martedì, 28 febbraio 2006


Beretta connection    

Inchiesta pubblicata dal settimanale "l'Espresso"  in edicola.

Pistole della nostra polizia. Rivendute all'Iraq. E trovate anche in mano alla guerriglia. E ora una legge rischia di bloccare l'inchiesta

di Peter Gomez e Marco Lillo

Ci voleva un premier come Silvio Berlusconi per mettere in mano al tedoforo, al posto della fiaccola, una bella pistola fumante. Una Beretta calibro nove, per l'esattezza. È accaduto l'8 febbraio, quando nel decreto per le Olimpiadi, approvato dalla maggioranza a colpi di fiducia, è spuntato un articolo che non riguarda le gare di sci, quelle di bob o la sicurezza dei Giochi, ma la compravendita delle armi da guerra. Due righe in tutto con cui il governo permette ai fabbricanti di mitragliatrici e fucili anche "la riparazione delle armi prodotte" e "le attività commerciali connesse". Nove parole dietro le quali si nasconde l'ennesima legge ad personam, anzi ad armam. Una legge che salva le pistole di un caro amico e sostenitore del leader di Forza Italia, Ugo Gussalli Beretta, patron dell'omonima industria di Gardone Val Trompia, e soprattutto tenta di mettere la sordina a uno scandalo con pochi precedenti: la svendita da parte del Viminale di migliaia di pistole della Polizia che oggi sparano in Iraq non solo in mano alle forze dell'ordine locali, ma anche in quelle degli amici di Al Zarqawi.

Per capire che cosa è successo bisogna andare a Brescia, in Procura, dove da più di un anno lo storico stabilimento è sotto inchiesta per una storia nera, fatta di armi rubate o senza numero di matricola, di società probabilmente vicine ai servizi segreti e di triangolazioni con la Gran Bretagna. Una storia che preoccupa la Beretta (in caso di condanna potrebbero essere messe in discussione le licenze di fabbricazione) e provoca molti imbarazzi anche a Roma, al ministero dell'Interno. Al centro di tutto, come 'L'espresso' è in grado di rivelare, ci sono più di 40 mila Beretta della Polizia italiana, metà delle quali già approdate attraverso un giro tortuoso e, secondo i magistrati, illegale in Iraq, in parte anche nelle mani degli insorti. Le Beretta in questione erano quelle in dotazione alla Polizia dal 1978. Quando avevano ormai compiuto la loro gloriosa carriera invece di finire dal robivecchi sono state riacquistate dalla società lombarda. Dopo la caduta di Baghdad, in Iraq si erano aperte ricche prospettive di mercato. Bisognava riarmare le nuove forze dell'ordine e le pistole dei nostri poliziotti, rimesse a nuovo in fretta e furia, erano state spedite sul teatro di guerra attraverso una triangolazione con una società britannica. Il tutto, secondo i pm di Brescia, in violazione delle norme sul commercio di armi.

Il diavolo però fa le pentole, ma non i coperchi. Così l'affare comincia a venire alla luce il 6 dicembre del 2004. Quel giorno viene arrestata una dipendente della Beretta mentre tenta di portare una calibro nove fuori dalla fabbrica. È un'impiegata addetta al magazzino. Ha accesso ai registri informatici della società e i carabinieri, che le trovano in casa altri due revolver, ipotizzano un suo legame con la malavita organizzata calabrese. Inizialmente la donna viene accusata di aver asportato tra marzo e dicembre ben 152 pistole. Ma agli investigatori basta poco per rendersi conto che all'interno del magazzino si sono verificate numerose irregolarità che non dipendono da lei. Come si legge nell'ordinanza del tribunale del riesame, con cui è stato confermato il sequestro della seconda tranche di 15.478 pistole semi-automatiche dirette in Iraq, la Beretta custodiva "armi prive di matricola o con matricola abrasa o ripunzonata, armi prive di punzoni del Banco Nazionale Prove", mentre dal magazzino erano spuntate fuori anche alcune delle 152 pistole che secondo il registro risultavano rubate. In un caso poi viene anche sfiorata la spy-story. Tra le armi conservate in azienda ce ne è una il cui furto risulta denunciato dai nostri servizi segreti nel 1980. È la stessa pistola o sono due armi diverse? Una sola cosa è certa. In fabbrica le regole non sono rispettate. Durante una perquisizione vengono scoperte addirittura centinaia di Beretta 92S "sprovviste di numeri di matricola ed altre che non risultano prese in carico sul registro informatico di Pubblica sicurezza della ditta (che al contrario di quanto accade normalmente viene firmato non dalla questura ma dal sindaco di Gardone ndr)". Un'armeria fantasma in piena regola.

La vicenda probabilmente si sarebbe chiusa qui se, il 14 febbraio del 2005, i carabinieri di stanza in Iraq non avessero comunicato che "alcune pistole Beretta 92S" erano state "rinvenute in possesso di forze 'ostili'". A quel punto l'intera storia comincia a scottare. E minaccia di diventare un caso internazionale. Molte delle armi sequestrate agli insorti risultano "vendute tra il 1978 e il 1980 dalla Beretta al ministero dell'Interno" italiano. Perché? Bastano poche settimane per svelare l'arcano: tra il febbraio del 2003 e l'aprile del 2004, 44.926 pezzi dichiarati "fuori uso" dal ministero erano stati ceduti alla Beretta nell'ambito di due contratti per una nuova fornitura. La società di Brescia le aveva poi 'rigenerate' e tra il giugno e il luglio del 2004 ne aveva rivendute 20.318 a una società inglese, la Super Vision International Ltd, insieme a 20 mila carrelli di ricambio "per un controvalore di un milione e 398 mila e 826 euro".

Beretta aveva richiesto alla prefettura di Brescia l'autorizzazione all'esportazione. Aveva ricevuto l'ok, ma sui documenti non risultava il nome della ditta acquirente (la sconosciuta Super Vision), ma quello di una seconda azienda con una sede prestigiosa e una storia ventennale: la Heltston Gunsmith. Secondo gli investigatori non è una semplice casualità. Se fosse emerso il nome della Super Vision la licenza all'esportazione sarebbe stata negata o ritardata. Il prefetto, come spiegano i giudici, deve infatti poter assumere informazioni sull'affidabilità dell'acquirente e in questo caso non ha potuto "sapere in anticipo la reale destinazione finale della merce, ovvero l'Iraq, ed eventualmente sospendere l'esportazione".

Il commercio delle armi è regolamentato in maniera severa. A partire dal 2001 i controlli sono diventati ancora più stringenti. Da tre anni a questa parte poi il ministero dell'Interno richiede sempre il certificato 'end user' (utilizzatore finale) e soprattutto lo valuta, incrociandolo con le relazioni del Sismi sulla situazione politica del paese realmente destinatario delle armi. Proprio per questo il ministero ha bloccato grosse forniture Beretta in Centramerica, Medio Oriente e Asia. La cosa, ovviamente, ha infastidito molto l'azienda. Ugo Gussalli Beretta, un uomo talmente legato da rapporti di amicizia a Berlusconi e alla famiglia del presidente americano Bush da essere stato proposto come ambasciatore italiano a Washington (vedi scheda in questa pagina), ha attivato i suoi canali politici per lamentarsi della burocrazia divenuta, a suo dire, troppo rigida. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta si è così rivolto al ministro Giuseppe Pisanu che ha fatto pressioni sul proprio apparato. Ma le procedure non sono cambiate.

Un bel problema per la Beretta che a partire dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, vuole finalmente rientrare in un mercato precluso da anni. Grazie all'accordo con il ministero dell'Interno vengono ritirate a un prezzo bassissimo, pare inferiore ai dieci euro, le vecchie pistole (qualificate come 'fuori uso' anche se spesso sono perfettamente funzionanti) e già in questo caso ci si muove con disinvoltura. I quasi 45 mila pezzi arrivano a Brescia senza che il ministero della Difesa (come previsto da una legge del 2000) ne abbia deliberato la dismissione. Da questo punto di vista, secondo i giudici, "la stessa cessione delle armi da parte del ministero (dell'Interno, ndr) appare illegale". Non solo: Beretta non ha più dal 2002 la licenza per riparare le armi. Quindi non può nemmeno rimetterle in funzione per rivenderle. L'azienda non se preoccupa. Comincia le spedizioni e solo quando la merce è già partita chiede per via ufficiale di esportare in Iraq armi destinate alla Cpa (Coalition Provisional Authority), il governo provvisorio di Baghdad. Ma, di fronte alle domande di chiarimenti, rinuncia. E, proprio in quel periodo, conclude la triangolazione con il Regno Unito.

Poi iniziano i problemi. Prima l'arresto della dipendente infedele. Quindi il ritrovamento da parte dei carabinieri delle nostre vecchie armi impugnate dagli insorti. Evidentemente qualcosa in Iraq è andato storto. Alcune Beretta 92S sono passate di mano. Nel caos del dopo Saddam la polizia locale le ha cedute alla cosiddetta resistenza. L'11 febbraio del 2005 Pietro Beretta, il figlio di Ugo, annuncia che l'azienda "è vicina" ad aggiudicarsi dei contratti di fornitura per la polizia e il nuovo esercito iracheno, ma spiega che "le procedure di acquisizione, attraverso i contractor, non sono proprio semplici". In realtà, come dimostra l'informativa dei carabinieri redatta solo tre giorni dopo, molte Beretta già sparano a Baghdad.

A quel punto l'azienda di Brescia si trova di fronte a un mare di guai. Il 20 aprile la magistratura dispone il sequestro delle restanti 15.478 vecchie 92S ancora in magazzino ma già vendute e pagate dall'inglese Super Vision International ltd. Una settimana dopo Ugo Gussalli Beretta presenta ricorso al tribunale del riesame. In ballo non c'è solo un affare valutato complessivamente più di due milioni e mezzo di euro. C'è molto di più. Un eventuale processo e un'eventuale condanna potrebbe portare al ritiro della licenza di fabbricazione. E se la licenza dovesse essere ritirata la Beretta dovrebbe essere venduta a un'altra società in regola. Davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale l'azienda si difende così con le unghie e con i denti. Sostiene che avendo già in mano una licenza che gli permette di fabbricare armi, detenerle e poi venderle, non era necessario richiederne una seconda per ripararle e commercializzarle. Aggiunge che le Beretta 92S non vanno considerate armi da guerra (e quindi soggette a particolari restrizioni). Afferma di "aver notiziato il capo della Polizia della destinazione finale delle pistole". I giudici del riesame le danno però torto su tutta la linea. Anche per loro sono state violate "le norme in materia di acquisto, riparazione ed esportazione". Il sequestro delle pistole è confermato.

Si cominciano così a battere altre strade. Tutte politiche. La Beretta insiste col ministero nel chiedere la semplificazione delle procedure e Pisanu preme sull'apparato. Poi si apre uno spiraglio: il decreto sulle Olimpiadi. All'improvviso il governo cambia la legge: chi fabbrica pistole può anche ripararle e commercializzarle. Poco importa se già il tribunale aveva spiegato quale fosse la ratio di una norma "che mira a proteggere l'ordine pubblico interno e internazionale ponendo sotto rigido controllo ogni passaggio e trasferimento di ogni singola arma". Una legge che se ignorata porterebbe all'assurdo di rendere non punibile la commercializzazione, da parte di chi ha una generica licenza di detenzione e vendita di armi, di pistole e fucili provento di furto. In molti tirano un sospiro di sollievo. E non solo a Brescia, ma anche a Roma, dove decine di migliaia di pistole sono state vendute come "fuori uso", quando bastava un po' di grasso per permettere loro di ricominciare a sparare.

..e, a proposito di amici americani ed altre bombe mediatiche che non usurperanno la nostra tv nelle prossime 24 ore:

Caccia grossa con i Bush
Affari, amici e passioni di Ugo Beretta

di Peter Gomez

Fin da ragazzo trascorre negli Stati Uniti dieci giorni al mese. È amico della famiglia Bush che ha cominciato a frequentare alle convention del Safari Club, il circolo esclusivo degli amanti della caccia grossa. Con Bush senjor e junior non discute però solo di fucili da imbracciare e animali da stecchire. Spesso parla di più concreti finanziamenti elettorali. La sua azienda appoggia infatti la National ryfle association, la lobby dei produttori di armi, che lui ama descrivere come "un'associazione che difende il concetto del diritto all'autodifesa. Un diritto sancito dalla Costituzione americana". Non deve stupire perché Ugo Gussalli Beretta, 67 anni, tredicesimo erede della dinastia industriale più antica d'Italia, non è un uomo che ama i giri di parole. Ma un imprenditore. Un imprenditore fino al midollo. Anche per questo Silvio Berlusconi nel 2002, quando si trattava di nominare un nuovo ambasciatore negli Usa, pensa a lui. Gussalli Beretta prima sembra lusingato. Poi, non appena esplodono le polemiche delle organizzazioni pacifiste, si tira indietro: "Non sono disponibile, ho un'azienda da seguire". I rapporti con il presidente americano restano così quelli di sempre: più commerciali che politici, con George Bush junior che per andare a caccia imbraccia un Beretta S09, un fucile da soli 3,2 chili e ben 45 mila dollari di prezzo, veste con giubbotti Beretta e si rifornisce alla gallery Beretta di New York di cravatte di Marinella, stampate apposta per lui. Pure in Italia il feeling è tutto con il centro-destra, anche se Gussalli Beretta, non fa mistero di non aver mai apprezzato le spinte secessioniste della Lega Nord ed aver sempre preferito le posizioni di Gianfranco Fini e di Berlusconi. Nonostante questo, delle proposte della Lega ne salva una: la nuova legge sulla legittima difesa. Da sempre, del resto, è solito ripetere: "Il cittadino deve aver il diritto di difendersi se lo Stato non riesce a proteggerlo. Poi, certo, le armi bisogna saperle usare. Ma è un problema di istruzione. Credo che non si farebbe male a mandare i ragazzini al poligono di tiro".
Occhi da orientale, faccia tonda e baffetti sottili che fino a qualche hanno fa riportavano alla mente quei caratteristi che nella Hollywood del primo dopoguerra impersonavano gli affaristi cinesi, Ugo Gussalli Beretta vive a Gardone Valtrompia, poco distante dai 75 mila metri quadrati della sua azienda, in una singolare residenza tra il liberty e il neogotico, progettato da suo nonno Pietro e da un amico, l'architetto Dabbeni. Due figli, poco più che quarantenni, i quali si occupano delle attività di famiglia (accanto alle armi, ormai c'è anche un'importante produzione di abbigliamento e di spumante), Gussalli Beretta ha pure aperto una fabbrica nel Maryland, rifornisce di Beretta 92 le Forze Armate e le polizie di Stato americane, ma anche la Gendarmerie nationale francese e la Guardia Civile spagnola. Il settore militare, pur restando il fiore all'occhiello dell'azienda, in termini di ricavi sembra destinato a pesare sempre meno, appena il 7 per cento su un fatturato consolidato da 388 milioni di euro nel 2004, contro i 369 milioni del 2003.
Un impero che la famiglia Beretta controlla attraverso la Beretta holding che a sua volta fa capo alla Upifra, una società di diritto lussemburghese il cui acronimo sta per Ugo-Piero-Franco, i nomi cioè di Gussalli Beretta e dei figli. In passato Beretta è stato presidente degli industriali bresciani (dopo Milano e Torino la più importante associazione d'imprenditori d'Italia), ma il vero circolo a cui tiene di far conoscere la propria appartenenza è il Club internazionale Les Hénokien: l'associazione che riunisce le famiglie con alle spalle una storia industriale almeno bicentenaria e che al momento annovera appena 19 soci. Beretta, del resto, a una praticità completamente yankee sembra unire l'eccentricità della vecchia aristocrazia industriale europea. In un intervista ha detto: "Bush caccia di tutto, soprattutto volatili. Io invece amo l'Africa e gli elefanti". In che senso ama gli elefanti? "Nel senso che gli sparo".

Premiata Ditta Pallottole
La Beretta è la più antica azienda del mondo: nata nel XV secolo, è citata nei documenti a partire dal 1512. Appartiene alla stessa famiglia, non ha mai cambiato sede restando radicata a Gardone Valtrompia, nel cuore del distretto bresciano degli armaioli, e continua a produrre fucili e pistole da sempre. Leader nelle carabine da caccia, solo negli anni Trenta si è imposta sul mercato militare con la pistola 34 e il fucile mitragliatore Mab.
Durante la guerra alleati e nemici facevano di tutto per avere una Beretta 34, considerata migliore della celebre Luger, e dopo l'8 settembre i tedeschi presero il controllo della produzione. Nel dopoguerra dopo una fase di crisi, il boom. Esordisce con il mitra M-12, quello del simbolo di Prima Linea: una delle icone degli anni di piombo. Poi la Beretta 92, oggi sinonimo di pistola in tutto il mondo: dopo avere vinto la gara per le Forze armate americane, è stata venduta a decine di eserciti e centinaia di polizie. Infine i fucili a pompa Benelli e Franchi, adottati dai marines: due marchi inglobati rendendo di fatto Beretta monopolista in Italia.
Gli altri prodotti militari languono: il fucile d'assalto AR 70/90 non è stato esportato, la nuova pistola Cougar - fatta impugnare con mossa di marketing agli ultimi James Bond del cinema - viene promossa da poco mentre la mitraglietta Storm è appena entrata sul mercato. In più le mode belliche portano i colonnelli stranieri verso calibri più potenti di quelli tipici degli armieri bresciani.
Ottimi invece i risultati nel settore delle armi da caccia, soprattutto con i ricchi clienti arabi e statunitensi che spendono migliaia di euro per personalizzare le loro carabine. Inoltre è stata lanciata una linea di abbigliamento sportivo, con buoni risultati negli Usa. Il tutto per una holding che ha 2.500 dipendenti.        

da Repubblica
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categoria:menzogne
lunedì, 27 febbraio 2006
I fischi che ieri sera hanno risuonato in Mondovisione (Italia esclusa...) all'indirizzo del Giovane Premier hanno coinciso col ritrovamento di questo vecchio ritaglio da "L'Espresso", mai smentito (anzi, avvalorato da documenti ed atti processuali vari):

COSI' HA FATTO I SOLDI BERLUSCONI
Esclusivo: un rapporto dei tecnici della Banca d'italia

Nel numero dell'Espresso del 3 agosto scorso è stato pubblicato un servizio molto importante su come il Berlusconi ha fatto i soldi, con tanto di titolone in copertina; l'articolo - che poteva anche intitolarsi "Da dove sono arrivati i soldi di Berlusconi?" - riporta l'esito di una perizia sui bilanci della FININVEST effettuata, su incarico della magistratura, dagli esperti della Banca d'Italia.

In sintesi la perizia ha evidenziato che:
- negli anni dal 1977 al 1985 sono entrati nelle casse della FININVEST almeno 200 miliardi in contanti e a volte con assegni circolari, transitati sui conti delle 22 Holding seguendo giri talmente tortuosi che per ben 114 miliardi (502 di oggi) i tecnici non sono riusciti a ricostruire la provenienza (ndr. il capitale sociale della FININVEST Spa, pari a 400 miliardi di lire, era ed è posseduto dalle 22 Holding - da Italiana prima a Italiana 22; il capitale di queste è posseduto per metà direttamente da Berlusconi e per l'altra metà da una società fiduciaria (di copertura) della B.N.L., la Servizio Italia Spa, anche se pare che anche in questo secondo caso i capitali siano sempre di Berlusconi);
- in particolare il 6 aprile 1977 la FININVEST aumenta il capitale di 8 miliardi (44 odierni), che passa da 2,5 a 10,5 miliardi, con versamenti in contanti;
- il 2 dicembre 1977 arrivano nelle casse della FININVEST altri 16,4 miliardi (90,8 di oggi) come "finanziamento soci", non si sa se in contanti o con assegni causa documentazione bancaria mancante;
- il 7 dicembre 1978 affluiscono sul conto del Cavaliere presso la filiale di Segrate della Popolare di Abbiategrasso altri 17,98 miliardi (88 di oggi), tramite otto giroconti che coinvolgono varie società di comodo. I periti non riescono a trovare il "primo girante" e "l'ultimo beneficiario" anche perché la documentazione bancaria era registrata su microfilm che risultano bruciati;
- il 19 ottobre 1979 Berlusconi costituisce la PALINA Srl, società fantasma che vivrà solo sette mesi. Il 14 dicembre 1979 la PALINA fa girare sul suo conto corrente acceso presso la sede milanese della Popolare di Abbiategrasso, ben 27,68 miliardi (117 di oggi), che vengono poi bonificati alla SAF, che a sua volta li gira alle Holding italiane, le quali accreditano l'intera somma sui conti FININVEST, la quale la storna alla Milano 3 Srl (altra società del gruppo). Quest'ultima restituisce il tutto alla Palina.
- tra il 24 ed il 31 dicembre 1979 la Fininvest riceve altri 25 miliardi dalle Holding;
- tra marzo 1981 e maggio 1984, le varie Holding ricevono oltre 12 miliardi, tutti rigorosamente di provenienza ignota.

L'articolo continua precisando, tra l'altro, che "Nessuno sospetterebbe che Nicla Crocitto, una casalinga di 65 anni residente a Milano 2, sia la donna che nel 1978 fondò le 22 Holding che controllano la FININVEST. Era lei a detenere il 90% delle quote, mentre il restante 10% era intestato al marito: Armando Minna, consulente di Silvio Berlusconi, deceduto nel 1982 in un incidente automobilistico, sindaco della Banca Rasini dove lavorava il padre di Berlusconi, Luigi".
Situazione analoga risulta per il forziere del gruppo: la PALINA Srl, il cui "amministratore unico era Enrico Porrà, un invalido di 75 anni appena colpito da ictus quando i consulenti del Cavaliere lo accompagnarono a firmare le carte".

L'articolo fornisce un quadro molto chiaro e significativo del comportamento, tutt'altro che trasparente (per usare un eufemismo) che Berlusconi, Capo del Governo del nostro Paese, ha sempre tenuto.

SOCIETA' EXTRA BILANCIO DEL GRUPPO FININVEST UBICATE IN PARADISI FINANZIARI (Notizie tratte dagli atti del processo ALL IBERIAN).

La FININVEST S.p.A., perlomeno a partire dal 1990 in poi, ha sempre omesso di dichiarare nel bilancio di esercizio, come invece avrebbe dovuto in base alle norme civilistiche, l'esistenza di molte società e conti bancari OFF-SHORE. Tra queste rientra la nota "tesoreria riservata" facente capo alla società ALL IBERIAN (e poi alla CATWELL, successivamente denominata GERMAN Dev. Ltd.), utilizzata per realizzare operazioni "riservate ed illecite".

Società coinvolte:

- ALL IBERIAN LTD.
- MARCHE
- CRESENT
- ANTARES INV. LTD.
- NEW MANHATTAN
- STANHOPE
- THYME TRADING LTD.

Il capitale sociale di queste prime sette società - costituite contemporaneamente nel 1989 su richiesta dei funzionari FININVEST Vanoni e Camaggi alla CMM di Londra, società di gestione di imprese off-shore di proprietà dello studio londinese CARNELUTTI-MILLS - apparteneva interamente (al 100%) alla FININVEST (versamento di 270.000 $ del 26.2.90 dal conto FERRIDO, poi suddiviso in base ai relativi capitali sociali e girato sui conti SBS di Lugano delle varie società). La FININVEST S.p.A., quindi, avendo il diritto di voto (possesso delle azioni al portatore) e la gestione diretta, avrebbe dovuto inserire (consolidare) tali società in bilancio.
Il Conto FERRIDO nr.224373 presso il credito Svizzero di Chiasso è stato aperto in data 15.04.1987 da Giuseppe SCABINI, "responsabile della cassa centrale" della FININVEST S.p.A. dal 1979. Si tratta pertanto di un conto non registrato dalla FININVEST (come per i conti POLIFEMO ed AMPIO).
Nel costituire le predette società VANONI chiese la "massima segretezza" allo studio MILLS, che infatti raggruppò i certificati azionari di tali società, che complessivamente erano almeno trenta, sotto la dizione Fininvest Group B - very discreet.


Tutte le operazioni riguardanti dette società venivano autorizzate con visto apposto dai funzionari di vertice della FININVEST S.p.A. (Alfredo MESSINA, all'epoca Direttore Generale, Raffaele ZENONI, dirigente della Direzione Finanziaria, e Giorgio VANONI, responsabile del Settore Estero).
I riscontri documentali e le testimonianze acquisite hanno dimostrato che la FININVEST S.p.A., tramite i suoi dirigenti di vertice, ha sempre esercitato un controllo operativo diretto sulle società ALL IBERIAN, CATWELL e sulle altre del Gruppo B.
Anche Silvio Berlusconi, Presidente della FININVEST S.p.A. e dominus del Gruppo, ha trattato nel 1993 con la Arthur Andersen le problematiche relative alla certificazione del bilancio 1992; è stato titolare del mandato 500 con il quale ha alimentato il conto SBS della ALL IBERIAN conferendo procura a SCABINI; ha trattato direttamente con MALGARA il finanziamento Norbury.

Altre società del Gruppo B:

- CATWELL (poi denominata GERMAN DEV. LTD.)
- MARBLE
- CEDAR VALE
- NORBURY
- SOLIDAL
- PRINCIPAL FINANCE LTD.
- BRIDGESTONE
- ELECTRO APPLIANCES
- HORIZON
- PROMAR (B.V.I.)
- QUEENSTOWN (B.V.I.)
- CENTURY ONE ENTARTAINEMENT
- UNIVERSAL ONE LTD.
- HUNTER LTD.
- HENWOOD
- NANTOC
- SOPAC
- TAURUS
- NATOMA
- VISMAR DEVELOPMENT
- BLANTYRE
- TIMOR
- ACCENT
- SILVERVALLEY
- NORD
- SOUTH
- EAST
- OVEST
- ARNER
- NODIT
- GOLD COMPANY LTD.
- AMT LTD.
- LAINDEN
- SEVILLE
- PNW
- S.I.I.L. LTD.
- PRINCIPAL TELEVISION LTD
- LIBRA COMMUNICATION


Le società Off Shore della FININVEST (Gruppo B) sono in realtà delle scatole vuote (prive di personale e spesso anche dalla sede inesistente) gestite direttamente dai dirigenti nazionali del G.F. tramite studi legali esteri di consulenza (inglesi, lussemburghesi, svizzeri, ecc.). La reale funzione di tali società consiste nella creazione dei "fondi neri" mediante operazioni estero-vestite oppure infra-gruppo che sono in tutto o in parte inesistenti (sovrafatturazioni di diritti televisivi, retrocessione in nero di finanziamenti alle società nazionali del Gruppo, ecc.). La creazione di questi fondi, oltre a rendere falsi ed inattendibili i bilanci delle singole società nazionali del Gruppo che operano come controparte (con conseguenti riflessi anche di evasione fiscale) e quindi anche i bilanci consolidati del G.F., consente di gestire una massa enorme di denaro (si tratta di centinaia di miliardi di lire) per finalità illecite e non dichiarabili, quali il finanziamento all'ex P.S.I. e la "disinvolta" gestione dei fondi del conto Mercier intestato a Cesare Previti.
Un altro significativo impiego dei "fondi neri" consiste nel finanziare occultamente la scalata di importanti società nazionali o estere. Nel settore televisivo si aggirano in questo modo le normative dei vari Paesi, alquanto restrittive, sulle quote azionarie, come è emerso per le vicende Telepiù e Telecinco.

E', comunque, assai significativo che la nota società di revisione contabile "Arthur Andersen", incaricata dalla Fininvest di certificare il bilancio di esercizio e quello consolidato del Gruppo relativi al 31.12.1992, abbia dichiarato in un documento scritto (memorandum) che tali bilanci non erano certificabili, a causa di rapporti non chiari intercorsi con le società estere del Gruppo e in particolare con quelle "Off Shore". Tale problematica si poneva, in particolare con riferimento ai singoli bilanci di esercizio della "Fininvest Spa" e della "Silvio Berlusconi Finanziaria s.a." (società copogruppo, rispettivamente, a livello nazionale ed estero), in quanto nel bilancio consolidato le transazioni infragruppo si elidono.

Le principali metodologie seguite dalle società Off Shore del G.F. per la creazione di fondi neri e/o l'occultamento di utili sono:
- iscrizione di costi non documentati o gonfiati, tra cui i diritti televisivi
- valori di iscrizione in bilancio non congrui
- copertura di perdite mediante sovrastima di poste di bilancio
- omessa fatturazione (totale o parziale) di ricavi
- retrodatazione di operazioni finanziarie per attenuare le perdite sui cambi
- pagamento di consulenze fittizie (sistema molto usato dalla Principal Finance e dalla SIIL)

E' evidente che i fondi neri una volta creati vanno opportunamente occultati in depositi bancari inaccessibili. Infatti le società estere del GRUPPO FININVEST, in particolare quelle extra bilancio, hanno acceso uno o più depositi bancari "riservati", localizzati nei paradisi fiscali ove ha sede la società, o, meglio, presso lo studio di consulenza estero che segue le vicende societarie. E' chiaro che tutte le disponibilità delle società Off Shore sono fuori bilancio e quindi occultate nel bilancio FININVEST.

Depositi bancari Off Shore:

- PENNINE
- FORESTI
- BRADFORD
- SOPHIA (finanziamento occulto a Telepiù per 50 MLD di lire)

Trattasi di conti riservati della "All Iberian" con movimenti complessivi accertati per circa 200 MLD di lire. I conti PENNINE, FORESTI, e BRADFORD sono stati finanziati per quasi 140 miliardi di lire dalla ALL IBERIAN (sorta di "ufficio affari riservati" del Gruppo), la quale a sua volta era finanziata direttamente dalla SILVIO BERLUSCONI FINANZIARIA S.A.. In sostanza, la FININVEST finanziava ALL IBERIAN per finanziare operazioni occulte, decise, gestite e finanziate dai principali esponenti della FININVEST Spa.

ALTRI CONTI:

- ALL IBERIAN (c/o SBS di Lugano)
- BERTA
- LIVOLSI
- CEFALIELLO
- FERRIDO (nr.224373 c/o Credito Svizzero di Chiasso della All Iberian)
- POLIFEMO (della All Iberian c/o SBS di Lugano)
- AMPIO (c/o SBS di Lugano, aperto nel 1991 da Giuseppe Scabini e gestito da Livio Gironi. Conto di transito delle somme ricevute dalla All Iberian e dalla Fininvest)
- MERCIER (della All Iberian c/o Darier Hentsch di Ginevra, gestito da Cesare Previti)
- CONSTELLATION FINANCIARE (c/o SBS di Chiasso, utilizzato per il finanziamento illecito all'ex P.S.I.)
- NORTHEN HOLDING (c/o Clariden Bank di Ginevra, utilizzato per il finanziamento illecito all'ex P.S.I.)

Questi ultimi due conti sono stati alimentati, nel 1991, dalla All Iberian per complessivi 20 MLD di lire, girati poi a Giorgio Tradati, amico personale dell'On. Craxi. La rimessa di 10 MLD sul conto NORTHEN HOLDING fu diposta da Livio GIRONI e Giorgio VANONI che, all'epoca, erano rispettivamente Direttore Generale e responsabile del Settore Estero della FININVEST Spa.
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categoria:censura
sabato, 25 febbraio 2006
Umberto Eco - Testo tratto dall’intervista di Fabio Fazio a «Che tempo che fa»

Sul finire del secolo scorso scrissi un articolo in cui osservai alcune cose: per esempio che con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica la De Agostini aveva dovuto mandare al macero tutti gli atlanti. Io per fortuna andai a recuperare quelli di prima del 1914 dove c’era ancora la Serbia, Montenegro, la Lituania, l’Estonia e andavano benissimo. Questo mi diede uno shock. Avevamo massacrato 55 milioni di persone durante la seconda guerra mondiale, un altro po’ nella prima, per niente... per tornare indietro.
Poi feci un’altra osservazione. Sembrava che il punto più avanzato del mondo dello spettacolo fosse la televisione e improvvisamente avevano inventato il cinematografo, cioè la videocassetta. Dopodiché avevano inventato internet che riusciva ad avere immagini immobili e in più non viaggiava più come telegrafia senza fili ma come la telefonia coi fili. Quindi era stato un passaggio da Marconi a Meucci. A quel punto avevo ipotizzato che prima o poi avrebbero inventato una scatola dalla quale, girando semplicemente una manopola, sarebbe uscita della musica. Io scherzavo: avevo inventato la radio? No. È l’IPod. Questo cammino all’indietro esiste davvero.
Questi, naturalmente, sono soltanto degli scherzi anche se possono essere sintomi preoccupanti. Il vero cammino all’indietro, invece, è nella tecnica della guerra. Il vituperato ‘900 ci ha dato 50 anni di pace con la guerra fredda, che è stata una grandissima invenzione, l’equilibrio del terrore. Sì, si ammazzava un po’ di gente in periferia, ma noi al centro non stavamo male. Poi, dieci anni prima che finisse il secolo, con la prima guerra del Golfo è cominciata la guerra calda, la guerra guerreggiata (...).
Adesso siamo tornati al saluto romano nello stadio. Lo facevo da balilla. A 10 anni: solo che io ero obbligato a farlo. Oggi invece i giornali parlano di un funerale, di una persona molto per bene che ha vissuto tutta una vita senza approfittare del proprio nome, ma al suo funerale si sono verificati tutti riti di cinquant’anni fa. Abbiamo al governo quelli che c’erano prima della Resistenza. E con la devoluzione abbiamo un’Italia pre-Garibaldi.
Ci sono delle marce all’indietro impressionanti. Il rifiuto dell’evoluzionismo di Darwin è una storiella dell’800 di gruppi fondamentalisti protestanti. Oggi sta tornando d’attualità. L’antisemitismo è di nuovo ai protocolli dei Savi di Sion. È abbastanza preoccupante. Forse la storia si è stancata di andare avanti (...)
C’è un fatto nuovo: il populismo mediatico. Nel mio ultimo libro mi riferisco al nostro Paese, e uno dei motivi di sofferenza che provo quando vado all’estero non è essere trattato male in quanto italiano - visto che vengo accolto non come italiano ma in quanto autore o collega d’università - ma il vedermi fatto segno di tanta solidarietà. Mi danno le pacche sulle spalle... perché hanno paura che capiti anche a loro. L’Italia è sempre stato un laboratorio. Pensiamo alle avanguardie. Si è cominciato col futurismo italiano e poi è venuto tutto il resto. I fascisti: sono nati in Italia e poi in Germania, Spagna. Io spiego agli stranieri: voi sembrate tanto preoccupati per noi, ma non è vero. Voi avete paura che possa succedere qualcosa del genere anche a voi.
Cos’è il populismo mediatico? Il populismo è una forma di governo che si regge nell’appello diretto al popolo e la richiesta di legittimità. Ora, il popolo non esiste. Cos’è il popolo? Prova ne è che la democrazia - che, come dice anche Fossati, sarà un pessimo regime ma è ancora il migliore che abbiamo - invece di rifarsi ad una visione mitica del popolo si basa su un criterio di maggioranza. Poi può darsi che la maggioranza abbia torto, ma questo è un altro discorso... L’appello al popolo invece vuol dire un appello a qualcosa di inventato, scavalcando la mediazione parlamentare. Ora, le dittature eliminano i parlamenti: Mussolini che dice a Montecitorio «potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli», lo dice nel 1922 e nel giro di qualche anno lo fa sul serio.
Il punto è che in un periodo di regime massmediatico non è più necessario instaurare dittature. Il nostro presidente del Consiglio una volta ha detto: non accetto di essere giudicato da un magistrato, perché io sono stato legittimato dal popolo mentre lui è al suo posto per concorso... Dopodiché, aggiungo io, se mi viene l’appendicite io non mi faccio operare dal chirurgo perché non è stato eletto dal popolo ma è arrivato a quel posto per concorso. Non mando i bambini a scuola perché il maestro non è stato eletto dal popolo, non salgo sull’aereoplano perché il pilota non è stato eletto dal popolo. Chiudiamo l’esercito perché il generale per fortuna non è stato eletto dal popolo ma va lì per concorso e carriera. Ecco, questo dire «io mi lascio giudicare solo dal popolo», significa fare del populismo, cioè creare quella finzione per cui sarebbe il popolo quello che ti dà ragione. (...)
Vedo un sacco di intellettuali in tv, poi magari smettono di esserlo nel momento in cui ci vanno... ma questo è un altro problema. Credo che molti non vadano in tv perché tranne poche eccezioni li fanno litigare. (...) Sì, io guardo la tv - uno guarda quello che può - e quando sono a casa guardo il tg e poi tutti i film di carabinieri, squadra di polizia, distretti... tutti... È chiaro che sono tutti uguali, ma questa è anche la loro bellezza: ti dà un senso di pace e di serenità. Sono fatti e costruiti bene. Alle 23 finiscono e uno torna a lavorare.
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mercoledì, 22 febbraio 2006
Da Altroconsumo

Ex servizio 12: regna la confusione

Grazie anche alle nostre continue richieste il Garante delle comunicazioni ha deliberato lo scorso 9 febbraio un significativo abbassamento del prezzo massimo per chiamare uno degli innumerevoli operatori che hanno sostituito il vecchio 12 nel fornire informazioni sugli abbonati al telefono.
Appena la delibera ministeriale entrerà in vigore i tetti massimi ai quali dovranno adeguarsi i vari operatori saranno di 1,44 euro di conversazione al minuto ai quali si dovrà aggiungere 0,36 euro di scatto alla risposta (IVA compresa).
Nell’attesa però, alcuni operatori stanno approfittando della confusione per portare avanti una politica in contrasto con i nostri tentativi di rendere i prezzi di questi servizi più trasparenti e più economici per i consumatori.

La nostra tabella mostra come dalle rilevazioni dello scorso 26 gennaio a quelle più recenti del 15 febbraio, il 1240 (Seat Pagine Gialle), il 1256 (Telegate) e il 1289 (ProntoSeat) abbiano inspiegabilmente aumentato i prezzi delle chiamate al minuto da telefono fisso di circa il 18%. Questo ha comportato di conseguenza aumenti del 14% per le chiamate brevi da 50 secondi (poiché lo scatto alla risposta è rimasto invariato) e un rincaro più consistente (16%) per le chiamate più lunghe da 1 minuto e 43 secondi. Sebbene questi operatori risultino tra i meno cari nella nostra graduatoria, il loro prezzo massimo (anche senza il recente aumento) resta decisamente lontano persino dal vecchio tetto imposto dal Garante (1,8 euro al minuto, IVA compresa).

Le informazioni fornite al consumatore, inoltre, non sono sempre chiare, e a volte i vari strumenti delegati a fornire indicazioni sui prezzi mostrano cifre contrastanti. Il 1240 di Seat Pagine Gialle, per esempio, comunica sul proprio sito (www.1240.it) che una telefonata da telefono fisso costa (oltre ai 36 centesimi di scatto alla risposta) 0,022 euro al secondo (IVA compresa) di conversazione; se si chiede però la stessa informazione al loro numero verde 800.12.40.00, la voce automatica risponderà che il costo del servizio è di 0,026 euro al secondo (sempre IVA inclusa). Incomplete, poi, sono le informazioni che si possono trovare sul sito di Vodafone (www.190.it) che riporta solo i costi da telefonino (Vodafone) per una chiamata nazionale al loro servizio abbonati 892000; per sapere quanto si spende da telefono fisso e dagli altri gestori di telefonia mobile, il consumatore è costretto a contattare il numero verde 800.034.652.

CHIAMATE DA TELEFONO FISSO TELECOM ITALIA

 Chiamate di durata breve: 50"   

Numero Operatore 15-feb 26-gen %
892424 Telegate 1,46 1,46 0%
1255 Wind 1,6093 1,6093 0%
1240 Seat Pagine Gialle 1,66 1,46 14%
1256 Telegate 1,66 1,46 14%
1289 ProntoSeat 1,66 1,46 14%
1254 Telecom 1,66 1,66 0%
1280 BigWorld 1,66 1,66 0%
1288 Telefonica 1,66 1,66 0%
1290 Vodafone 1,66 1,66 0%
892000 Vodafone 1,66 1,66 0%
892500 Pagine Italia 1,66 1,66 0%
892892 Il Numero 1,8 1,8 0%
1248 Telefonica 1,86 1,86 0%
1250 Conduit 1,86 1,86 0%
1266 Concierge 1,86 1,86 0%
1277 DA Directory Assistance 1,86 1,86 0%
1299 WìES Enhanced Company 1,86 1,86 0%

Chiamate di durata lunga: 1' 43"   



Numero Operatore 15-feb 26-gen %
892892 Il Numero 1,8 1,8 0%
892424 Telegate 2,626 2,626 0%
1255 Wind 2,9336 2,9336 0%
1240 Seat Pagine Gialle 3,038 2,626 16%
1256 Telegate 3,038 2,626 16%
1289 ProntoSeat 3,038 2,626 16%
1254 Telecom 3,038 3,038 0%
1280 BigWorld 3,038 3,038 0%
1288 Telefonica 3,038 3,038 0%
1290 Vodafone 3,038 3,038 0%
892000 Vodafone 3,038 3,038 0%
892500 Pagine Italia 3,038 3,038 0%
1248 Telefonica 3,45 3,45 0%
1250 Conduit 3,45 3,45 0%
1266 Concierge 3,45 3,45 0%
1277 DA Directory Assistance 3,45 3,45 0%
1299 WìES Enhanced Company 3,45 3,45 0%
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categoria:telefonia
domenica, 19 febbraio 2006
“Come ho comprato il patentino”
L'articolo completo su Motociclismo, febbraio 2006    
             
Un corso che non prevede l'esame finale sembra già una presa in giro. Se poi la scuola guida rilascia l’abilitazione senza nemmeno frequentare le lezioni si tratta di un vero imbroglio. Ecco come, con 150 euro e senza fare un minuto di lezione, ci siamo procurati un regolare attestato.

Vuoi il patentino? Basta pagarlo

Noi di Motociclismo ci siamo riusciti senza fare nemmeno una delle lezioni previste dal Codice. Senza leggere un segnale stradale o ascoltare una lezione sulle precedenze o qualunque altra regola sulla circolazione. Ci è bastato pagare 150 euro: quanto ci ha chiesto una scuola guida di Roma, senza esigere nulla in cambio, nemmeno una presenza simbolica al corso previsto dal Codice della Strada con la legge 168/2005.

La nuova legge, criticata subito da Motociclismo dice che, anche chi ha compiuto i 18 e non possiede alcuna patente, per guidare un motorino deve avere un certificato di guida. Chi era già maggiorenne quando la norma è entrata in vigore deve seguire, a pagamento, un corso di 12 ore presso un’autoscuola (negli altri casi è invece previsto l’esame).
Al termine delle lezioni non è neppure richiesto un test: per portare a casa il “pezzo di carta” basta aver frequentato.
Ma c’è chi non si accontenta e vuole il patentino senza nemmeno frequentare il corso. E ci riesce.

Ti iscrivi, paghi e poi passi a ritirare
Il nostro collaboratore/cavia, che chiameremo Mario, una mattina di fine novembre va in un’autoscuola di Roma. “Mi serve il motorino per andare al lavoro - spiega all’impiegata -, mi occorre il patentino, in fretta”.
“In fretta quanto?” chiede l’impiegata. “Un mese al massimo”, risponde lui.
La signora annuisce: “Sì, si può fare”. Sfila dal cassetto un modulo di iscrizione. Mario lo compila e lo firma: “E poi con il vostro attestato dovrò andare alla Motorizzazione...”. L’impiegata lo stoppa: “No facciamo tutto noi. Le rilasciamo direttamente il patentino. La cifra complessiva è 149,96 euro”.
Poi aggiunge: “Le lezioni si tengono 3 volte la settimana. Lunedì, mercoledì e venerdì, dalle 19 alle 20. Tre ore la settimana per quattro settimane fanno giusto 12 ore”.
Mario paga e pochi giorni dopo torna in agenzia. Non per cominciare il corso, ma per segnalare che il suo è un caso un po’ speciale: “… Sa, io lavoro fino a tardi... Vorrei sapere che cosa succede se perdo qualche lezione. Il patentino mi serve davvero presto”. L’impiega lo tranquillizza: “Nessun problema, possiamo farla risultare ugualmente presente”.
Mario non si fa più vedere. Salta tutte le lezioni e mai nessuno gli telefona dalla scuola guida per richiamarlo ai suoi doveri di studente o almeno per capire la ragione di quell’assenza totale. Prima di Natale passa in agenzia e ritira il suo patentino.
Che efficienza, che autoscuola modello! E poi dicono che in Italia non funziona niente.

L’inghippo nella norma approvata ad agosto 2005
Il Codice della Strada impone dal 30 settembre 2005 anche agli adulti l’obbligo del patentino, in assenza di un qualunque altro documento di guida, per potere condurre il motorino. Fin qui nessuna sorpresa.

La novità è stata introdotta con il decreto legge 115/2005 (approvato dal Parlamento il 17 agosto 2005) che ha imposto la frequenza di un corso di 12 ore presso un’autoscuola. Cita l’articolo 5: “coloro che alla data del 30 settembre abbiano compiuto la maggiore età conseguono il certificato di idoneità alla guida di ciclomotori previa presentazione della domanda al competente ufficio del Dipartimento dei trasporti terrestri corredata da certificazione medica (…) e dall’attestato di frequenza a un corso presso un’autoscuola”. Per chi invece ha compiuto, o compirà, i 18 anni dopo quella data, è previsto l’esame teorico, come per i minorenni, ma potrà presentarsi da privatista.
Nel caso da noi analizzato la norma esclude quindi la verifica finale, e non garantisce sull’effettiva preparazione di chi ottiene poi il patentino.
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venerdì, 17 febbraio 2006
LONDRA, 8 febbraio (Reuters) -
L'agenzia Standard and Poor's prenderà una decisione sull'Italia, sul cui rating 'AA-' pesa da agosto un outlook negativo, entro la fine dell'anno e, al momento, non individua nella classe politica la volontà di adottare le misure necessarie.
Lo dice l'analista Moritz Kraemer durante la conferenza annuale dell'agenzia sui rating sovrani.
"Ci aspettiamo che l'outlook negativo dell'Italia si risolva, in un modo o nell'altro entro la fine dell'anno. Per allora avremo in mano abbastanza per prendere una decisione", dice Kraemer.
"E' necessario un grosso aggiustamento. Finora non abbiamo visto grosso interesse ad affrontare il problema da entrambe le sponde della classe politica", sottolinea l'analista.
"Aspettiamo con ansia i segnali che invierà il nuovo governo", aggiunge.
Già in dicembre S&P's aveva dichiarato che avrebbe guardato alle decisioni che verranno prese dalla maggioranza che emergerà dalle elezioni di aprile. In particolare, aveva fatto sapere l'agenzia, sarà valutata la strategia delineata nel Documento di programmazione economico finanziaria e nella prossima legge Finanziaria, ma anche in dichiarazioni e interviste di esponenti politici.
A fine 2005 S&P's aveva lamentato la mancata attuazione di riforme incisive da parte del governo di centro-destra, avvertendo però che un'eventuale maggioranza di centro-sinistra mancherà parimenti di coesione. La frammentazione politica, era la conclusione dell'agenzia, continua a impedire al paese di attuare le scelte necessarie.

   

© Reuters 2006. Tutti i diritti assegna a Reuters.
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mercoledì, 15 febbraio 2006
da "il manifesto" del 14 febbraio 2006


La «memoria dimezzata» nel racconto dello storico Angelo Del Boca di TOMMASO DI FRANCESCO

A Trieste, in molte altre città italiane e a Palazzo Chigi la scorsa settimana è stata celebrata la «giornata del ricordo» sulla tragedia delle foibe e dell'esodo degli italiani dall'Istria. C'è bisogno di una memoria condivisa, c'è bisogno reale di una pacificazione. La celebrazione al contrario è stata fatto in aperto scontro con la verità, dimezzando la memoria storica. Perfino il presidente della repubblica Ciampi ha dimenticato di ricordare nel suo intervento il ruolo determinante della violenza fascista in quelle terre. Cancellare la verità e, peggio, costruire una unità nazionalista e patria contro la «barbarie slava». Berlusconi e la destra post-fascista hanno fatto di peggio. Hanno celebrato con un vero e proprio comizio, inscrivendo le foibe dentro la campagna elettorale contro tutta la sinistra, dichiarando «basta buchi neri, pagine strappate, omissioni». Così si è costruita una grande omissione che è quella delle responsabilità prima del nazifascismo, un «buco nero» che riguarda la cultura della sinistra che vuole governare e che, di fronte a questo attacco - in tv lo spot del governo diceva: «Pulizia etnica comunista» - non ha reagito. Mentre Forza Italia apre le sue liste alle peggiori formazioni e figure del neofascismo. Così approfondire, parlare di foibe, esodo e storia coloniale del fascismo sul confine, vuol dire rendere più attuale la consapevolezza che quelle atrocità non si debbano ripetere. Enzo Collotti sulle pagine de il manifesto ha scritto: «Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell'arco di un ventennio con l'esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nella fase più acuta della Seconda guerra mondiale». Su questi temi, in aperta ricerca di un racconto che salvaguardi il rispetto di tutte le vittime ma anche l'oggettività degli accadimenti, abbiamo posto alcune domande allo storico Angelo Del Boca.

Come giudica la celebrazione istituzionale avvenuta in queste settimane del cosiddetto «giorno del ricordo»?
Questo «giorno del ricordo», così come viene celebrato da un paio di anni, è una sorta di triste compromesso che non ha alcun fondamento storico. E ci stupisce che politici della statura di Fassino e di Violante abbiano aderito all'iniziativa di Alleanza Nazionale quando essi sanno benissimo che il presidente del consiglio Berlusconi considera questa ricorrenza come il giorno della «pulizia etnica comunista», dimenticando che le foibe e l'esodo dei giuliano-dalmati costituiscono una diretta eredità del ventennio fascista e dell'occupazione italiana dei Balcani durante la Seconda guerra mondiale.

Ne viene fuori una memoria dimezzata, nella quale la violenza fascista in quelle terre è cancellata. Qual è il contesto storico che produce la tragedia delle foibe?
Non c'è alcun dubbio. Ne esce una memoria dimezzata. Con il risultato non di colmare una lacuna storica, con una legittima revisione, ma di rendere ancora più confusa, inestricabile, la storia della nostra presenza sul confine orientale. Non si può capire l'estrema, condannabile, violenza del regime di Tito, che ha generato le foibe e l'esodo di centinaia di migliaia di italiani, se non si ripercorre la storia del Novecento. Quando l'Italia, vincitrice nella Prima guerra mondiale, ingloba nel proprio territorio 327 mila sloveni e 152 mila croati, anziché scegliere la strada del rispetto per le minoranze, suggerito da Wilson, sceglie invece quella dell'assimilazione forzata e brutale. E' con l'incendio, il 13 luglio 1920, del Darodni Dom, la sede delle principali organizzazioni slave di Trieste, che ha inizio la grande campagna di snazionalizzazione della Venezia Giulia.

Se si leggono i rapporti dei prefetti e dei gerarchi fascisti, questa campagna viene descritta con differenti locuzioni: «assimilazione», «italianizzazione», «nazionalizzazione», «bonifica etnica», «epurazione etnica». Ma il significato è lo stesso: annientamento di un popolo. Come hanno scritto i quattordici storici italiani e sloveni della Commissione mista, in quel loro documento purtroppo dimenticato, «il fascismo cercò di realizzare nella Venezia Giulia un vero e proprio programma di distruzione integrale dell'identità nazionale slovena e croata». Programma che l'Italia fascista cercò di completare nel 1941, quando incorporò nel proprio territorio la parte meridionale della Slovenia. Adesso non erano più le squadracce di Francesco Giunta a usare violenze sulle minoranze slave, ma l'esercito italiano, il quale, in base alla famigerata circolare 3C, emessa il 1° marzo 1942 dal generale Roatta, potevano impiegare ogni mezzo per piegare la resistenza degli sloveni. I risultati di questa condotta sono tristemente noti: 13 mila uccisi, fra partigiani e civili; 26 mila deportati in campi di concentramento; 83 condanne a morte, 434 ergastoli, 2695 pene detentive per un totale di 25.459 anni.
Tutto questo può bastare per scatenare odi e desiderio di vendetta? Basta per spiegare le foibe, anche se nelle foibe sono finiti degli innocenti e non il generale Roatta?

Come giudica il fatto che si parli delle foibe contro gli italiani e invece per i crimini fascisti e nazisti commessi in Jugoslavia i processi e la verità sono stati respinti ripetutamente dai governi italiani del dopoguerra?
Non uno solo dei generali italiani che hanno operato nei Balcani, tra il 1941 e il 1943, ha pagato per i suoi crimini. Così come nessun generale o gerarca fascista ha pagato per le stragi, le deportazioni, l'uso dei gas in Etiopia e in Libia. Alcuni di costoro, anzi, hanno avuto incarichi ed onori dagli stessi governi della Repubblica, nata dalla Resistenza. Chi sperava, come l'imperatore Hailè Selassiè, in una «Norimberga italiana», è rimasto deluso. Avendo assunto la deprecabile decisione di non consegnare a paesi stranieri criminali di guerra (soltanto Belgrado ne aveva richiesti 750), Roma rinunciava anche, salvo per una dozzina di personaggi, a chiedere alla Germania la consegna dei nazisti che si erano macchiati in Italia, tra il 1943 e il 1945, di un numero infinito di stragi (non meno di 10 mila uccisi fra i civili).

Lo storico Filippo Focardi ha chiesto dalle pagine della rivista «Contemporanea» - che sul tema ha dedicato un dossier nel numero 2 del 2005 - al presidente Ciampi di andare a visitare Arbe. E' giusto insistere?
Nel suo articolo, ricordando come il presidente della Repubblica Ciampi avesse fatto visita alle foibe di Basovizza, Filippo Focardi lo invitava, per poter realizzare «una memoria intera», a visitare anche l'isola di Arbe, sede del principale campo di concentramento italiano per civili jugoslavi. Il tasso di mortalità ad Arbe era del 19 per cento, ossia da campo di sterminio. Secondo fonti slovene, infatti, le vittime furono tra le 3 e le 4 mila. E' un vero peccato che la prossima scadenza del mandato impedisca al capo dello Stato di raccogliere l'invito di Focardi. «Sarebbe un gesto simbolico importante - scriveva lo storico - paragonabile alla visita compiuta tre anni fa dal presidente tedesco Johannes Rau a Marzabotto. Ciampi apprezzò molto quella visita».

Nella cerimonia a Palazzo Chigi sia Berlusconi che Fini hanno inserito la questione delle foibe dentro la campagna elettorale, mentre aprono le liste a Fiamma tricolore e a Forza Nuova.
Non mi stupisce il fatto che Berlusconi e Fini abbiano inserito la questione delle foibe nella loro campagna elettorale, tesi come sono a denunciare, in forma ossessiva, il pericolo comunista, di ieri e di oggi. Ciò che mi stupisce, invece, è che Fini accetti che le liste della Casa delle libertà siano aperte a formazioni di estrema destra, come il Msi-Fiamma Tricolore di Pino Rauti e il Nuovo Msi-Destra Nazionale di Gaetano Saya. Se questa operazione va in porto, perdono di credibilità la svolta di Fiuggi, i viaggi propiziatori in Israele, il giudizio sostanzialmente negativo sul fascismo. Tutto per un pugno di voti?
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categoria:menzogne
martedì, 14 febbraio 2006
Cari amici, grazie!
Eravamo (anzi, no, lo confesso: sto parlando in prima persona) un po' perplessi nel proporvi la Campagna "diritto al cuore".
A me, in quanto presidente di Emergency, era stata presentata la necessita' di costruire e gestire un ospedale cardiochirurgico in Africa, e io avevo trovato la proposta "scandalosa". In Africa, dove i bambini muoiono di dissenteria, di malaria, di morbillo, un Centro cardiochirurgico di alto livello?
Con l'ambulatorio pediatrico nel campo profughi intorno a Khartoum stiamo rispondendo anche a questi bisogni. Ma, se da noi nasce un bambino con una cardiopatia congenita, o sua madre o suo padre rischiano di morire per malattie cardiache, diamo per scontato che abbiano diritto a un ospedale in cui essere curati. Perche' in Africa questa pretesa dovrebbe essere eccessiva? Voi, cari amici, avete capito più velocemente di me il valore aggiunto
di questo progetto: i diritti fondamentali o sono di tutti, o sono i privilegi nostri, dei paesi ricchi. Il meglio della medicina e della chirurgia deve essere a disposizione di tutti.
Non siamo ancora in grado di darvi i risultati di questa prima settimana di campagna di raccolta fondi attraverso gli SMS al 48587, ne' attraverso le donazioni su ccp o bonifico bancario. Cio' di cui vi sto ringraziando e' l'affetto e la fantasia con cui la Campagna "diritto al cuore" e' stata accolta.
Grazie a quanti hanno chiesto agli amici di fare il "passa parola", aggiungendo "comincio ogni giornata con questo messaggino, e mi sento di fare la mia parte".
Grazie ai gestori di siti che ci hanno ospitato, ai giornalisti che ci hanno dato visibilita', con simpatia.
Grazie alle amministrazioni comunali e alle Aziende trasporti pubblici che hanno concesso le affissioni gratuite, agli artisti che alla fine degli spettacoli chiedono di fare il rito collettivo di riaccendere i cellulari per mandare un SMS.
Non sara' con 1 euro ciascuno che raggiungeremo il risultato dei 20 milioni necessari alla costruzione, equipaggiamento e gestione per un anno degli interventi di cardiochirurgia, ma l'affetto e la condivisione dimostrati da questi gesti ci motivano a continuare.
Grazie ai meravigliosi volontari di Emergency che passano il loro tempo libero dal lavoro a fare banchetti nelle piazze e nei centri commerciali per spiegare meglio il progetto del Centro di cardiochirurgia "Salam".
Ringraziando, a caso, so bene di tralasciare molti altri sostenitori, appassionati e fantasiosi. Me ne scuso, ma sono certa che capiranno.
Non posso fare a meno di ringraziare la coppia di genitori che mi ha convinto ad accettare con entusiasmo il progetto: all'ottavo mese di una gravidanza molto attesa e desiderata hanno saputo che la loro bimba era affetta da grave patologia cardiaca. Mi hanno detto "noi abbiamo addirittura potuto scegliere il miglior centro in cui farla operare, subito dopo la nascita. Per fortuna è capitato a noi. In Africa, il dolore dei genitori sarebbe stato senza rimedio".
Ora la piccola Elena sta bene e sara', con discrezione, la nostra mascotte.
Grazie a tutti.
Teresa Sarti Strada
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mercoledì, 08 febbraio 2006


Dal 3 febbraio fino al 6 marzo inviando un Sms al numero 48587 aiuterai Emergency a costruire un ospedale cardiochirurgico gratuito in Africa.

Un messaggio che arrivera' diritto al cuore.
***
Il Sudan e i nove paesi confinanti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Ciad, Libia, Egitto: un'area grande tre volte l'Europa, dove i bisogni sanitari sono drammatici e le risposte scarse e inadeguate.
Per gli oltre 300 milioni di abitanti di questa immensa regione dell'Africa non esiste un ospedale cardiochirurgico gratuito e di elevata qualità: Emergency lo sta realizzando.
Si chiamera' "Salam", in arabo "pace", perche', attraverso la condivisione dei piu' avanzati risultati della scienza medica, li' si contribuira' a rendere concreta "l'eguaglianza in dignita' e diritti" di ciascun essere umano.

Il Centro di cardiochirurgia di Khartoum nasce per dare una risposta alle migliaia di persone affette da patologie cardiache - in particolare malformazioni congenite e patologie valvolari originate da febbri reumatiche - che non avrebbero altre possibilita' di essere operate gratuitamente da un'equipe altamente specializzata.

Si potra' sostenere il progetto del Centro di cardiochirurgia "Salam" con donazioni tramite conto corrente postale e bancario, con carta di credito online dal sito e con l'invio di un Sms al 48587 del valore di 1 euro (Iva esclusa) da tutti i telefonini personali Tim, Vodafone, Wind e 3, ma anche dai telefoni di rete fissa Telecom Italia abilitati o chiamando il numero 48587 (per il valore di 2 euro).

Sul sito della campagna "diritto al cuore" all'indirizzo www.emergency.it potrai recuperare maggiori dettagli e materiale informativo sul Centro Salam e sulla campagna di raccolta fondi.
***

Sono attivi altri due nuovi conti correnti dedicati alla raccolta fondi per il progetto del Centro Salam:

- Conto corrente bancario intestato a
Emergency Centro cardiochirurgia - Sudan
presso Banca Etica - filiale di Milano
n° 513040
ABI 05018 - CAB 01600 - CIN P

- Conto corrente postale intestato a
Emergency - diritto al cuore

n°14514244
***

Dal 1994, anno della fondazione, a oggi, Emergency e' cresciuta nella convinzione che solo ospedali rispettosi della persona umana e dei suoi diritti siano in grado di assolvere in pieno il proprio compito: quello di essere luoghi davvero "ospitali" dove si praticano rapporti umani basati sulla solidarietà e sul rispetto reciproco.

Di fronte alla guerra, ci e' sembrato sensato non limitarci all'assistenza chirurgica ai feriti, ma proporre la pratica dei diritti in campo sanitario. Nel nostro lavoro, vorremmo vedere realizzato il diritto ad essere curato per chi è ferito e per chi e' ammalato: sentiamo come nostro dovere quello di fornire assistenza sanitaria di alto livello e gratuita. Perche' i diritti non solo non hanno prezzo, ma non si possono pagare: i diritti sono dovuti, per questo devono essere gratuiti.
E uguali per tutti.
Non vogliamo una sanita' per i ricchi del nord del mondo - evoluta, sofisticata, tecnologica - e una sanità di scarto per i poveri, per i Paesi piu' disperati dove raramente si vive fino a quarant'anni, e dove si possono curare - a volte - solo diarree e polmoniti.
Ecco perche' abbiamo disegnato un grande progetto, un centro di chirurgia cardiaca a Khartoum, in Sudan. Un Centro di eccellenza, di altissima tecnologia, dove si possa eseguire tutta la cardiochirurgia per bambini e per adulti. Un centro gratuito a disposizione anche dei Paesi confinanti, dove i pazienti verranno diagnosticati in appositi ambulatori e trasferiti a Khartoum per l'intervento chirurgico.
Un progetto complesso e difficile, ma anche un cammino stimolante, perché contiene semi di pace: mostrare che riconosciamo ai cittadini di quei Paesi gli stessi diritti che pretendiamo per noi stessi, che vogliamo condividere i benefici della scienza medica, che non riserviamo loro solo una "medicina" di seconda scelta. Un progetto dove il ritrovarsi tra pazienti e sanitari di etnie e culture diverse possa essere un segnale di collaborazione e di solidarietà. Per questo il Centro di Cardiochirurgia di Khartoum si chiama Salam, che vuol dire pace.

Gino Strada
postato da: Masso57 alle ore 21:55 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 06 febbraio 2006
da Repubblica.it

Aboliti gli esami anche per gli istituti non statali e non paritari: circolare dell'ultima ora dal ministero dopo le norme economiche nella Finanziaria

"Tutte le private senza controlli"
Sindacato e presidi: pronti ai ricorsi


di SALVO INTRAVAIA
 
Ancora un regalo alle scuole private. Da quest'anno, i piccoli iscritti nelle scuole "non statali non paritarie" per passare da una classe all'altra non saranno più soggetti al consueto esame annuale. Lo ha stabilito un recente provvedimento firmato dal direttore generale per gli Ordinamenti scolastici del ministero dell'Istruzione, Silvio Criscuoli, che fa andare su tutte le furie la Cgil. Per il sindacato, "di queste continue regalie al privato non se ne può proprio più, e da tempo".
"Il ministero - dichiara Enrico Panini, segretario generale della Flc Cgil - ha raccolto il grido di dolore di alcuni gestori di scuole private ed in nome del primato del mercato è corso fulmineamente in loro soccorso abolendo gli esami annuali di idoneità. Abbiamo dato mandato al nostro ufficio legale di impugnare la nota ministeriale e sappiamo di dirigenti scolastici di scuole pubbliche che stanno valutando a loro volta la possibilità di impugnare la norma per gli evidenti effetti distorsivi sul sistema pubblico. Stiamo, inoltre, valutando l'organizzazione di iniziative di protesta".
Ma di cosa si tratta? Prima della legge sulla parità scolastica (aprile 2000) i piccoli delle scuole elementari private autorizzate, per essere promossi alla classe successiva dovevano sostenere un esame al cospetto di una commissione giudicatrice esterna, con maestre provenienti dalla scuola statale. Poi, per le scuole private che ne fecero richiesta - ed erano in possesso dei requisiti - arrivò la parità scolastica, che le equiparava in tutto alle scuole statali. E per gli alunni iscritti nelle paritarie finì l'angoscia dell'esame a giugno. Per tutti coloro che, invece, rimasero iscritti nelle scuole private autorizzate (era questa la dicitura delle