giovane avvocato, Cesare Previti ; a lui l’incarico di patrocinare gli interessi dei Fallarino. 
Le perizie medico-legali stabiliscono che l'ultimo a morire è stato il marchese, e di conseguenza tutto andrà alla giovane figlia Annamaria.
Ma Previti non esce per questo di scena. "Benché disponga del mandato per la tutela dei Fallarino", si propone alla marchesina Annamaria, che ne accetta l'assistenza legale.
C'è un problema però: Annamaria ha diciannove anni, quindi, per la legge dell'epoca,  è minorenne.
Il Tribunale dei minori l'affida, lei consenziente, a un vecchio amico dei Casati, l'avvocato Giorgio Bergamasco, senatore liberale. Bergamasco tutore, Previti pro-tutore.

Sarà la sua rovina.

Sconvolta dalla tragedia, braccata dai giornalisti, Annamaria lascia l'Italia (vivrà stabilmente a Brasilia). Il 26 giugno 1971 il tutore Bergamasco, buon tributarista, presenta all'Ufficio delle imposte la denuncia di successione, inventario analitico dei beni ereditati dalla marchesina minorenne: valore dichiarato, compresi liquidi, titoli azionari, mobili e gioielli, 2 miliardi 403 milioni; che si riducono a un miliardo 965 milioni tolti i debiti, le tasse e le imposte da pagare. Compiuti i ventun anni il 22 maggio 1972, l'ereditiera è libera ormai di occuparsi delle proprie cosa da sé; ma per la difficoltà obiettiva di amministrare il patrimonio in Italia da Brasilia, crede di trovare una soluzione nominando il 27 settembre 1972 procuratore generale, "rimossa ogni limitazione di mandato", l'ex-tutore Bergamasco. L'ex-pro tutore Previti resta suo avvocato. Gli si rivolge nell'autunno del 1973 incaricandolo di vendere la villa di Arcore, "con espressa esclusione degli arredi, della pinacoteca, della biblioteca e delle circostanti proprietà terriere". Il compratore è presto trovato.
In una telefonata a Brasilia, Previti annunzia trionfante, e confidando nell'esultanza della marchesina, il nome dell'acquirente, il magnate Silvio Berlusconi: il prezzo? Un affarone.
Magari più per chi compra, che per chi vende: 500 milioni per una villa settecentesca di 3 mila 500 metri quadri, completa, in difformità dall'incarico, di pinacoteca con tele del Quattrocento e del Cinquecento, di biblioteca con diecimila volumi antichi e d'un parco immenso. Il valore di un comune appartamento nel centro di Milano.
Un raggiro; tanto più che Berlusconi dilazionerà il pagamento negli anni, e le tasse continua a pagarle la marchesina.

Vediamo perchè (è dura da seguire...).
Il 4 maggio 1977 è costituita a Roma l'Immobiliare Idra, della galassia berlusconiana. Entrano nel collegio sindacale Umberto Previti e, sino al 28 giugno 1979, il figlio Cesare. Alla Immobiliare Idra sarà intestata la villa di Arcore. "Previti è sì l'avvocato di fiducia della venditrice marchesina Casati Stampa, ma, al tempo stesso, e all'insaputa della sua assistita, ha diretti interessi nel gruppo berlusconiano".  L'atto pubblico di vendita innanzi a notaio è sottoscritto sei anni dopo la cessione, il 2 ottobre 1980. Rappresenta Annamaria, parte venditrice, il procuratore generale Bergamasco; rappresenta l'Immobiliare Idra, parte acquirente, il suo amministratore unico, Giovanni Dal Santo, commercialista prestanome.
Infatti, Il 21 marzo 1979, primo giorno di primavera, avviene un’operazione che ha per protagonista Dal Santo. La società Coriasco, controllata dalla fiduciaria Saf su mandato di Luigi Foscale (zio di SB, forse quello che gli portava Playboy dagli Staes?), attua un aumento di capitale di 2 miliardi di lire. La transazione avviene, anche questa volta, «franco valuta»: quel giorno è Dal Santo che, con una telefonata, dà ordine alla Saf di sottoscrivere l’aumento di capitale e fa pervenire alla fiduciaria (come risulta dagli appunti rintracciati nella sede della Saf) 2 miliardi in contanti, che poi vengono versati alla Cariplo e alla Banca Popolare di Novara, in cambio di due assegni circolari per 2 miliardi. La Saf li gira alla Coriasco, che così ufficialmente ha aumentato il suo capitale attraverso l’ingresso di due assegni, anche se in realtà l’operazione è avvenuta per contanti: Dal Santo, il primo giorno di primavera del 1979, attraverso Coriasco ha riciclato 2 miliardi di lire di cui si ignora la provenienza .
Il 29 giugno 1979 nelle Holding entrano 6 miliardi, per l’aumento di capitale delle Holding 1-6. Arrivano da due fonti: 4,8 miliardi da un soggetto non identificato; e 1,2 miliardi dalla Fiduciaria Padana (una società riconducibile al gruppo Berlusconi) che li riceve da Fininvest Roma in cambio di tre società fiduciariamente gestite da Riccardo Maltempo (un prestanome che lavorava in un’officina meccanica) e rappresentate da Giovanni Dal Santo.
Il 4 ottobre 1979 scatta l’operazione Ponte: arrivano 11 miliardi alle Holding 7-17, come prestito obbligazionario. I soldi partono dalla Ponte srl, passano per Saf, Holding 7-17, Fininvest, Italiana Centro Ingrosso srl, e con cinque giroconti ritornano alla società Ponte, rappresentata da Enrico Porrà, un invalido di 75 anni colpito da ictus.
Porrà risulta essere il titolare di altre sei o sette società, tra cui la Palina srl, una società fondata il 19 ottobre 1979 da lui e da Adriana Maranelli, una colf emiliana: altri prestanome... Porrà, quando c’è da firmare qualche documento, va dal notaio su una carrozzella spinta dai consulenti Fininvest.... Maranelli invece, contattata nel 2000 dai giornalisti del settimanale L’Espresso, ha dichiarato: «Fu la signora Itala Pala, presso cui ero a servizio, a chiedermi di firmare quelle carte nello studio del suo amico, il ragionier Marzorati, un consulente di Berlusconi. Mi dissero che non c’era niente di illecito e mi pagarono per farlo».
Presso l’abitazione della signora Pala erano domiciliate molte società, tra cui, appunto, la Ponte e la Palina (in onore alla padrona di casa?). Proprio la Palina il 19 dicembre 1979 è al centro di una delle operazioni più misteriose e ricche della storia berlusconiana. Quel giorno infatti Palina versa 27,68 miliardi di lire (oggi sarebbero circa 70 milioni di euro) alla Saf, che li trasferisce alle Holding 1-5 e 18-23, che li passano alla Finivest, che li paracaduta alla Milano 3 srl, che li restituisce alla Palina.
Un giro completo, e apparentemente vizioso. Con quale scopo? Anche in questo caso, è un circolo contabile chiuso. Rispetto ad altre operazioni circolari (quella del 7 dicembre 1978, quella della Ponte...), l’operazione Palina ha però una particolarità: abbiamo a disposizione qualche informazione in più. Sappiamo che i 27,68 miliardi dati alla Palina dalla Milano 3 risultano essere il pagamento di 2 mila azioni della Cantieri Riuniti Milanesi, amministrata da Marcello Dell’Utri. Una bella cifra, se si pensa che quelle stesse azioni erano state pagate dalla Palina, poche settimane prima, soltanto 4,26 miliardi: in pochi giorni, una gigantesca plusvalenza fatta in casa.
Le azioni erano state acquisite in parte (400 mila azioni) dall’Unione Fiduciaria, in parte (800 mila azioni) da una fiduciaria di nome Siraf, in parte (altre 800 mila azioni) da Annamaria Casati Stampa, la marchesina che aveva venduto, grazie ai buoni uffici di Cesare Previti, appunto la villa San Martino di Arcore e grandi terreni a Cusago. Proprio per quei terreni, la marchesina era stata pagata con le azioni della Cantieri Riuniti e, quando aveva chiesto di essere liquidata, nel novembre 1979, Palina le aveva pagato 1,7 miliardi di lire e poi aveva girato quelle azioni, insieme alle altre acquisite dalla Siraf e (per 860 milioni) dall’Unione Fiduciaria, alla Milano 3, realizzando una prodigiosa moltiplicazione del loro valore, almeno sulla carta.
Non ci sono sicurezze su chi ci sia dietro la Siraf, né dietro l’Unione Fiduciaria, società delle Banche Popolari. Si sa soltanto che i fissati bollati siglati da Giorgio Bergamasco, il tutore della marchesina Casati Stampa, fanno riferimento a passaggi d’azioni per 2,56 miliardi: la somma di quanto pagato ufficialmente alla marchesina più quanto dato all’Unione Fiduciaria. Ciò apre un’ipotesi: se anche le azioni vendute dall’Unione Fiduciaria fossero della marchesina, il pagamento reale dei terreni di Cusago sarebbe un po’ meno giugulatorio di quello che appare, perché ci sarebbe un’aggiunta di «nero». L’alternativa è che Anna Maria Casati Stampa, nelle mani del tutore ufficiale Giorgio Bergamasco e del tutore di fatto Cesare Previti, sia stata truffata. Come accadrà con la  Villa di Arcore, pagata soltanto 500 milioni: a meno che anche qui non ci fosse una consistente parte in nero .
La villa settecentesca già residenza dei conti Giulini e dei marchesi Casati Stampa è così indicata nel rogito: "Casa d'abitazione con circostanti fabbriche rurali e terreni a varia destinazione".

Leggiamo cio’ che scrive Giovanni Ruggeri  in “Gli affari del Presidente” (uno dei pochi libri che né il Cavaliere né altri abbiano MAI querelato....)

Il 2 ottobre 1980, a quasi sette anni dall'effettiva cessione dei beni, viene sottoscritto il rogito per la villa di Arcore e circostanti terreni. Ancora sotto la sapiente regia dell'avvocato Previti nel versatile ruolo di legale di fiducia della lontana "cedente" Annamaria Casati Stampa e di sodale affaristico dell`acquirente" Berlusconi-Fininvest, viene stipulato l'atto di compravendita repertato al n° 36110 del notaio milanese Guido Roveda.
"La signora Annamaria Casati Stampa di Soncino in Donà Dalle Rose [rappresentata dal procuratore senatore Giorgio Bergamasco] vende alla Società Immobiliare Idra srl [rappresentata dal signor Giovanni Dal Santo, amministratore unico della società] che acquista" la villa di Arcore e i circostanti possedimenti terrieri (oltre 200 mila mq); "Il prezzo della presente vendita è stato convenuto in complessive lire 500 milioni che la parte venditrice dichiara di aver prima d'ora ricevuto dalla parte acquirente alla quale rilascia corrispondente quietanza" - firmato: Giorgio Bergamasco (procuratore, a nome della "venditrice") e Giovanni Dal Santo (amministratore, per conto della "acquirente").
La valutazione di 500 milioni di lire "già pagate" per la tenuta e la principesca villa di Arcore è un macroscopico imbroglio, anche sotto l'aspetto del danno all'Erario. Infatti, subito dopo, la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde riterrà la villa di Arcore una garanzia congrua per erogare un finanziamento di 7 miliardi e 300 milioni (fideiussione dell'Immobiliare Idra in favore della Cantieri Riuniti Milanesi), mentre il Monte dei Paschi di Siena, con quella stessa garanzia, accorderà un ulteriore finanziamento di 680 milioni alla Immobiliare Idra. Del resto, secondo una conoscente della marchesina Casati, "la somma di 500 milioni è il valore della sola Via Crucis del Luini in 14 quadri che pendevano nella quadreria della villa accanto a un Tintoretto e a un Tiepolo..." . Nel bilancio 1980 della Immobiliare Idra si leggerà che la società ha acquistato "una villa con parco, di notevole valore e prestigio, sita in Arcore, al prezzo storico di mezzo miliardo".
La "acquirente" Immobiliare Idra srl era stata costituita a Roma nel maggio 1977, e nel suo collegio sindacale figuravano sia Umberto Previti, sia Cesare Previti; il 28 giugno 1979, nel collegio sindacale della società era rimasto solo Previti senior - il dimissionario Previti junior, il mese successivo, sarebbe stato impegnato nella prima parte del berlusconiano "miracolo italiano" avente per oggetto i cespiti più ghiotti del patrimonio Casati Stampa situati a Cusago e di proprietà della sua assistita.
L'atto notarile del 2 ottobre 1980, che sancisce ufficialmente l'acquisizione di una parte del patrimonio Casati Stampa di Arcore da parte del gruppo Fininvest (villa e tenuta delle quali, come si è visto, Berlusconi già dispone di fatto e personalmente da circa sette anni), è stato preceduto di pochi giorni da una provvidenziale "coincidenza": il 12 settembre, infatti, il Comune di Arcore aveva deliberato la destinazione urbanistica di una parte dei terreni oggetto della compravendita.
Con questa sfacciata "transazione", il poliedrico avvocato Previti arriva a eguagliare i più mirabolanti sortilegi di matrice berlusconiana: aliena una parte del patrimonio della sua assistita Annamaria Casati in favore di una società Fininvest nella quale è parte suo padre e nella quale è stato parte lui stesso.
Ma il 2 ottobre 1980, il notaio Guido Roveda autentica anche un secondo atto di compravendita: riguarda tutti i superstiti possedimenti terrieri di Arcore dei Casati Stampa non compresi nel primo rogito, che vengono ceduti sottoforma di "permuta" a una società del gruppo Fininvest, la Immobiliare Briantea srl (rappresentata dall'amministratore unico Giovanni Bottino - un prestanome residente a Milano 2).
Nel documento è scritto infatti che "il senatore Bergamasco, nella sua veste di procuratore generale di Annamaria Casati, cede alla Immobiliare Briantea srl tutti i residui beni posseduti dai Casati Stampa a Arcore: circa 70 ettari di terreni agricoli, parte dei quali consistenti in poderi a coltura intensiva e per il resto in appezzamenti seminativi, prati, boschi e pascoli, comprese le cascine e tutti i fabbricati rurali sovrastanti". Come già l'anno prima per i beni di Cusago, anche in questo caso la transazione non avviene per denaro, bensì attraverso un "permuta" truffaldina: in cambio dei possedimenti terrieri, infatti, la Immobiliare Briantea srl "trasferisce a titolo di permuta alla signora Annamaria Casati Stampa di Soncino in Donà Dalle Rose numero 55.000 azioni del valore nominale di lire 1.000 ciascuna, della Infrastrutture Immobiliari spa, con sede a Milano, via Rovani 2 [...]. I beni permutati hanno il complessivo valore di lire 250 milioni. Egualmente le 55.000 azioni della Infrastrutture Immobiliari spa hanno il valore di lire 250 milioni, per cui non si fa luogo ad alcun conguaglio". Poiché il capitale sociale della Infrastrutture Immobiliari spa è di 400 milioni, l'importo di 250 milioni attribuiti alla transazione equivale al 62,5. per cento del capitale della società "acquirente"; ma la vittima del raggiro, la "cedente" e ignara Annamaria Casati, non acquisisce affatto la maggioranza della Infrastrutture Immobiliari spa: gli artefici del raggiro attribuiscono infatti alle 55.000 azioni un valore equivalente al 13,75 per cento del capitale sociale - in pratica, azioni senza mercato di una società sconosciuta e inattiva vengono valutate dagli stessi interessati quattro volte e mezzo il loro valore nominale...
Artefice-regista della sconcertante operazione è come sempre l'avvocato Previti: grazie a lui, infatti, i superstiti e ingenti beni terrieri di Arcore della sua assistita vengono in pratica regalati in cambio del simbolico importo di 250 milioni (cioè 357 lire al metro quadro), somma non già in denaro bensì sottoforma di cartacee "azioni" della vacua e oscura Infrastrutture Immobiliari spa, azioni del tutto prive di valore certo e che saranno anzi fonte di grane per la vittima del raggiro; beneficiaria del "regalo" è una società del gruppo Fininvest, gruppo del quale l'avvocato Previti è parte. La società Infrastrutture Immobiliari era stata costituita a Roma il 30 dicembre 1977, e nel 19781a Fininvest Roma ne aveva assunto il controllo. Nel 1980, poco prima della "operazione permuta" a danno di Annamaria Casati, il capitale sociale era stato portato a 400 milioni, e il solito Luigi Restelli ne era stato nominato amministratore unico.
Subito dopo la "casa di abitazione" pagata mezzo miliardo a rate sarà ritenuta dalla Cariplo garanzia congrua per un finanziamento di 7 miliardi 300 milioni (fidejussione dell'Immobiliare Idra in favore della Cantieri Riuniti Milanesi: da Berlusconi a Berlusconi) e dal Monte dei Paschi di Siena per un ulteriore finanziamento di 680 milioni all'Immobiliare Idra.
L'orfana, tra l’altro, chiese al Cavaliere di darle almeno il dipinto raffigurante la madre (la casa fu venduta ammobiliata) e sua Emittenza gentilmente accondiscese. Purtroppo, ad oggi, il dipinto è dove stava 30 anni fa.
La somma stabilita da Previti per far rilevare al suo importante cliente  la villa in questione - già di per sè irrisoria se rapportata al vero valore dell'immobile - non è quindi mai stata pagata alla sventurata orfana Casati, in quanto il suo avvocato e pro-tutore Cesare Previti, al tempo stesso avvocato dell'acquirente SB, la convinse che l'importo non le venisse versato ma che fosse utilizzato per pagare le tasse di successione....
La ragazza ci ha creduto ed ha quindi ceduto la villa.
Verificare se in effetti l'acquirente SB abbia realmente versato quella tassa di successione è quasi surreale (oltretutto la tassa di successione non esiste più...)

Conclusione : la villa in questione SB l'ha avuta praticamente gratis.
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Fonti bio-bibliografiche:
 

Ventotto risposte. Obiezioni? di Gianni Barbacetto, su “Il Diario”

Giovanni Ruggeri: “Gli affari del Presidente – Kaos Edizioni, 1994

postato da: Masso57 alle ore 17:10 | Permalink | commenti (4)
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