venerdì, 27 gennaio 2006
I commenti al post precedente sono uno spunto per parlare un po' dell' Otto per mille.
Che NON è una tassa in più, ma una quota dell'IRE già versata.
E di cui il maggiore beneficiario è la Chiesa Cattolica.

Vediamo come.

Con il Concordato del 1929 lo stato italiano si impegnò a pagare direttamente lo stipendio al clero cattolico, con il meccanismo della congrua. Nell’ambito delle trattative per il “nuovo” Concordato, si decise un nuovo meccanismo di finanziamento alla Chiesa cattolica, solo in apparenza più democratico e trasparente in quanto allargato alle altre religioni: lo stato decideva di devolvere l’8 per mille dell’intero gettito IRPEF alla Chiesa cattolica (per scopi religiosi o caritativi) o alle altre confessioni o allo Stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.

IL MECCANISMO

Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni:

Stato
Lo Stato è l’unico competitore per l’otto per mille che rifiuta di farsi pubblicità. Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito Internet.
Nel 1996 il ministro Livia Turco propose di destinare i fondi di competenza statale all’infanzia svantaggiata, ma il “cassiere” della Conferenza Episcopale Italiana, Mons. Nicora, reagì duramente, sostenendo che «lo Stato non deve fare concorrenza scorretta nei confronti della Chiesa».
Per la cronaca, da questo gettito viene alimentata una parte delle missioni internazionali di “pace” .


Chiesa cattolica
Nato come meccanismo per garantire il sostentamento del clero, tale voce è diventata, percentualmente, sempre meno rilevante (il 34,1% del totale). Parrebbe infatti che la Chiesa cattolica prediliga destinare i fondi ricevuti dallo Stato alle cosiddette “esigenze di culto” (47,2%): finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio. Ovvio che non vedremo mai alcuno spot su queste tematiche: ai tanto strombazzati aiuti al terzo mondo, cui è dedicata quasi tutta la pubblicità cattolica, va solo l’8% del gettito. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.sovvenire.it.

Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi
Rifiuta di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.chiesavaldese.org.

Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno
Rifiuta anch’esse di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.avventisti.it.

Assemblee di Dio in Italia
I fondi sono destinati esclusivamente alle missioni e alla beneficienza. Per maggiori informazioni vai su www.adi-it.org.

Chiesa Evangelica Luterana in Italia
Una parte dei fondi viene utilizzata per il sostentamento dei pastori. Per maggiori informazioni vai su www.elki-celi.org.

Unione Comunità Ebraiche Italiane
I fondi non sono destinati ai rabbini, ma in gran parte alla manutenzione delle sinagoghe. Per maggiori informazioni vai su www.ucei.it.

In realtà nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia di più ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi.
Come se non bastasse, la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse.
Alcune confessioni, più coerentemente, lasciano allo Stato le quote non attribuite, limitandosi a prelevare solo quelli relativi ad opzioni esplicite a loro favore: cosa che NON fa la chiesa cattolica, ottenendo un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti ottenuti a suo favore.
ECCO PERCHÉ È IMPORTANTE COMPILARE QUESTA SEZIONE DELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI.
Qualora il contribuente non sia tenuto alla presentazione della dichiarazione, può comunque effettuare ugualmente la scelta della destinazione dell’8 per mille consegnando il CUD in una busta chiusa agli enti preposti alla raccolta (poste, banche etc…).

LA DISTRIBUZIONE DEL GETTITO
Il Ministero delle Finanze, già restio a fornire statistiche in merito (comunica i dati alle sole confessioni religiose, che ne danno notizia con estrema riluttanza), è peraltro estremamente lento nel diffondere i dati. Le ultime comunicazioni ufficiali e definitive si riferiscono, incredibilmente, alle dichiarazioni dei redditi del 2001 (redditi 2000).

Questa la distribuzione:

87,25%    Chiesa Cattolica   

10,28%    Stato   

1,27%     Valdesi   

0,42%     Comunità Ebraiche   

0,31%     Luterani   

0,27%     Avventisti del settimo giorno   

0,20%     Assemblee di Dio in Italia   

Va notato che, in tale occasione, su oltre trenta milioni di contribuenti solamente il 39,62% ha espresso un’opzione. Solo il 34,56% della popolazione, quindi, ha espresso una scelta a favore della Chiesa cattolica. Per dare un’idea dell’enormità della cifra corrisposta grazie a questo meccanismo, la Conferenza Episcopale ha disposto nel 2004 di contributi per 936,5 milioni di Euro circa (1800 miliardi di Lire).


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lunedì, 23 gennaio 2006
da "LA STAMPA " del 21 gennaio 2006

DECRETO DELLA SANTA SEDE
ADESSO LA LIBRERIA VATICANA INIZIERA’ LE BATTAGLIE LEGALI

Atti, encicliche e discorsi Il Papa mette il copyright
Per trenta righe chiesti 15 mila euro a una casa editrice

CITTÀ DEL VATICANO - Le encicliche costano più care, la catechesi alle udienze del mercoledì e gli «Angelus» un po’ di meno, e i discorsi sono ancora più a buon mercato; per la prima volta nella storia della Chiesa gli atti ufficiali del Pontefice - e non i libri che scrive come privato cittadino - devono sottostare alle leggi del copyright, gestite dalla Libreria Editrice Vaticana. E’ uno dei primi atti amministrativi del pontificato di Benedetto XVI, e si vuole ampliare il suo raggio d’azione, dopo un «vertice» svoltosi in Vaticano un mese fa. Ecco il testo del decreto che il Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, ha firmato il 31 maggio con decorrenza immediata e retroattiva: «Sono affidati alla Libreria Editrice Vaticana, quale Istituzione collegata alla Santa Sede, l'esercizio e la tutela, in perpetuo e per tutto il mondo, di tutti i diritti morali d'autore e di tutti i diritti esclusivi di utilizzazione economica, nessuno escluso od eccettuato, sopra tutti gli atti e i documenti attraverso i quali il Sommo Pontefice esercita il proprio Magistero. Nell'assolvimento di tale incarico la Libreria Editrice Vaticana, in persona del direttore e legale rappresentante pro tempore, agisce nel nome e nell'interesse della Santa Sede, con il potere di compiere qualsiasi atto di disposizione dei diritti medesimi, di adire le vie legali e giudiziarie, di proporre qualsiasi azione volta alla piena protezione e alla realizzazione dei diritti stessi, di resistere a qualsiasi pretesa o domanda di terzi, in conformità alle norme dei trattati e delle convenzioni internazionali cui ha aderito anche la Santa Sede».

Le case editrici
Detto fatto: a giugno una casa editrice milanese, che aveva utilizzato in un’antologia ragionata sul Papa complessivamente una trentina di righe del discorso «pro eligendo pontifice» tenuto da Ratzinger in Conclave, e di quello di «incoronazione», si è vista chiedere un acconto di 15 mila euro, un compenso del 15% su ogni copia venduta (al netto dell’Iva), e 3500 euro di spese di assistenza legale. Una richiesta analoga è partita verso un’altra casa editrice.

Battaglia sui diritti
Joseph Ratzinger ha scritto moltissimo, da cardinale. E a quel che pare adesso la Libreria Editrice Vaticana (Lev) vorrebbe rientrare in possesso dei diritti già ceduti. Insomma, dobbiamo aspettarci una battaglia per i diritti sulle parole del Papa, oltre a quelli per le partite di calcio. Così dal 13 al 16 dicembre scorsi la «Domus Sanctae Marthae, il «residence» vaticano, ha ospitato una riunione a porte chiuse con gli editori italiani ed internazionali dei libri di Joseph Ratzinger, organizzata dal presidente della Lev, monsignor Giuseppe Scotti, e dal direttore della stessa, il salesiano don Claudio Rossini. Erano presenti anche due esperti, l'avvocato Carmine Stingone e il gesuita Joseph Fessio. Alla fine della riunione, lo stesso don Rossini ha sintetizzato, in un promemoria riservato che l’agenzia Adista ha rivelato, la linea di condotta che la Santa Sede vuole tenere. In pratica sono sotto copyright «tutti gli scritti, i discorsi e le allocuzioni del Papa. Sia di quello felicemente regnante che dei predecessori, fino a 50 anni addietro. Così pure anche i documenti degli organismi della Santa Sede». Questo, fra l’altro, renderebbe rischioso da un punto di vista economico e giudiziario un qualche scoop giornalistico su un documento ancora non reso pubblico. Il magistero «scritto» di Benedetto XVI sarà curato dalla Vaticana. Se un altro editore volesse però pubblicare un enciclica, o un’esortazione apostolica, o un discorso dovrebe presentare un progetto di edizione alla Lev. «Il rapporto fra testo dell'enciclica e commento dovrebbe essere di 1 a 2 (1/3 del volume occupato dal documento e 2/3 dal commento teologico/filosofico). La Lev concederà l'approvazione e determinerà i tempi di uscita del commento-enciclica«. Ma l’editore dovrà pagare: «L'accordo, dal punto di vista economico, oscillerà tra il 3 e il 5% del prezzo di copertina, con anticipo da concordare caso per caso in base alla tiratura (ad es.: encicliche 5%, altri documenti 4%, raccolte di discorsi 3%)». E sarà necessario chiedere l’autorizzazione anche per pubblicare piccoli stralci, in commenti, guide, o antologie.
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Occhio, gente....
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mercoledì, 18 gennaio 2006
Sembra un giallo, ma non lo è. E' tutto rigorosamente autentico, al punto che diversi link che avevo salvato -sono un navigatore dal 1998- e da cui ho tratto molto materiale sull'argomento, sono spezzati. Il titolo del post fa riferimento al volume 1, che è quello recapitato in tutte le cassette postali delle famiglie italiane ai primi di maggio del 2001.


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20 maggio 1981: la notizia la dà il telegiornale della notte: la presidenza del Consiglio dei ministri ha deciso di rendere pubblici gli elenchi della loggia massonica P2, l’associazione segreta che il Maestro venerabile Licio Gelli chiama "l’Istituzione". L’Italia è scossa: di quella loggia misteriosa si parla ormai da molto tempo, ma ora i suoi componenti prendono un nome e un volto. E gli italiani scoprono che esiste un potere sotterraneo, un governo parallelo, uno Stato nello Stato. Negli elenchi della loggia sono iscritti i nomi di quattro ministri o ex ministri, 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti, il comandante della Guardia di finanza, alti ufficiali dei Carabinieri, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti...
Una settimana dopo, il governo presieduto da Arnaldo Forlani dà le dimissioni. Nasce il primo governo laico della storia d’Italia, guidato da Giovanni Spadolini, è varata una commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia di Gelli, sotto la presidenza di Tina Anselmi. è approvata una legge dello Stato che vieta le associazioni segrete e scioglie la P2. I capi dei servizi di sicurezza sono tutti licenziati. Qualche piduista ha la carriera bloccata, qualcuno subisce procedimenti disciplinari, una ventina di affiliati finisce sotto processo. I magistrati aprono indagini sulla loggia, con l’ipotesi che abbia realizzato una cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica.
Ma oggi che cosa è restato di quel terremoto? Dove sono, che cosa fanno i membri del club P2? Il più noto di essi, che vent’anni fa era soltanto un giovane, brillante palazzinaro, ora è nientemeno che presidente del Consiglio. Ecco dunque la storia dimenticata dell’"Istituzione" che ha segnato alcuni decenni della storia italiana.
Nella seconda metà degli anni Settanta qualche articolo di giornale aveva accennato all’esistenza di una loggia massonica potentissima e misteriosissima. Ombre, sospetti, dicerie? Nel 1980 il consigliere istruttore di Milano Antonio Amati deve aprire due inchieste giudiziarie: una sull’assassinio dell’avvocato milanese commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli, ucciso a Milano l’11 luglio 1979; l’altra sullo strano rapimento di Sindona, scomparso da New York il 2 agosto 1979 e poi ricomparso il 16 ottobre. Nessuno allora avrebbe pensato che quelle inchieste avrebbero portato alla P2.
Amati assegna i due fascicoli, insieme, a due giovani magistrati. Il primo, più esperto, si chiama Giuliano Turone, baffi curati e dita sottili, irrequieto e rigorosissimo. Dopo il liceo Manzoni di Milano, dopo un anno negli Stati Uniti, dopo la laurea in legge, era stato tentato dalla carriera diplomatica. Ma aveva scelto la magistratura: perché il diplomatico deve limitarsi a eseguire la politica estera del suo governo, mentre il magistrato decide e giudica, con il solo aiuto della legge e della sua coscienza. Affascinato dalla geometria dell’indagine, aveva voluto diventare giudice istruttore, figura mista (oggi cancellata dal nuovo codice) di giudice e investigatore. Poco più che trentenne, era entrato di persona nel covo-prigione di uno dei primi sequestrati italiani, l’imprenditore Luigi Rossi di Montelera; e nel 1974 aveva fatto arrestare il responsabile, un ometto siciliano che abitava in via Ripamonti 84, a Milano, e che sulla carta d’identità aveva scritto Luciano Leggio, anche se era già noto come boss di Cosa nostra con il nome di Luciano Liggio.
Gherardo Colombo, il secondo magistrato, era invece un giovanotto che arrivava a palazzo di giustizia con i jeans e la camicia senza cravatta, e sopra gli occhiali aveva una gran corona di capelli refrattari al pettine. Era cresciuto in una grande casa sui colli della Brianza, padre medico e un po’ poeta, nonno e bisnonno avvocati. Amava i giochi di logica e il bridge. Parlava con aria apparentemente svagata, accompagnando le parole con brevi gesti secchi della mano, che poi spesso lasciava così, sospesa a mezz’aria. Per nove mesi, Turone e Colombo lavorano sodo. Macinano insieme decine e decine di interrogatori, perquisizioni, indagini bancarie. Sono letteralmente risucchiati da un’inchiesta che è un giallo appassionante, pieno di misteri e di colpi di scena. "Era un tessuto dai cento fili intrecciati", secondo Turone, "così abbiamo cominciato col tirare i fili che sporgevano dalla trama".
Il sequestro di Sindona: strano, con quella improbabile rivendicazione del "Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore". Strani anche gli affidavit (dichiarazioni giurate) che una decina di persone invia negli Stati Uniti, ai magistrati americani, per testimoniare che il povero Sindona, che ha fatto bancarotta e ha lasciato sul lastrico centinaia di clienti, è perseguitato dai magistrati italiani soltanto per la sua fede anticomunista. Uno degli affidavit è firmato da un certo Licio Gelli. Dice: "Nella mia qualità di uomo d’affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. E’ un bersaglio per loro e viene costantemente attaccato dalla stampa comunista. L’odio dei comunisti per Michele Sindona trova la sua origine nel fatto che egli è anticomunista e perché ha sempre appoggiato la libera impresa in un’Italia democratica". La prosa non è un granché, ma l’ossessione anticomunista è ben presente (e allora, almeno, i comunisti c’erano davvero...).
"Chi è questo Gelli?" - si chiedono Turone e Colombo. Quasi sconosciuto, allora, dal grande pubblico, era il Maestro Venerabile della loggia massonica Propaganda 2, che riuniva la crema del potere italiano. C’era la fila, per ottenere udienza da Gelli nella sua suite all’hotel Excelsior, in via Veneto, a Roma. La loggia era segreta, per non mettere in imbarazzo i suoi potenti iscritti, dispensati anche dalle ritualità massoniche. Bastava la sostanza.Gelli era arrivato al vertice della P2 dopo una onorata carriera come fascista, simpatizzante della Repubblica di Salò, doppiogiochista con la Resistenza, collaboratore dei servizi segreti inglesi e americani, infine agente segreto della Repubblica italiana. Volonteroso funzionario del Doppio Stato: soldato, come tanti altri fascisti e nazisti, arruolato nell’esercito invisibile che gli Alleati avevano approntato, dopo la vittoria contro Hitler e Missolini, per combattere la "guerra non ortodossa" contro il comunismo. Entrato nella massoneria, aveva contribuito a selezionare, dentro l’esercito, gli ufficiali anticomunisti disposti ad avventure golpiste. Nel colpo di Stato (tentato) del 1970 aveva avuto un ruolo di tutto rispetto: suo era l’incarico di entrare al Quirinale e trarre in arresto il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, quello che mandava telegrammi a raffica che finivano sempre con un bel "viva la Resistenza, viva l’Italia". Poi il golpe non ci fu, sospeso forse dagli americani, ma la "guerra non ortodossa" continuò, con una serie di stragi che insanguinarono l’Italia. Fino al 1974, anno di svolta. Allora la strategia della guerra segreta contro il comunismo cambiò: basta con la contrapposizione diretta, con i progetti apertamente golpisti, sostituiti da una più flessibile occupazione, attraverso uomini fidati, di tutti gli ambiti della società, di tutti i centri di potere. La massoneria (o almeno una parte di essa) fornisce le strutture e le coperture necessarie a organizzare questo club del Doppio Stato, questo circolo dell’oltranzismo atlantico. Nasce la P2 di Licio Gelli. In cui poi, all’italiana, entrano anche (e per alcuni soprattutto) le protezioni, le carriere, gli affari e gli affarucci. Ma tutto ciò, tra il 1980 e il 1981, Turone e Colombo ancora non lo sapevano, non lo immaginavano neanche. I due andavano avanti per la loro strada, a districare i misteri del caso Sindona.Scoprono che Sindona non è stato rapito, ma ha organizzato una messa in scena per sparire dagli Stati Uniti e arrivare in Italia, in Sicilia. Scoprono che è lui a trattare il salvataggio delle sue banche con Giulio Andreotti, a minacciare il presidente della Mediobanca Enrico Cuccia (che si oppone al piano di risanamento), è lui a far uccidere Giorgio Ambrosoli, nella notte dell’11 luglio 1979, con tre colpi di 357 magnum sparati al petto da un sicario che viene dagli Stati Uniti. A ospitare Sindona a Palermo, in quell’estate di scirocco e di sangue, è un medico italoamericano: Joseph Miceli Crimi, massone, esperto di riti esoterici e di chirurgie plastiche. è lui che spara alla gamba del banchiere, con sapienza clinica, per cercare di rendere credibile il rapimento. I due giudici istruttori gli sequestrano alcune carte e, tra queste, uno stupido biglietto ferroviario Palermo-Arezzo, usato da Miceli Crimi nell’estate del 1979. Domanda: perché un viaggio dalla Sicilia ad Arezzo? Risposta: "Per andare dal dentista presso cui ero in cura". Fantasiosa, ma i due milanesi non abboccano. Miceli Crimi, messo alle strette, ammette: ma sì, sono andato da un certo Licio Gelli, per discutere con lui la situazione di Sindona. Questo Gelli comincia proprio a incuriosire i due giudici istruttori. I personaggi che si muovono attorno a Sindona e si danno da fare per salvarlo, scoprono Turone e Colombo, finiscono tutti per arrivare a Gelli: Rodolfo Guzzi, l’avvocato del bancarottiere; Pier Sandro Magnoni, suo genero; Philip Guarino e Paul Rao, due massoni che incontrano il Venerabile poche ore dopo essere stati ricevuti da Giulio Andreotti. Ecco perché, nel marzo 1981, i giudici milanesi ordinano una perquisizione di tutti gli indirizzi del Venerabile. "Cautela assoluta", ricorda Colombo, "avevamo intuito che per ottenere risultati dovevamo procedere con la massima segretezza". La sera di lunedì 16 marzo 1981 una sessantina di agenti della Guardia di finanza si muove da Milano verso i quattro indirizzi di Gelli annotati su una agenda di Sindona sequestrata al banchiere dalla polizia di New York: villa Wanda di Arezzo, l’abitazione privata; la suite all’Excelsior dove riceveva autorità, politici, postulanti; un’azienda di Frosinone; e gli uffici di una fabbrica d’abbigliamento, la Giole di Castiglion Fibocchi.L’incarico delle perquisizioni è affidato a un uomo di cui Turone e Colombo conoscono la lealtà istituzionale, il colonnello della Guardia di finanza Vincenzo Bianchi. Ha l’ordine di agire senza informare nessuno e senza avere alcun contatto con le autorità locali, i carabinieri, la polizia, la magistratura del posto, neppure i comandi della Guardia di finanza. I suoi finanzieri, arrivati in Toscana, non passano la notte nella caserma di Arezzo, ma si disperdono in diverse località lì attorno. Per tutti, l’appuntamento è all’alba del 17 marzo.
Scatta la perquisizione. Nessun risultato a Roma. Niente a villa Wanda. L’azienda di Frosinone è un vecchio indirizzo. Alla Giole, invece, c’è una montagna di carte. Gelli non si trova, è a Montevideo. Ma la sua segretaria, Carla, protegge con vigore i documenti stipati nella scrivania, nei cassetti, nella cassaforte, in una valigia... Nella cassaforte ci sono gli elenchi della loggia segreta. "Sequestrate tutto", ordinano, per telefono, i giudici istruttori. La perquisizione è ancora in corso quando a Bianchi arriva via radio una chiamata del generale Orazio Giannini, comandante della Guardia di finanza: c’è anche il suo nome, in quegli elenchi, come quello del suo predecessore, il generale Raffaele Giudice, come quello del capo di stato maggiore della Finanza, il generale Donato Lo Prete. E il comandante delle Fiamme gialle di Arezzo, e una folla di generali, colonnelli, maggiori...Tutte le carte sono portate a Milano. Turone e Colombo le catalogano, personalmente, pagina per pagina. Ne fanno due copie. L’originale entra nel fascicolo dell’inchiesta; la prima copia è affidata ai finanzieri, con l’incarico di conservarla in un luogo sconosciuto agli stessi giudici; la seconda è nascosta, sotto una falsa intestazione ("Formazioni comuniste combattenti") tra i fascicoli di un collega di cui i due si fidano, il giudice Pietro Forno. Non si sa mai.
Fuori dal palazzo di giustizia di Milano, intanto, nessuno sa delle carte sequestrate a Gelli. Eppure qualcuno sta lavorando febbrilmente per parare il colpo. La notizia comincia a trapelare. La dà, per primo, il telegiornale Rai la sera del 20 marzo. Ma non è chiaro quali documenti siano stati trovati dai giudici. Il giorno dopo, sabato 21 marzo, il Giornale (allora diretto da Indro Montanelli) scrive: "Nell’ambito delle indagini per l’affare Sindona, stasera si è appresa una doppia operazione compiuta dalla magistratura di Milano e da quella di Roma, nella villa aretina di Licio Gelli, Venerabile Maestro della loggia massonica P2. Per conto dei giudici milanesi l’intervento sarebbe stato operato dalla Guardia di finanza, mentre Roma avrebbe partecipato agli accertamenti attraverso il sostituto procuratore della Repubblica Sica". Strana notizia: il ritrovamento non è avvenuto a villa Wanda ma alla Giole di Castiglion Fibocchi; e soprattutto Domenico Sica, detto "Rubamazzo", per ora non c’entra nulla. Ma basteranno poche settimane e Roma arriverà ad avverare la profezia del Giornale e a strappare l’indagine ai magistrati milanesi.Turone e Colombo, consci del peso istituzionale della loro scoperta, decidono che è loro dovere informare il capo dello Stato: ma il presidente Sandro Pertini è all’estero, così ripiegano sul capo del governo, Arnaldo Forlani. Si recano a Roma il 25 marzo, l’appuntamento è fissato alle ore 16 a Palazzo Madama. Aspettano per due ore. Poi la segreteria di Forlani comunica che c’è stato un equivoco, che il presidente li aspetta a Palazzo Chigi. I due giudici si spostano lì. Ad accoglierli è il capo di gabinetto di Forlani. "Ci siamo guardati negli occhi in silenzio", ricorda Colombo, "il funzionario davanti a noi era il prefetto Mario Semprini, tessera P2 1637". Forlani è cortese, chiede se le carte trovate possono essere non autentiche. I due giudici gli mostrano una firma autografa del ministro della Giustizia Adolfo Sarti sulla domanda d’iscrizione alla loggia. Chiedono: "Signor presidente, avrà certamente un documento controfirmato dal suo ministro Guardasigilli...". Forlani ne prende uno, confronta i due fogli, si convince. "Datemi tempo di riflettere", conclude Forlani. "Di solito offro agli ospiti di riguardo un aereo dei servizi per tornare a casa. Mi pare che questa volta non sia il caso".
Forlani tira in lungo. Non vuole prendersi la responsabilità di rendere pubblici gli elenchi. Cerca di scaricarla sui giudici milanesi. Sui giornali del 20 maggio i titoli confermano quella sensazione: "Forlani: spetta ai giudici togliere il segreto sulla P2". Turone, Colombo e il capo dell’ufficio Amati inviano immediatamente una lettera al presidente del Consiglio, in cui sostengono che sono coperti dal segreto istruttorio i verbali delle deposizioni dei testimoni che stanno sfilando davanti a loro, ma non "il restante materiale trasmesso". Forlani capisce che non può più aspettare. Le liste di Gelli sono rese pubbliche.
Oltre agli elenchi degli affiliati e alla documentazione sulla loggia, tra le carte sequestrate vi sono 33 buste sigillate con intestazioni diverse: "Accordo Eni-Petromin", "Calvi Roberto vertenza con Banca d’Italia", "Documentazione per la definizione del gruppo Rizzoli", "On. Claudio Martelli"...
C’erano già, in quelle carte, i segreti di Tangentopoli, del Conto Protezione e di tanto altro ancora. Ma i tempi non erano maturi. Da Roma si muovono il giudice istruttore Domenico Sica (detto "Rubamazzo") e il procuratore della Repubblica Achille Gallucci. Sollevano il conflitto di competenza e la Cassazione, il 2 settembre 1981, strappa l’inchiesta a Milano per affidarla a Roma. Non sviluppata, l’indagine si spegne. "Mi è arrivata sulla scrivania già morta", dice Elisabetta Cesqui, il pubblico ministero che eredita l’indagine. L’accusa di cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica mediante associazione cade: tutti i rinviati a giudizio (pochi: qualche capo dei 17 gruppi in cui la P2 era divisa, più Gelli e i responsabili dei servizi segreti) sono prosciolti, e comunque il processo arriva in Cassazione quando ormai è troppo tardi e per tutti scatta la prescrizione.
Più utile il lavoro della Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi, che dichiara le liste della P2, con 972 nomi, "autentiche" e "attendibili", ma incomplete. E con anni di lavoro produce un materiale immenso e prezioso, la documentazione di come funzionava una potentissima macchina di eversione e di potere. Ma nel 1981 le speranze - o le paure - erano altre: una parte del Paese sperava che lo scandalo P2 avviasse il rinnovamento della vita politica e istituzionale; un’altra temeva che il proprio potere si incrinasse per sempre. Sbagliavano gli uni e gli altri.
Oggi il più noto degli iscritti alla P2 è Silvio Berlusconi, tessera numero 1816. Per la P2 Berlusconi ha subito la sua prima condanna, ormai definitiva: per falsa testimonianza. Nel 1990, a Venezia, viene infatti giudicato colpevole di aver giurato il falso davanti ai giudici, a proposito della sua iscrizione alla loggia. L’anno prima, però, c’era stata una provvidenziale amnistia.
Quando parla della P2, Berlusconi se la cava, di solito ed al solito, con qualche battuta. Eppure l’iscrizione alla loggia è stata determinante per i suoi primi affari immobiliari. Per esempio per ottenere credito dalla Banca nazionale del lavoro (controllata dalla P2, con ben otto alti dirigenti affiliati) e dal Monte dei Paschi di Siena (era piduista il direttore generale Giovanni Cresti). Conclude la Commissione Anselmi: gli imprenditori Silvio Berlusconi e Giovanni Fabbri (il re della carta) "trovarono appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio". Ma poi, fatte le case, bisogna venderle. E non fu facile, per Berlusconi. Lo soccorse, agli inizi della sua carriera di immobiliarista, un "fratello" della loggia segreta, il napoletano Ferruccio De Lorenzo, già sottosegretario liberale in un governo Andreotti e padre di Francesco, futuro ministro della Sanità e imputato di Mani pulite: Ferruccio De Lorenzo acquistò, come presidente dell’Enpam (l’Ente nazionale previdenza e assistenza dei medici italiani) prima due hotel a Segrate, poi decine di appartamenti di Milano 2. L’Enpam decise poi di affidare a Berlusconi anche la gestione del teatro Manzoni di Milano, controllato dall’ente.
Quando Gelli parla di Berlusconi, è lapidario: "Ha preso il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto", dichiara all’Indipendente nel febbraio 1996. Il Piano di rinascita democratica era il programma politico della P2. Fu sequestrato il 4 luglio 1981 all’aeroporto di Fiumicino, nel doppiofondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Venerabile.
Riletto oggi, risulta profetico.
Prevede, infatti, di "usare gli strumenti finanziari per l’immediata nascita di due movimenti l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra". Tali movimenti "dovrebbero essere fondati da altrettanti club promotori". Nell’attesa, il Piano suggerisce che con circa 10 miliardi è possibile "inserirsi nell’attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito". Con "un costo aggiuntivo dai 5 ai 10 miliardi" si potrebbe poi "provocare la scissione e la nascita di una libera confederazione sindacale". Per quanto riguarda la stampa, "occorrerà redigere un elenco di almeno due o tre elementi per ciascun quotidiano e periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro"; "ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici come sopra". Poi bisognerà: "acquisire alcuni settimanali di battaglia", "coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso un’agenzia centralizzata", "coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale", "dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna"; "punto chiave è l’immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese".
Tecnologia a parte: preveggente, no?
La giustizia va ricondotta "alla sua tradizionale funzione di equilibrio della società e non già di eversione". Per questo, è necessaria la separazione delle carriere del pubblico ministero e dei giudici, "l’istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti", la "riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento".

Non è, parola per parola, la riforma approvata dal Parlamento firmata con lo pseudonimo di Castelli?

Che fine hanno fatto gli altri "fratelli" di loggia? Alcuni hanno fatto proprio una brutta fine. Sindona, dopo essere stato condannato per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è morto in carcere, per una tazzina di caffè al veleno. Il suo successore nella finanza d’avventura, Roberto Calvi, tessera numero 1624, ha gettato la più grande banca italiana, il Banco Ambrosiano, nelle braccia della P2 che gli ha sottratto un fiume di miliardi e l’ha fatto finire in bancarotta; alla fine, il 18 giugno 1982, è stato trovato penzolante sutto il ponte dei Frati neri, a Londra. Mino Pecorelli, tessera 1750, giornalista in contatto con i servizi segreti, direttore di Op e piduista anomalo che voleva giocare in proprio, è stato crivellato di colpi nella sua automobile, il 20 marzo 1979.
Gelli è stato condannato, poi prosciolto in cassazione per avvenuta prescrizione, per il crac del Banco Ambrosiano. Molti degli affiliati, il nocciolo duro del club dell’oltranzismo atlantico, sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi, tentati colpi di Stato, depistaggi. Così Vito Miceli, Gian Adelio Maletti, Antonio Labruna, Giuseppe Santovito, Giovanni Fanelli, Antonio Viezzer, Umberto Federico D’Amato, Giovanbattista Palumbo, Pietro Musumeci, Elio Cioppa, Manlio Del Gaudio, Giovanni Allavena, Giovanni Alliata di Montereale, Giulio Caradonna, Edgardo Sogno... Ci vorrebbe almeno un libro per ciascuno, per raccontare la multiforme attività di questi fedeli servitori del Doppio Stato.
Pochi del club P2 sono stati messi davvero fuori gioco dallo scandalo che seguì la pubblicazione degli elenchi. I magistrati (unica categoria che reagì con decisione) furono giudicati e sanzionati dal Consiglio superiore della magistratura. Ma ciò non toglie che uno dei magistrati iscritti alla P2, Giuseppe Renato Croce, tessera numero 2071, oggi giudice per le indagini preliminari a Roma, con arzigogoli procedurali stia dando ragione a Marcello Dell’Utri in una delle tante contese giudiziarie che il braccio destro di Berlusconi ha aperte.
Molti dei piduisti sono stati messi da parte dagli anni e dall’età.
Ma chi resiste all’azione del ciclo biologico non se la cava poi tanto male. Tra i giornalisti (di allora), Gustavo Selva è parlamentare di An; Maurizio Costanzo è, in sostanza e con la consorte, Canale 5 e uomo politicamente trasversale, anche se sempre dalla parte di Berlusconi nei momenti cruciali; Massimo Donelli è direttore della nuova tv del Sole 24 ore. Roberto Gervaso continua a scrivere un fiume di articoli e di libri e nessuno si ricorda più di una simpatica lettera che inviò, tanto tempo fa, a Gelli: "Caro Licio, ho chiesto a Di Bella (direttore del Corriere della sera quando era nelle mani della P2, ndr) di farmi collaborare. è bene che tutti capiscano che bisogna premiare gli amici. Oggi Di Bella parlerà della mia collaborazione con Tassan Din (direttore generale del Corriere, piduista come l’editore del Corriere, Angelo Rizzoli, ndr). Vedi di fare, se puoi, una telefonata a Tassan Din, affinchè non mi metta i bastoni tra le ruote". Più defilato Paolo Mosca, ex direttore della Domenica del Corriere. Gino Nebiolo, all’epoca direttore del Tg1, è stato mandato a dirigere la sede Rai di Montevideo (una capitale della P2) e oggi scrive sul Foglio di Giuliano Ferrara. Franco Colombo, ex corrispondente della Rai a Parigi e aspirante piduista, oggi ha cambiato mestiere: è vicepresidente della società del Traforo del Monte Bianco e si sta dando molto da fare per gli appalti che devono riaprire il tunnel. Alberto Sensini (aspirante piduista, come Colombo) scrive di politica sui giornali.
Tra i politici, Pietro Longo, segretario del Partito socialdemocratico, divenne il simbolo negativo del piduista con cappuccio. Ma a tanti altri è andata meglio. Publio Fiori (tessera 1878), ex deputato democristiano, è trasmigrato in An e nel 1994 è diventato ministro di Berlusconi. Una poltrona di ministro è toccata, durante il governo Berlusconi, anche ad Antonio Martino (anch’egli a Gelli aveva solo presentato la domanda d’iscrizione). Invece Duilio Poggiolini (tessera 2247), ex ministro democristiano della Sanità, ha avuto la carriera stroncata non dalla P2, ma dai lingotti d’oro di Tangentopoli trovati nel pouf del salotto. Massimo De Carolis (tessera P2 1815, solo un numero in meno di quella di Berlusconi), negli anni Settanta era democristiano e leader della "Maggioranza silenziosa", oggi è tornato alla politica sotto le bandiere di Forza Italia e grazie al rapporto diretto con Berlusconi ha ottenuto la presidenza del Consiglio comunale di Milano ed un seggio in Parlamento. Ha dovuto abbandonare entrambi, dietro la ferma insistenza del sindaco Gabriele Albertini, dopo essere stato coinvolto in alcuni scandali. E’ accusato, tra l’altro, di aver chiesto 200 milioni per rivelare notizie riservate a una azienda partecipante a una gara per un appalto a Milano. Ma il fatto curioso è che, insieme a De Carolis, nel processo in corso a Milano sia coinvolta un’altra vecchia conoscenza della P2: Luigi Franconi (tessera P2 numero 1778). I rapporti solidi resistono nel tempo.
Un banchiere iscritto alla P2, certo meno noto di Sindona e Calvi, era Antonio D’Alì, proprietario della Banca Sicula e datore di lavoro di boss di mafia come i Messina Denaro. Oggi ha passato la mano al figlio, Antonio D’Alì jr, eletto senatore a Trapani nelle liste di Forza Italia. Angelo Rizzoli, che si fece sfilare di mano il Corriere dalla compagnia della P2, oggi fa il produttore cinematografico. Roberto Memmo (tessera 1651), finanziere che tanto si diede da fare per salvare Sindona, oggi è buon amico di Marcello Dell’Utri, di Cesare Previti e del giudice Renato Squillante, che incontrava insieme, e dirige la Fondazione Memmo per l’arte e la cultura, con sede a Roma nel Palazzo Ruspoli. Rolando Picchioni (tessera 2095), torinese, ex deputato dc, coinvolto (ma assolto) nello scandalo petroli, oggi è in area Udeur ed è segretario generale del Salone del libro di Torino. Giancarlo Elia Valori, unico caso di piduista espulso dalla loggia perché faceva troppa concorrenza al Venerabile Maestro, oggi è presidente dell’Associazione industriali di Roma, infaticabile scrittore di libri e instancabile tessitore di rapporti e di alleanze. Vittorio Emanuele di Savoia (tessera 1621) è un curioso caso di uomo off-shore: anche quando non poteva rientrare in Italia, faceva affari, seppure attraverso società estere. In pratica, non ne è mai stato fuori, a giudicare dai suoi affari e traffici (d’armi): nei decenni scorsi è stato, anche grazie alla sua integrazione nel club P2, mediatore d’affari all’estero per conto di aziende italiane (Agusta) e addirittura di Stato (Italimpianti, Condotte...), quello stesso Stato sul cui territorio non poteva mettere piede. Di Berlusconi ha detto (era il 1994): "è un buon manager, può rimettere ordine nell’economia italiana". Come? Per esempio "cancellando quel disastro" che è "lo Statuto dei lavoratori, con il divieto di licenziamento". Apprezzamenti naturali, tra compagni di loggia. Ma con un finale obbligato per il principe: "Io? Non faccio politica". Vittorio Emanuele non vota, ma c’è da scommetterci che tifa per Berlusconi, che ha potuto farlo finalmente rientrare in Italia, questa volta anche fisicamente. E Fabrizio Cicchitto, il compagno Cicchitto, di cui il premier è "perdutamente innamorato". L'ex socialista lombardiano, vicepresidente del gruppo forzista della Camera, che  unisce agli occhi del leader il fascino dell'intellettuale organico, come si diceva una volta, all'affidabilità del "fratello" di fede massonica nelle file della loggia, cui Fabrizio, tra il generale sconcerto, risultò iscritto, tessera numero 945. Cancellatosi, poi reiscrittosi con la tessera n. 2232.  (grazie, Holden!)

Vent’anni dopo, in Italia è tempo di revisioni. Anche sulla P2. E’ stato un legittimo club di amiconi, magari con qualcuno che ne approfittava un po’ per fare affari. Gelli? Un abile traffichino che millantava poteri che in realtà non aveva. Ma era proprio questo, la P2? Vista con distacco, appare invece il luogo più attivo per l’elaborazione di strategie di potere del grande partito atlantico in Italia, almeno tra il 1974 e il 1981. Centro d’incontro tra politica, affari, ambienti militari. Nella loggia segreta è confluito il partito del golpe, reduce della stagione delle stragi 1969-74, ma con una nuova strategia, più flessibile, più attenta alla politica. E ai soldi, che possono comprarla: come suggerisce, appunto, il Piano di rinascita.

E oggi? La società è cambiata. Anche gli uomini alla ribalta sono, in buona parte, diversi. Ma nella storia italiana non si butta via niente, c’è una continuità di fondo con il peggio delle nostre vicende, fatte di un anticomunismo eversivo, bancarotte e spoliazioni di denaro pubblico, politica corrotta, stragi, morti ammazzati, rapporti inconfessabili con le organizzazioni criminali. Il passato, il tremendo passato italiano, deve sempre restare non del tutto chiarito, perché i dossier, gli uomini, i segreti, i ricatti che da quel passato provengono possano essere riciclati nel futuro. Da questo punto di vista, la parabola di Silvio Berlusconi, uomo "nuovissimo" che viene dal passato vecchissimo di Gelli e affiliati, è la parabola dell’Italia.

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sabato, 14 gennaio 2006


Dichiarazione di voto - 14-1-06

Bentornati senatori/dalle feste e dai ristori/tutti insieme per votare / la gran legge secolare / la più urgente /la più bella /sì, la legge Pecorella./Ma quant'è curioso il mondo /nel suo gran girare in tondo / che fa nascere d'incanto / una legge che può tanto. / E la scrive un avvocato / per salvare il suo imputato,/ che poi, caso assai moderno, / è anche capo del Governo / mentre invece l'avvocato / è un potente deputato./ Ah, che idea stupefacente, / non si trova un precedente. / È un esempio da manuale / di cultura occidentale / che sa metter le persone / sopra la Costituzione. / E ora è bello, edificante / che di voci ne sian tante / di giuristi, ex magistrati / di causidici, avvocati / pronte intrepide a spiegare / che la legge è da votare / poichè vuole la dottrina / che il diritto su una china/ più virtuosa scorrerà / se la norma si farà.

Ma pensate che bellezza / per un reo, l'aver certezza / che se il giudice è impaurito / o corrotto o scimunito / potrà dar l'assoluzione / senza alcuna sconfessione / che il processo finirà e un macigno calerà / sull'accusa dello Stato / e su chi subì il reato. / Che trionfo, che tripudio! / E per Silvio che preludio / a una dolce terza età / l'assoluta impunità.

Bentornati senatori / per la fine dei lavori. / Cinque anni incominciati / coi tesori detassati / poi vissuti con amore / a far leggi di favore / rogatorie, suspicioni / lodi, falsi e prescrizioni / approvate in frenesia / e con gran democrazia / che chi c'è non può parlare / e chi è assente può votare. / Mentre al pubblico, in diretta / lui giurava: "Date retta / se non si combina niente / sui problemi della gente / colpa è di opposizioni / Parlamento e Commissioni!" / Bravi voi che con tempismo / combattete il comunismo / anche se nell'ossessione / ce l'aveste una ragione / falsa è di Marx la tesi / che lo Stato è dei borghesi; / ci insegnaste voi del Polo / che lo Stato è...  di uno solo./

Or votando con l'inchino / si completi il gran bottino / delle leggi personali, /questo sconcio senza eguali. / Del diritto sia mattanza. / Ma l'Italia ne ha abbastanza. /  Voto contrario.


di Nando Dalla Chiesa  (dal resoconto sommario della seduta del Senato di giovedì 12 gennaio 2006)
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venerdì, 06 gennaio 2006

Aggiorniamoci su una delle prossime mascalzonate del governo Berlusconi

Corrado Stajano su "l'Unità"  del 25.2.2005                                    

L’inganno, nel disegno di legge dei senatori di Alleanza Nazionale che reclama il riconoscimento della qualifica di "militari belligeranti" per quanti servirono dopo l'armistizio dell'8 settembre dalla parte di Mussolini, è riscontrabile fin dalle prime righe della relazione n. 2244.
Nel sommario del ddl si parla infatti di "quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell'esercito della Repubblica sociale italiana (Rsi)". Poi, nel primo articolo della legge scompare la parola esercito e si dice: "I soldati, i sottufficiali e gli ufficiali che prestarono servizio nelle Repubblica sociale italiana sono considerati a tutti gli effetti militari belligeranti (...)" Questo significa che a godere della qualifica di "militare belligerante" potranno essere non soltanto gli uomini delle quattro divisioni - Littorio, Monte Rosa, San Marco, Italia - formate nei lager tedeschi, ma anche gli uomini e le donne delle bande criminali, i torturatori, i briganti neri, tutti quanti seminarono il terrore e si macchiarono di delitti efferati nelle ville tristi delle città, la banda Koch, la legione Muti, la banda Carità, le Brigate nere, la Guardia nazionale repubblicana.
Il governo legittimo era al Sud. Il Parlamento si appresta ad approvare quindi una legge che viola la Costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione. Rappresenta un segno grave, dare un riconoscimento, anche se più di sessant'anni dopo, a chi prese le armi contro lo Stato che si era ricostituito e al quale restarono fedeli, per esempio, più di mezzo milione di ufficiali e di soldati, internati nei lager nazisti.
La questione è giuridica, non soltanto politica. Troppo facile per Gianfranco Fini dire che il fascismo fu un male assoluto, che le leggi razziali furono un grave errore, visitare compunto le Fosse Ardeatine, andare oltre la svolta di Fiuggi, approdare in Israele dopo una lunga anticamera e poi indulgere a un gesto mistico-nostalgico come questo del ddl sui "militari belligeranti" che offende la memoria di milioni di persone tra passato e presente. Qual è il vero Fini? L'uomo della moderazione, come vuole apparire oggi, o il giovane fascista di un tempo, lo stesso che nel 1988 partecipò al cinema Adriano di Roma a una manifestazione in comunanza con Jean-Marie Le Pen, leader dell'estrema destra razzista francese, e che il primo aprile 1994 dichiarò in un'intervista ché "Mussolini è il più grande statista del secolo"?
L'iniziativa di An sembra una rivalsa di vinti risentiti, una vendetta consumata proprio in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, mentre vengono boicottati e discriminati gli Istituti storici della Resistenza e vengono ridotti i fondi per il loro funzionamento. Un'iniziativa parlamentare ipocrita, questa in cammino, perché nel breve testo che accompagna il disegno di legge è scritto che il riconoscimento della qualifica di "militari belligeranti" "prescinde da qualsiasi considerazione di carattere ideologico" e non comporta "alcuna rivalutazione politica delle ideologie che erano alla base di quell'ordinamento". Non ci vuol molto a capire che tutto questo non è vero. La presenza dei postfascisti al governo e il clima destroide del regime berlusconiano hanno favorito la benevolenza di non pochi amatori dell'ambiguità che si sono prodigati a offrire attestati di coraggio e di fedeltà ai figli della Repubblica di Salò, rappresentazione del fascismo più cupo al servizio dei nazisti, i quali usavano nei loro confronti un sommo disprezzo.
C'è poco da vantare le gesta delle guardie nere della Repubblica di Salò. Alcuni di loro, cresciuti nel tempo fascista, imbevuti di quella dottrina e di quella propaganda, credettero di riscattare la vergogna di un re fuggiasco arruolandosi nell'esercito di Graziani e nelle bande mussoliniane. Altri pensarono che la Rsi potesse far da scudo alla violenza nazista. Non accadde. Furono subalterni alla SS e alla Wehrmacht, uguali solo nella violenza. Durante i rastrellamenti manifestarono tutto il loro zelo, bruciarono villaggi, impiccarono, fucilarono, stuprarono. Parteciparono alle stragi più efferate, furono presenti a Sant'Anna di Stazzema, con indosso la divisa tedesca. Tralasciando quel che accadde nelle caserme, nei covi, nelle sedi dei corpi speciali, accozzaglie criminali, dove il sadismo fu la regola.
L'esercito della Repubblica di Salò - la documentazione ormai è ricca - nacque come un corpo informe. Aderirono alla Repubblica 300 generali (63 soltanto a Roma). Rimasero, con 65mila ufficiali, disoccupati, senz'armi, senza soldati. Si creò la posizione di "ufficiale in disponibilità".
Graziani cercava di consolarli: "Camerati, di fronte al conservatorio plutocratico capitalistico delle democrazie e al bolscevismo distruttore di ogni ordine, si erge, purissima e livellatrice, da tre decenni circa, l'Idea fascista con la soluzione del problema sociale che affatica da millenni l'umanità". (...) "A questa Idea, che dovrà dare alla Patria il suo definitivo assetto sociale e nazionale, noi oggi, camerati dell'esercito repubblicano, giuriamo religiosamente e con purezza di intenti, sicura e diritta coscienza, assoluta fedeltà per la vita e per la morte."
Le diserzioni cominciarono presto, i giovani di leva salirono in montagna sempre più di frequente. La militarizzazione del partito fascista repubblicano da cui nacquero le Brigate nere, il 21 giugno 1944 - 15mila uomini, non i 50mila previsti - e i 75mila militi della Gnr, con compiti di polizia e di repressione antipartigiana, agli ordini del generale Wolff, comandante delle SS in Italia, non colmarono i vuoti.
La speranza di Mussolini era affidata alle quattro divisioni nate nei campi di addestramento in Germania, 65mila uomini. Erano volontari, giovani di leva, renitenti, partigiani rastrellati e perdonati. Tornarono in Italia, male accolti, nell'estate del 1944. Furono schierati sulla Riviera ligure, qualche reparto in Garfagnana. i tedeschi non si fidavano di quei soldati. Molti avevano aderito alla Repubblica di Salò per tornare a casa, altri, gli entusiasti, furono presi presto dal disincanto. A metà settembre i disertori della divisione San Marco erano 1.400, quelli della Monte Rosa un migliaio. Nel febbraio 1945, i disertori delle quattro divisioni, secondo una stima tedesca, toccavano il 25% degli organici. Il ministro degli Interni Buffarini Guidi dispose allora "le misure di rappresaglia contro i familiari dei disertori": l'arresto, l'avvio in un campo di concentramento, il sequestro delle merci e il ritiro della licenza per i commercianti, la radiazione dall'albo per i professionisti, il licenziamento in tronco per i salariati.
"Chiamare 'militari belligeranti' i militi di Salò è un controsenso storico prima ancora che politico", ha scritto Gian Enrico Rusconi sulla Stampa del 12 febbraio. E Maurizio Viroli, sulla Stampa dello stesso giorno: "La proposta di legge che riconosce ai miliziani della Repubblica di Salò lo status di militari combattenti e li pone sullo stesso piano dei partigiani offende il più elementare senso di giustizia che impone, a chiunque abbia una coscienza morale, di non premiare chi opera o ha operato contro i più sacri diritti umani. Tali furono i miliziani della Repubblica di Salò, perché combattevano per risuscitare un regime che aveva tolto agli italiani la libertà e si era macchiato dei più ripugnanti crimini in pieno ossequio alla politica del Terzo Reich. Nessun libro revisionista può cancellare questa semplice verità, e dunque la legge in esame al Parlamento offende la coscienza morale di ogni persona che crede nella dignità umana."
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PETIZIONE CONTRO IL RICONOSCIMENTO DELLA QUALIFICA DI MILITARI BELLIGERANTI AI REPUBBLICHINI DI SALÒ

I parlamentari di Alleanza Nazionale hanno presentato un disegno di legge che andrà presto in discussione al Senato, con il quale coloro che prestarono servizio militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana di Salò, vengono riconosciuti come militari belligeranti e equiparati a quanti prestarono servizio nei diversi eserciti in conflitto durante la Seconda guerra mondiale.

L’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) esprime tutta la sua sdegnata contrarietà a questo disegno di legge che attribuisce di fatto la qualifica di Governo legittimo al governo fantoccio della Repubblica di Salò, creando quindi una sostanziale parificazione sul piano interno e internazionale tra il Governo legittimo del Regno d’Italia, presieduto dal maresciallo Badoglio, guidato dal Comitato di Liberazione Nazionale e sostenuto dagli angloamericani e quello illegittimo della Repubblica Sociale, privo di sovranità perché nato in territorio occupato dalle truppe naziste e ad esse subordinato;
mette sullo stesso piano i partigiani e le forze militari italiane che combatterono a fianco delle truppe Alleate per costruire un’Italia unita, democratica, libera e indipendente, e coloro che non solo non rinnegarono gli obiettivi politici e ideologici della dittatura fascista ma ritennero di poter condividere la visione hitleriana e razzista dell'Ordine nuovo nazista e combatterono spesso agli ordini dei comandi tedeschi, partecipando a stragi efferate di partigiani e di civili inermi.

L’ANPPIA chiede a tutte le Italiane e gli Italiani di aderire alla nostra petizione e di sostenere la nostra battaglia contro questa legge pericolosa e sbagliata.
La Storia è fatta di vicende complesse e di dolorose storie individuali, ma la memoria di un Paese e di un Popolo non permette ambiguità e cedimenti.
L’unità e l’indipendenza dell’Italia, la Costituzione repubblicana e i valori che la animano sono il frutto dell’Antifascismo, della Resistenza umana, politica e culturale di coloro che soffrirono il carcere e il confino; del sacrificio di Gobetti, Matteotti, Amendola, Don Minzoni, dei fratelli Rosselli; di chi a Rodi e a Cefalonia combatté contro le truppe naziste, e non al loro fianco; di quanti nella guerra partigiana e di liberazione nazionale e nel rinato esercito italiano combatterono per 20 mesi contro l’occupante nazista e contro i suoi servi di Salò.
Di tutti coloro, in definitiva, che si schierarono contro e non con la Repubblica Sociale Italiana.
Se l’Italia dovesse smarrire questa memoria perderebbe il fondamento della sua coscienza civile e nazionale.

- Per queste ragioni la lotta contro questa legge non riguarda il passato, ma il presente e il futuro.
- Per queste ragioni i sottoscritti sono contrari a questa legge

Le firme raccolte possono essere inviate all’ANPPIA, Corsia Agonale 10, 00186 Roma o al numero di fax 0668803986 o tramite e-mail
all Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA) , all'indirizzo anppia@anppia.it

 


AGGIORNAMENTO:
da Repubblica.it
La decisione della Conferenza dei capigruppo ha deciso di non portare avanti il testo che equipara i repubblichini a belligeranti e, quindi, ai partigiani.
Senato, cancellato dal calendarioil decreto sui reduci di Salò
Nessuna forza politica, neppure An, si è opposta
 

ROMA - Il disegno di legge per il riconoscimento ai combattenti della Repubblica sociale di Salò dello status di belligeranti (e, quindi, li parificava, a tutti gli effetti ai resistenti antifascisti) non vedrà la luce in questa legislatura. Lo ha deciso la Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama che ha cancellato il provvedimento dall'ordine del giorno dei lavori di domani.

Il vice presidente del gruppo di Forza Italia, Lucio Malan, ha riferito ai giornalisti che il Ddl è stato cancellato in seguito alla "scrematura" disposta dalla presidenza per favorire i provvedimenti più urgenti e in primo luogo i decreti legge.
"Personalmente - ha aggiunto Malan - non ero favorevole all'approvazione di questa legge". L'esponente azzurro ha anche spiegato che nessun gruppo del centrodestra è "insorto" contro questa decisione. Quindi, neppure An, alla fine, ha sostenuto il provvedimento che aveva suscitato forti polemiche.

(10 gennaio 2006)
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Potere  della campagna elettorale?
 

 

 

 

 

 

 

 
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lunedì, 02 gennaio 2006
Che ve ne pare?


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