mercoledì, 28 dicembre 2005
Solidarietà e sostegno a Marco Benanti,
giornalista-operaio catanese, estromesso dal suo posto di lavoro a Sigonella.

    Una discriminazione antidemocratica ed inaccettabile è stata operata contro Marco Benanti, giovane giornalista catanese.
   Persona libera, nel pensiero, negli atti e negli scritti. Scevro ad asservimenti e a “baronie”. Fine denunziatore, con inchieste ed approfondimenti di merito, dei tanti strutturali malaffari, mafie, intrallazzi, distorsioni  e connubi che caratterizzano storicamente l’area territoriale del catanese.
   Ex, di quotidiani locali, dell’Ansa e di altro. Disoccupato nel “mestiere”  ufficiale, in quanto segnalato per le sue “irruenze” di pensiero, per sopravvivere si adatta a fare lo scaricatore ( manuale di nono livello) di aerei a Sigonella.
  Un’assunzione a contratto a termine ( sei mesi) effettuata nel giugno del 2003, assieme ad altri operai, dal consorzio “Algese
2”,  che opera, in regime di appalto, nel settore dei servizi aeroportuali nella base di Sigonella.
  Allo scadere del termine, a seguito di un apposito accordo sindacale, tutto il gruppo degli operai, con l’esclusiva cacciata di Marco Benanti, viene riassunto per altri nove mesi.
  Da parte dell’azienda non viene mai formalmente esposta una “motivazione” di fatto.
  A seguito del ricorso avviato, il Tribunale Sezione Lavoro di Siracusa, in sede di collegio ex art.700, data la palese discriminazione operata, nell’agosto del 2004 ordina l’immediata riassunzione con reintegro nel posto di lavoro, riattivando il rapporto di lavoro con le stesse modalità già attuate per gli altri lavoratori.
  L’azienda, per quanto Benanti abbia espresso precisa volontà a riprendere l’attività lavorativa,rigetta di fatto l’ordine del reintegro e comunica l’intendimento di retribuire “ a casa” il periodo interessato dei nove mesi ( fino al 30 maggio 2005).      
 
Inoltre, il dispositivo del Tribunale notificato all’azienda dall’ufficiale giudiziario presso la sede aziendale a Sigonella, viene formalmente respinto, impedendo a Benanti di presentarsi, come disposto dal Tribunale, al suo posto di lavoro.
  Successivamente,dall’ulteriore ricorso avviato, scaturito in particolare dalla presa d’atto che, tutto il gruppo di operai interessato alla scadenza del secondo contratto a termine era stato assunto a carattere indeterminato,nell’udienza del 24 maggio 2005 presso il Tribunale di Siracusa, da parte dei rappresentanti dell’azienda viene formalmente dichiarato che” non può essere accolta la  proposta ( la riassunzione)in quanto il ricorrente non è gradito all’appaltante governo americano o meglio ci ha messo in difficoltà con i suoi articoli contro le basi americane in Italia ed in particolare la base di Sigonella”.
  Gli atti “incriminati”, articoli pubblicati in un sito on-line di Catania, sono stati ufficialmente presentati dall’azienda nel corso dell’udienza.Il giudice ha acquisito i “documenti” al fascicolo della causa.

  Tra gli atti, come ulteriore colpa di “reato”, vengono allegati decine di fotografie ( pubblicate nel sito) che si riferiscono alla grande manifestazione contro la guerra tenutasi a Sigonella il 23 marzo 2003 partecipata da decine di migliaia di persone e da moltissimi rappresentanti istituzionali.  

   Richiediamo il rispetto delle violate leggi italiane, il ripristino della legalità democratica e l’immediata riassunzione di Marco Benanti.  

   Lo impone l’art. 21 della Costituzione: “ Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, e l’art. 1 ( della Libertà e dignità del lavoratore) della Legge n.300  Statuto dei Lavoratori:  I lavoratori, senza distinzione di opinione politiche, sindacale e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge”

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Le adesioni possono essere inviate alla segreteria organizzativa del “Comitato a sostegno del giornalista- operaio catanese Marco Benanti”

 

tittaprato@hotmail.com

graziellaproto@interfree.it

dostimolo@tiscali.it

gaetano__ven@hotmail.com

 

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martedì, 27 dicembre 2005
da "L'Unità" on line il 26.12.2005
Tutti i complici di Stalin
di Roberto Roscani


La storia è una cosa seria. Per tutti, tranne che per Berlusconi. E così al posto di affidare il giudizio sulle cose e sugli uomini che ne sono stati protagonisti (e su Stalin il giudizio della storia e della politica è chiaro) lui usa la clava e la propaganda. Agita la prima pagina de l’Unità del 1953 come fosse stata stampata ieri. E allora accettiamo il gioco di chi gioca con la storia e andiamoci a rileggere i giudizi su Stalin di quel 6 marzo del 1953. Per chiederci: chi l’ha detto?

Facciamo un gioco. La storia non è un gioco. È un lavoro duro di analisi, di memoria, di documentazione. Ma tutto questo non andatelo a dire a Silvio Berlusconi, per il quale sbandierare la prima pagina dell’Unità del 6 marzo del 1953 con l’annuncio della morte di Stalin è una spettacolare scappatoia per sottrarsi al confronto sull’attualità e per cercare di intimidire il «giornale nemico».

Ecco allora accettiamo le sue regole e facciamo un gioco: qui sotto troverete le frasi di alcuni eminenti giornali e uomini politici italiani e stranieri pronunciate in quell’occasione. In fondo all’articolo troverete le «soluzioni».

1) «Quella di Stalin è una personalità che, da qualunque livello la si misuri, si leva alta sugli altri uomini di questa generazione come colui che ha esercitato la propria influenza su moltissimi esseri umani... Grande guerriero e grande costruttore, la maggiore impresa per cui verrà ricordato sarà l'edificazione da lui attuata, in quanto ha realizzato un cambiamento stupefacente nel suo paese che ha ricostruito quasi dal nulla... Ritengo giusto affermare che il peso e l’influenza della personalità di Stalin sono stati adoperati a favore della pace... ritengo che è stato in gran parte suo il merito se numerose crisi che avrebbero potuto sfociare in una guerra non lo hanno fatto »

2) «Se fosse vera l’opinione di chi attribuisce al suo influsso personale l’esitazione dell’Urss a scatenare una nuova conflagrazione mondiale dovremmo mettere al suo attivo questo suo rifuggire dalla responsabilità estrema e augurarci che i suoi successori lo accettino come norma di saggezza... Grave rimane l’incognita del domani e se in mezzo a tante parole di esaltazione e di condanna, possiamo trovare un accento semplicemente umano, vorremmo dire che questo tragico trapasso deve ammonirci tutti intorno ai limiti della persona umana... con questa grave riflessione chiniamo la fronte pensosi innanzi alla scomparsa di un uomo che senza dubbio lascia nel mondo un grande vuoto»

3) «Per un quarto di secolo Stalin governò un vasto imperio con metodi di un despota orientale... Aveva spinto spietatamente il suo paese in prima fila tra le potenze industriali del mondo. Contro ogni aspettativa aveva smosso l’eroismo del popolo russo e lo aveva trascinato agli indicibili sacrifici che resero possibile la disfatta dell’invasore tedesco. Una volta vittorioso non diede tregua. Estrasse dai suoi compatrioti esausti fino all’ultima oncia di forza per ricostruire il paese devastato... Per quanto terribile il suo scopo, la grandezza dell’opera di Stalin era sorprendente , diminuita solo dal prezzo delle sofferenze umane»

4) «Il maresciallo Stalin è morto... Vi è un ricordo da cui non possiamo prescindere: quello della parte svolta dal maresciallo Stalin per porre fine alla guerra e preparare la vittoria. Ci si rende conto di ciò tra le rovine di Stalingrado o studiando quella battaglia di Mosca in cui il genio militare di Stalin si manifestò in modo così evidente. Questo ricordo mi induce a rivolgere, nel giorno della sua scomparsa , un saluto e un omaggio a colui che, con l’eroico esercito sovietico, ha contribuito alla nostra liberazione e rafforzato i vincoli creati tra i nostri due popoli dal sangue versato insieme».

5) «Josip Stalin è morto alle 9.50 pm di ieri al Cremlino, all'età di settantrè anni. La notizia è stata ufficialmente annunciata questa mattina. E' stato al potere 29 anni. L'annuncio è stata fatto a nome del comitato centrale del partito comunista, del consiglio dei ministri e del presidium del Soviet supremo. Nell'appello al popolo sovietico affinché si raccogliesse attorno al partito e al governo, l'annuncio ha chiesto di mostrare unità e la più alta vigilanza politica, contro i nemici interni ed esterni. Nessuna dichiarazione invece è stata resa circa il nome del successore di Stalin».

6) «Reverente dinnanzi agli imperscrutabili disegni di Dio, il popolo italiano ha appreso con viva commozione la notizia della dipartita del maresciallo Stalin, dell'uomo che così importante e vasta parte ha avuto negli avvenimenti mondiali di questi ultimi decenni. Il governo invia al governo dell'Urss l'espressione della sue condoglianze».

7) «In questo momento della storia in cui tanti russi sono in profonda ansia per la malattia del capo dell’Unione sovietica, il pensiero dell’America va a tutta alla popolazione dell’Urss - agli uomini, alle donne ai giovani e alle ragazze- nei villaggi nelle città, nelle fattorie, nelle industrie della loro patria. Sono tutti figli dello stesso Dio, che è padre di tutti i popoli»

8) «Quando Stalin morì nel mese di marzo del 1953, Eisenhower era in carica da soli due mesi. Le strategie in discussione erano tre: contenimento, rappresaglia dura e roll-back, ovvero l'uso preventivo della forza per sottrarre l’europa orientale alla dominazione sovietica. La scelta di Eisenhower fu quella del contenimento,.. usando modi militarmente fermi ma civili. Mai il presidente parlò in con disprezzo o in termini minacciosi dei popoli sovietici. Egli ebbe sempre una sensibilità profonda per le sofferenze sofferte durante la guerra, la loro capacità di resistenza e il ruolo immensamente importante svolta nel raggiungimento della vittoria contro il nazismo» .

Ecco chi lo ha detto:
1) Pandit Nehru primo ministro indiano davanti al parlamento indiano

2)Alcide De Gasperi, primo ministro italiano dichiarazione rilasciata all’Ansa

3) Anthony Eden, conservatore, Primo Ministro del Regno Unito dal ‘55 al ‘57. in Memorie, Garzanti 1960

4) Edouard Herriot, leader radicale presidente dell’Assemblea nazionale .

5) New York Times, 6 marzo 1953

6) Paolo Emilio Taviani, sottosegretario agli Esteri, democristiano, discorso alla Camera

7) Dwight Eisenhower, presidente repubblicano degli Stati uniti il 5 marzo 1953

8) Convegno promosso dalla Congress Library nel 2003 su Eisenhower e la morte di Stalin
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venerdì, 23 dicembre 2005
Molti commenti, molto interessanti.
Sull'argomento, come risarcimento morale, posto quello dell'amico fraterno Frank, che fa una disamina tanto efficace quanto atroce.
Buona lettura.
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Fratello, questa florida e bella signora ci parla anche e andrebbe ascoltata.
Per esempio ci fa sapere che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1) (non precario o assente, immagino). Che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (art.1). Percepisco di non sentirmi molto sovrano, semmai molto suddito. Che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” (art. 3). Proprio tutti tutti? Che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo lavoro”(art. 4). Non si tratta della legge 30, tanto per intendersi. Che “La Repubblica, unica e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” (art. 5). Se la stanno smembrando. Che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7). Il facondo Ruini ha concetti confusi di indipendenza e sovranità. Che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9). Mentre i cervelli volano all’estero, quello di Borghezio, Buttiglione, Bossi e via elencando i peggiori parassiti e non si vende le spiagge, per la loro tutela. Che“l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11). Chiedere all’Irak in fondo a destra, lì proprio lì dove c’è il petrolio. Che “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni (art. 12). L’ex celodurista Bossi la vedrebbe meglio appesa in altro luogo. Che “La libertà personale è inviolabile” (art. 13). Ma se il terrorismo avanza, mica si può combattere col codice alla mano. “La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva” (art. 13). Come mai le carceri scoppiano? Che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21). In parte e non disturbando il manovratore, altrimenti vedi Genova e Venaus. Che “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato (art. 33). Giusto, infatti vengono esentati dall’Ici e ricevono sussistenze varie. Ruini non poteva trovare confinanti più cordiali. Che “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata” (art. 45). Scalata bancaria Unipol a parte. Che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (art 47). Leggasi “bond”. E poi Tanzi, Fiorani, Cagnotti in ordine di vergogna. Che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53). Ma alcuni di più: quelli a reddito fisso, notoriamente più facoltosi. Che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 101). E non a B. 1816, immagino. Che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104). Compreso quello di B.1816. Che “Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario” (art. 107). E non da quelle di B.1816 e i suoi scherani. Che “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” (art. 112). Compresa quella contro B.1816 e i suoi compari. Che “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. (Disposizione transitoria e finale XII). E di conseguenza anche il saluto romano di Di Canio e della maggior parte (purtroppo) delle curve ultras italiane.
Ha ancora molto da raccomandare questa inesausta Signora. Per questo (e altro ancora) la stanno imbavagliando avvinazzati ometti verdi. Per questo la stanno sfregiando gli eversori legalizzati da un ottuso e irresponsabile voto popolare.

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mercoledì, 21 dicembre 2005
Sottopongo alla vostra attenzione questa intelligente riflessione.



Il crocifisso incostituzionale

L’Italia messa in croce dalla proposta leghista

di Angelo Luca Pattavina

Articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Articolo 8: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”.

In uno stato libero e democratico, come quello in cui credo di avere cittadinanza, delle norme come quelle sopra enunciate, inserite tra i principi fondamentali della Carta Costituzionale, mi fanno pensare che le basi per un sistema di “integrazione culturale” (sia essa sociale, religiosa o politica) e di pluralismo siano garantite.

In passato, per la verità, senza dover andare troppo in là nel tempo e nello spazio, le cose stavano diversamente. Lo Statuto Albertino proclamava il cattolicesimo romano “religione di stato” e prometteva agli altri culti solo “tolleranza”. Successivamente il regime fascista, sulla base dei Patti Lateranensi, riconosceva dei privilegi alla Chiesa cattolica e decretava la “conciliazione” tra Stato e Chiesa. Una recente riforma ha ridimensionato questi rapporti rendendo le due entità indipendenti e sovrane ciascuna nel proprio ordine.

Oggi, infatti, viviamo in uno stato laico e non in uno stato confessionale dove non esiste una separazione tra gli ordinamenti della sfera religiosa e quelli della sfera civile; ordinamenti, come quelli di alcuni stati islamici, che da un lato tendono a legittimare su basi religiose il potere statale e dall’altro ad assicurare efficacia giuridica ai precetti religiosi.

Se teniamo in considerazione questi elementi non può non sembrare assurda, o quantomeno inopportuna, la pretesa recentemente avanzata da alcuni parlamentari leghisti (ma sottoscritta anche da altri gruppi) di rendere obbligatorio il crocifisso nelle aule delle scuole italiane.
Nelle scuole, ma non solo. Infatti la proposta è quella di rendere effettiva l’esposizione in tutti gli uffici pubblici e di garantirne la legale permanenza. La proposta in esame infatti recita: “Chiunque rimuove in odio ad esso l’emblema della Croce o del Crocifisso dal pubblico ufficio nel quale sia esposto o lo vilipende è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da 500 a 1000 euro”.
Vietato bestemmiare dunque.

Sarà forse per la presenza un po' ingombrante del Vaticano all’interno del nostro territorio, oltre che ovviamente per una millenaria tradizione cristiana, che viviamo un senso di sottomissione subdolo e reverenziale nei confronti di un’istituzione come la Chiesa cattolica che si rivela essere non solo religiosamente ma anche politicamente molto forte.
Un timore che non ci permette un’apertura totale verso altre forme di culto e di non-culto, pericolosamente identificate come destabilizzanti dell’ordine costituito.

La cosa che più lascia pensare è che la proposta arriva proprio dal gruppo leghista che prima ha fatto fuoco e fiamme contro i preti perchè davano aiuto agli immigrati e poi sono quelli che più aspramente criticano il fondamentalismo delle religioni islamiche. Non è forse questo un modo di creare barriere piuttosto che di aprirsi ad una società che inevitabilmente sta diventando sempre più interculturale?
Se è dunque vero che viviamo in uno stato laico non avanziamo pretese di imposizioni non laiche. Cosa impedisce ad un musulmano di pretendere che in ogni luogo pubblico ci sia un’immagine di Maometto?

Piuttosto che fare un passo indietro verso gli estremismi e i fondamentalismi facciamo un passo avanti verso l’integrazione e la tolleranza.
Di uomini crocifissi nella storia ce ne sono stati fin troppi.
Credete quello che volete, ma non fatevi mettere in croce anche voi.
E state attenti a non mettere in croce nessuno.
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sabato, 17 dicembre 2005
Il 28 ottobre 1998 si costituisce a Samarate (VA) il comitato Promotore per la costituzione della Banca Credieuronord. Il Comitato svolge attività di promozione e di raccolta delle sottoscrizioni del capitale necessario per la costituzione della Banca. Le quote sono raccolte battendo a tappeto le sezioni della Lega Nord di Piemonte, Lombardia e Veneto. Sono coinvolti i segretari di sezione e di circoscrizione che - raccogliendo l’appello del Segretario Federale Umberto Bossi – organizzano apposite riunioni tra militanti e simpatizzanti del partito. Il quotidiano LA PADANIA e l’emittente RADIO PADANIA LIBERA, invitano lettori ed ascoltatori a sottoscrivere le quote. Anche durante i raduni nel mitico prato di Pontida sono raccolte adesioni tra i militanti della Lega Nord. Il 21 febbraio 2000, con atto notarile, si costituisce la Banca Popolare CredieuroNord, società cooperativa per azioni a responsabilità limitata. Con l’adesione di circa 2600 soci è sottoscritto un capitale nominale di 17 miliardi e 76 milioni di lire. Il 17 novembre dello stesso anno la Banca d’Italia concede l’autorizzazione ad esercitare l’attività bancaria. Il 19 marzo del 2001 apre il primo sportello a Milano, con 2615 soci e poco più di 19 miliardi di capitale.



A causa di una gestione fallimentare, la Credieuronord è stata ceduta alla Banca Popolare di Lodi, la quale paga con azioni di una sua holding, cosicché gli sventurati azionisti Credieuronord sono divenuti proprietari di azioni che valgono circa un sesto del capitale da loro investito.
I sottoscrittori di quote Credieuronord sono circa 4000; più dell'80% del loro investimento è perduto.
*****

Da "La Stampa" di Giovedì 6 Ottobre 2005
(Paolo Colonnello)


FINANZA E FALLIMENTI IL SOSPETTO EMERGE DALLE CARTE DELL’INDAGINE SUL SALVATAGGIO DELLA BANCA DELLA LEGA OPERATO DALLA EX POPOLARE LODI

MILANO
L’inchiesta è “contro ignoti” ma il reato è preciso e pesante: riciclaggio. E riguarda, in mancanza, per ora, di persone fisiche, il soggetto giuridico e la gestione di Credieuronord, ovvero la fallita banca della Lega. È questo il tema dell’inchiesta aperta alcuni mesi fa dal pm Riccardo Targetti e che ha portato nelle scorse settimane la Guardia di Finanza negli uffici lodigiani della Bpi per acquisire i contratti di cessione della Credieuronord nonchè libri contabili, attivi e passivi e documenti vari sulla passata gestione della sconclusionata banca padana. Una banca fallita nei fatti ma non sulla carta visto che, a un passo dal baratro, nella primavera del 2004 l’istituto di credito voluto da Bossi venne salvato dalla Bpl di Giampiero Fiorani che ne inglobò una buona parte trasformandolo in holding e pagandolo il 16 per cento in meno del valore iniziale, cioè 2,8 milioni di euro, ovvero 4 euro per azione contro i 25,8 sborsati dai 4.000 piccoli investitori solo 4 anni prima e fino alla data del 30 aprile 2004. Meglio di niente, dato che lo stato contabile della banca leghista era in stato comatoso, con 13 milioni di euro in crediti inesigibili, 8 milioni di euro di perdite solo nel bilancio del 2003 e 12 milioni di euro di sofferenze su circa 47 milioni di euro di impieghi. Insomma non proprio un affare, sia per i piccoli azionisti che, si direbbe, per la ex Bpl ora Bpi. La quale comunque si sarebbe garantita da brutte sorprese inserendo nel contratto di cessione della holding alcune clausole. Condizioni al verificarsi delle quali «non si prenderà nemmeno in considerazione la fusione della cedente in una delle società di Bpl». Vale a dire che, se dovessero sorgere problemi, anche i 4 euro per azione ricevuti dai piccoli azionisti dell’ormai scomparsa Credieuronord, dovranno essere restituiti. In altre parole: se ci saranno procedimenti pendenti entro la fine dell’anno (2005), la vendita di Credieuronord sarà annullata. Clausole che al pm che indaga sul presunto riciclaggio operato dai pochissimi sportelli che la banca leghista era riuscita ad aprire, sono sembrate singolari e comunque meritevoli di maggior approfondimento. Sull’operazione Bpl-Credieuronord vennero scritti fiumi d’inchiostro e fioccarono interrogazioni parlamentari. Anche perchè nel 2003 gli ispettori della vigilanza di Bankitalia stilarono una relazione al vetriolo che dipingeva la banca «della Padania», «dove il signor Brambilla possa investire nell’azienda di Rossi», come una società senza nè capo nè coda, dove i crediti venivano concessi senza alcuna garanzia, dove non si tenevano nemmeno in ordine i libri contabili, dove mancava perfino l’istituzione di una struttura di controllo interno. Dove «l’erogazione del credito...è connotato da carenze che si sono riflesse sulla qualità dell’erogato». Oppure dove si sono verificati «affidamenti per operazioni finanziarie senza preventiva individuazione di fonti e tempi di rimborso (ad es. Bingo.Net srl). Ciò nonostante il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, ora indagato a Roma e coinvolto pesantamente nella vicenda della scalata Antonveneta, diede il suo benestare al salvataggio messo in atto dall’amico Fiorani. Sono in tutto 13 i punti «di criticità» contestati nella relazione della Banca d’Italia: una situazione da paura che indusse infine il ministro del Tesoro dell’epoca, Giulio Tremonti, a sanzionare per svariate migliaia di euro i responsabili dell’istituto di credito, tutti in qualche modo notabili leghisti tra i quali spiccava il sottosegretario all’Interno Maurizio Balocchi, già finito nel mirino dei magistrati per un altro clamoroso fallimento del 2003, la società Bingo.Net, citata en passant come postilla nella relazione di Bankitalia. Anche in questo caso milioni di euro scomparsi nel nulla dopo essere stati erogati dalla banca di cui Balocchi, passato dall’amministrazione di condomini al ruolo di tesoriere della Lega, figurava tra gli amministratori: insomma creditore e debitore al tempo stesso. Per altro Balocchi è sempre stato in buona compagnia, visto che ai vertici della disastrata banca padana si sono seduti in varie fasi i sottosegretari leghisti Brambilla, Stefani e Giorgetti. Coinvolta quindi nella vicenda del fallimento di Radio 101 One-o-One dei fratelli Borra, che depositavano (e poi facevano sparire) sui conti di Credieuronord i miliardi sottratti al tribunale fallimentare dalla commercialista Carmen Goncini, la storia e i misteri della banca della Lega ora sono finiti sotto la lente d’ingrandimento della procura milanese per un’indagine tutta nuova che prevede già un reato pesante: riciclaggio.
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da "Bananas" di Marco Travaglio
 
Il 5 ottobre 2004 Fiorani, d'accordo con Fazio, rileva e ingloba nel suo istituto lodigiano la Credieuronord: la banchetta della Lega nata nel gennaio 2001 e finita nel giro di tre anni sull'orlo del crac, con tanti saluti ai 3 mila ingenui risparmiatori padani che ci erano cascati.
In più, secondo l'accusa, la banchetta è stata utilizzata per riciclare decine di miliardi provenienti da una distrazione di fondi dal Tribunale di fallimentare.
Ora, ai vertici della banca colabrodo sedevano insigni esponenti leghisti, fra cui tré parlamentari: il tesoriere Maurizio Balocchi (incredibilmente sottosegretario e membro del Cda dell'istituto), Stefano Stefani e Giancarlo Giorgetti.
Rischiavano grosso: un processo penale per l'eventuale bancarotta e una multa miliardaria da Bankitalia per riciclaggio Ma Sant'Antonio sistema tutto : risparmia loro la multa, e intanto Fiorani salva la banca.
Qualche anno prima, l'ottimo Gianpiero aveva fatto lo stesso con due banche molto vicine al Cavaliere: la Rasini, dove lavorava papa Luigi e dove la mafia (lo rivelò Sindona) riciclava i soldi sporchi; e l'Efibanca, la merchant della Bnl pesantemente inquinata dalla P2 che negli anni 80 prestò una barcata di miliardi a Berlusconi per dare l'assalto alle tv.
Ora la Rasini e l'Efibanca sono inglobate nella Popolare di Lodi, con i rispettivi archivi.

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martedì, 13 dicembre 2005
«L'altro giorno il noto galantuomo Paolo Cirino Pomicino (condanna per finanziamento illecito, patteggiamento per corruzione) ha scritto sul Giornale un articolo contro Rita Borsellino. Nessuno pretende che l'andreottiano Pomicino la apprezzi: anzi, è comprensibile la sua diffidenza verso una donna che, a parte il cognome, non ha mai rubato né frequentato mafiosi». Marco Travaglio


Rita Borsellino non ha mai fatto cenno (lezione di stile) al fratello Paolo in campagna elettorale, e ha dimostrato di sapere cosa sia la politica, nel senso più nobile, in dieci anni di battaglie di Libera.
A questo punto, sfruttiamo questo spazio per sentire cosa "l'uomo di destra", come dice qualche cialtrone chiedendo come possa la sorella candidarsi con la Sinistra, diceva due mesi prima di essere ammazzato, insieme con la sua scorta, dalla Mafia.


L'ultima intervista di Paolo Borsellino ''dedicata'' a Berlusconi.


Da www.indicius.it

Questa è la  trascrizione dell'intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L'intervista venne registrata quattro giorni prima dell'attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell'attentato di via D'Amelio a Palermo.

Borsellino
Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista
"Uomo d'onore" di che famiglia?

Borsellino
L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Borsellino
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.

Giornalista
Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.

Borsellino
Si, tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

Giornalista
Dell'Utri non c'entra in questa storia?

Borsellino
Dell'Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

Giornalista
A Palermo?

Borsellino
Sì, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Giornalista
Marcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri?

Borsellino
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

Giornalista
I fratelli

Borsellino
Sì.

Giornalista
Quelli della Publitalia?

Borsellino
Sì.

Giornalista
Perché c'è nell'inchiesta della San Valentino, un'intercettazione fra lui e Marcello Dell'Utri in cui si parla di cavalli.

Borsellino
Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo.

Giornalista
C'è un socio di Marcello Dell'Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.

Borsellino
Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d'onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

Giornalista
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?

Borsellino
So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.

Giornalista
Perché quanto pare, Rapisarda, Dell'Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.

Borsellino
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell'Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

Giornalista
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?

Borsellino
All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

Giornalista
Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?

Borsellino
è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

Giornalista
Mangano era un pesce pilota?

Borsellino
Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel nord Italia.

Giornalista
Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?

Borsellino
Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

Giornalista
C'è un'inchiesta ancora aperta?

Borsellino
So che c'è un'inchiesta ancora aperta.

Giornalista (in francese)
Su Mangano e Berlusconi a Palermo?

Borsellino
Sì.
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categoria:diritti negati
domenica, 11 dicembre 2005



"Le grandi opere del Cavaliere"
di IVAN CICCONI
Koinè Nuove edizioni
Prefazione al libro
di Marco Travaglio

Se c’è un sistema per combattere il regime che da tre anni ammorba l’Italia a colpi di menzogne e vergogne, è quello adottato da Ivan Cicconi: rispondere punto per punto alla disinformatija, con competenza e chiarezza. Non è facile spiegare ai non addetti ai lavori la truffa spaventosa che si cela dietro a parole altisonanti, ovviamente in inglese, come “project financing” e “general contractor”. Ivan Cicconi, pur essendo un tecnico, ci riesce meglio di tanti giornalisti che hanno preso per buona la tragica favola delle “grandi opere” con tutto il suo corollario di faccendieri impresentabili ma sempre a galla e di affari sporchi passati, presenti e futuri. In fondo, questo libro è la naturale prosecuzione di La storia del futuro di Tangentopoli.
Basterebbe, per rendere l’idea della posta in gioco, mettere insieme i nomi dei vari Cirino Pomicino, Lorenzo Necci, Francesco De Lorenzo, Franco Carraro, Ercole Incalza e Pietro Lunardi, protagonisti del “modello TAV” che tanti guasti ha già inferto all’ambiente, alla moralità pubblica, alla vita umana e alle casse dello Stato italiano, e che invece di essere maledetto viene copiato pari pari per le opere pubbliche dei prossimi dieci o venti anni. Opere mille volte annunciate e quasi mai partite, ma finora servite per far girare quattrini, in gran parte inutili, in faraonici progetti e studi di fattibilità che - si spera – mai vedranno la luce. Uno per tutti: il Ponte sullo Stretto di Messina, icona vivente di una classe dirigente rapace e cialtrona (e non parliamo soltanto della cosiddetta “destra”: il libro è pieno di “progressisti” abbacinati dalle grandi opere all’italiana, non si sa se per insipienza o per qualcosa di peggio: dalla vecchia “sinistra ferroviaria” ai nuovi geni della “Calce e Martello”).
Gli anelli della catena che dalla TAV conduce al Ponte della demenza passando per autostrade, viadotti, trafori, ferrovie, “sistemi integrati” e altre amenità, i lettori li troveranno addentrandosi nei vari capitoli del libro. Ciò che colpisce, nell’insieme, è una constatazione: non è vero che Tangentopoli sia passata invano. Non è vero che l’Italia non abbia fatto tesoro degli scandali di corruzione e malgoverno scoperchiati da Mani Pulite. Anzi, ne ha fatto tesoro eccome. Ma alla rovescia. Anziché corazzarsi con leggi moderne e regolamenti efficaci per impedire il ripetersi di quelle malversazioni e per aiutare i “custodi” (dalla pubblica amminisrazione alla magistratura) a stroncarli sul nascere e a punirli severamente, le nostre classi dirigenti (anzi, digerenti) hanno fatto l’esatto opposto: hanno reso più facile il riprodursi di Tangentopoli e più difficile scoprirla e punirla. L’hanno minuziosamente studiata per trovare il modo di rimetterla in piedi con la certezza di farla franca. E ci sono riusciti: la corruzione continua come prima e più di prima, ma le indagini della magistratura, pur colpendo questo o quell’episodio di marciume, faticano ad estendersi all’intero sistema, come nel 1992-’93. E questo perché sono scomparse le figure tipiche che consentono di configurare un reato: con una serie di giochi di prestigio, si elimina il pubblico ufficiale privatizzando il rapporto tra appaltante e appaltatore, e si riesce addirittura a nascondere sotto il tappeto del bilancio dello Stato la montagna di debiti che il nuovo sistema produrrà, anzi sta già producendo. Li vedremo riaffiorare tra qualche anno, quando sarà troppo tardi e ai cittadini non resterà che metter mano al portafogli per evitare la bancarotta dello Stato: allora la crisi modello Argentina dell’Italia del ’92, quando il governo Amato col cappello in mano rastrellò 90 mila miliardi di tasse più il 7 per mille su ciascun conto in banca più i frutti della svalutazione della lira, il tutto a spese dei contribuenti, ci sembrerà Disneyland. Questo governo, col “project financing”, ha semplicemente aggiornato il vecchio sistema del socializzare le perdite e privatizzare gli utili: fa debiti a “babbo morto”, tanto a ripianarli provvederà chi verrà dopo. Coi soldi nostri, s’intende. Il buco – secondo i calcoli di Cicconi – è già oggi di decine di miliardi di Euro, ma, grazie all’abilità dei nostri ministri-illusionisti, non si vede. Ancora.
Il sistema anti Mani Pulite e pro Tangentopoli è perfetto: pubblico per i rischi e i quattrini, privato per i profitti. Un sistema che istituzionalizza e legalizza i fondamenti della corruzione. Taglia le mani a ogni controllo, amministrativo e giudiziario, favorendo le grandi imprese e le grandi mafie che potranno subappaltare tutto a trattativa privata, con una stretta di mano fra quattro mura, senza alcun controllo. Fa lievitare i tempi e i costi. Non stimola gli investimenti privati, anzi consente l’uso privato di risorse pubbliche, compreso il patrimonio ambientale e culturale. E infine, con un colpo di bacchetta magica, fa sparire enormi debiti che il governo sta accumulando , nascondendoli per un po’ sui bilanci delle “Italie Spa” (che possono farsi prestare quanti quattrini vogliono dalle banche, tanto garantisce lo Stato). Ricompariranno a fine lavori. Roba da 1.500-2.300 milioni di Euro all’anno. In lire, dai 3 ai 5 mila miliardi di nuove tasse che dovremo pagare, grazie alla bomba a orologeria lasciata lì a ticchettare dal governo Berlusconi. Quello che aveva vinto le elezioni promettendo “meno tasse per tutti”.
Se qualcuno si azzardasse a ripetere una simile condotta in un’azienda privata, verrebbe ricoverato su due piedi in una clinica psichiatrica e subito dopo interdetto dai suoi stessi soci per impedirgli di fare altri danni. Ci vorrebbe un Cicconi armato dei suoi dati, negli studi di Porta a porta, quando Berlusconi e Lunardi armati di pennarello scorrazzano sulla cartina geografica disegnando e declamando opere mirabolanti (anche un misterioso prolungamento della Transiberiana), manco fossero sul tavolo del Monopoli. Ci vorrebbe Cicconi per documentare, dati alla mano, che per le grandi opere (comprese quelle utili, e Dio sa quante sono) non c’è una lira. Per raccontare lo scandaloso conflitto di interessi di Lunardi e delle aziende di famiglia, ora intestate a parenti vari. Per dimostrare che questo sistema farà lievitare vieppiù i costi e allungherà i tempi già biblici dei lavori. Ma a Porta a porta Cicconi non c’è. C’è Bruno Vespa con le sue comparse, che fanno sì con la testa. E, dall’altra parte dello schermo, ci sono milioni di persone che si bevono tutto come oro colato. Così, quando Lunardi se ne esce col suo “bisogna convivere con la mafia”, tutti pensano a una gaffe. Ma è una gaffe o è un programma di governo?
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venerdì, 09 dicembre 2005
da Repubblica.it




© Rainews 24

Rainews 24 ha trovato le immagini dello scontro a fuoco dell'agosto del 2004. E Mediaset censura il filmato
Nassiriya, la battaglia del ponte
Il video degli italiani che sparano
Le urla, l'incessante rumore degli spari, ma anche la disorganizzazione e le armi che s'inceppano: "Annichiliscilo, Luca, annichiliscilo"


ROMA - Agosto 2004, la battaglia del ponte di Nassiriya. E' il terzo scontro tra i militari italiani e i ribelli ed è ormai guerra vera e propria. A oltre un anno di distanza, RaiNews 24, la stessa tv satellitare che ha portato all'attenzione internazionale il caso del fosforo usato dagli americani a Falluja, ha mandato in onda oggi un lungo video inedito che mostra diversi momenti di quella battaglia. Repubblica.it lo ripropone (diviso in due parti) sul web. Il servizio è di nuovo opera di Sigfrido Ranucci, il giornalista che ha scovato la vicenda del fosforo.
Non sono immagini sanguinose, ma decisamente impressionanti perché raccontano (soprattutto con i suoni e le voci) lo svolgersi dei combattimenti. Il sottofondo sono le esplosioni dei proiettili di grosso calibro, le scariche secche delle mitragliatrici e delle armi leggere, il "wooosh" del missile "Milan" che parte e colpisce una postazione irachena quasi invisibile oltre il fiume. Sopra, sulle immagini delle nuvolette di fumo e dei feriti iracheni che si muovono in lontananza, le voci dei militari italiani, preoccupate, eccitate, arrabbiate come è logico che sia in battaglia.
Si spara e si colpisce. Si vede il "nemico" cadere ferito e si urla "Annichiliscilo, Luca... Porco zio... annichiliscilo". Ma si urla e si grida anche (e molto) per cercare di scambiarsi informazioni, per capire dove sono appostati i nemici e dove gli amici, per evitare di spararsi addosso a vicenda... Si impreca perché le armi, in particolare la mitragliatrice Browning s'inceppa e non spara... Si sentono ufficiali e sottufficiali che invitano a non sprecare munizioni...
I militari italiani che combattono sono carabinieri paracadutisti del Tuscania e i bersaglieri della seconda brigata mobile. Le riprese sono state fatte dagli stessi uomini dell'Arma in quattro fasi: alba, mattina, pomeriggio e notte.
Questa volta, lo "scoop" non sta nella denuncia come nel caso del fosforo. Anzi, qui non c'è quasi denuncia. I fatti, sostanzialmente, sono noti. Ma c'è la guerra: guerra vera con morti e feriti, guerra moderna ma organizzata così così, con le armi che non sparano, le comunicazioni che funzionano male, la paura di spararsi addosso a vicenda. La stessa guerra che in Iraq hanno combattuto e combattono americani e inglesi con perdite rilevanti da "fuoco amico" e tutta l'approssimazione dimostrata nel caso Calipari. La guerra degli italiani mandati a tenere la pace a Nassiriya.
E sulla vicenda esplode anche un caso televisivo. Il video infatti avrebbe dovuto essere trasmesso nella puntata di questa sera della Iene, su Italia1, ma all'ultimo momento Mediaset ha deciso di bloccare la messa in onda. Il perché, è scritto in un comunicato: secondo l'azienda si tratta "di immagini molto confuse dei nostri soldati sotto attacco, commentate da un rappresentante di un'organizzazione denominata Osservatorio militare difesa in modo non conforme agli standard giornalistici dell'azienda, che danno una rappresentazione della presenza in Iraq dei militari italiani lontana dalla realtà di ogni giorno". Una motivazione che non scaccia il sospetto di censura politica.

(8 dicembre 2005)
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categoria:menzogne
mercoledì, 07 dicembre 2005



da "l'Unità" del 6.12.2005


I pensionati a Berlusconi: «E le tue promesse?»
di Valentina Petrini


Chiedono quel famoso aumento che Silvio Berlusconi promise a tutti i pensionati poco prima di essere eletto. Lo chiedono perché negli ultimi cinque anni, i più fortunati, hanno avuto un incremento salariale pari a 60 euro. I più sfortunati, invece, sulla busta paga hanno trovato solo tra i 2 e gli 8 euro in più al mese. A 11 giorni dallo sciopero generale di tutte le categorie, i sindacati nazionali dei pensionati tornano a Roma per chiedere un incontro con il presidente della Camera, Pierferdinando Casini.
Un corteo fino a piazza Navona e un sit-in davanti al Parlamento. Parola d’ordine: «Finanziaria 2006, un pacco regalo da rispedire al mittente». La giornata di mobilitazione è stata indetta dalle organizzazioni di categoria Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil. Non è mancata l’ironia: per circa mezz’ora la classe operaia di ieri ha giocato a pescare un “centesimo” nella Fontana di Trevi, come a dire che aspettando gli aumenti del governo è meglio arrangiarsi come si può…
Osvaldo Del Grosso arriva da Lucera, in provincia di Foggia. Fischietto, cappellino bianco e giornale sotto il braccio. Davanti a Montecitorio attende l’arrivo degli altri ancora in corteo. «Sono venuto a Roma anche il 25 novembre scorso – dice - questo Governo ha fatto solo vane promesse». Osvaldo è tra i più fortunati perché lui negli ultimi 5 anni ha avuto un aumento della pensione di 62 euro. «Ma parli con i miei amici – aggiunge - intorno a me ci sono anziani che nello stesso periodo si sono visti aggiungere 3 euro al mese. Cos’è una presa in giro?».
Un operaio Fiat con alle spalle 30 anni di occupazione prende di pensione 1100 euro al mese. Questo il compenso per una vita di lavoro.
«La manifestazione odierna dei sindacati dei pensionati dovrebbe indurre il governo a porre più attenzione alle esigenze dei ceti popolari». Il leader della Cisl, Savino Pezzotta, presente al corteo. Bilancio positivo della manifestazione alla quale secondo i sindacati hanno partecipato 4 mila persone. «Vi era una grande volontà di chiedere una rivalutazione delle pensioni, una lotta al carovita, una legge sulla non autosufficienza, in sintonia con la piattaforma dei sindacati confederali», ha aggiunto Pezzotta. «Sono persone che fanno fatica a conciliare le proprie risorse con le condizioni di vita. Il governo doveva avere più attenzione ed aprire quel confronto più volte chiesto».
Eda, invece, a piazza Navona va in giro a spiegare a tutti come riesce a vivere con una pensione di 500 euro al mese. «Ho fatto la commerciante nella vita ma non mi sono arricchita e oggi che non ho più il mio negozio prendo questi 500 euro». Eda è padovana ma vive a Cisterna di Latina da oltre vent’anni. «Le chieda quanti anni ha», sorride un’amica accanto a lei. Ne ha 78, figli, famiglia e i soliti acciacchi. «Sono stata operata anni fa per un tumore al seno – racconta nonna Eda - Periodicamente devo fare dei controlli. Le dico solo che ho prenotato sei mesi fa una mammografia a Latina e mi hanno dato l’appuntamento a giugno 2006. Quanti mesi sono? Faccia il conto».
E l’aumento promesso da Berlusconi?. «Si, bla, bla, bla…». Carlo è un ex operaio edile. Prende 800 euro al mese: «Con le parole non si mangia – attacca - e noi sopravviviamo e il caffè ce lo prendiamo a casa perché il bar è un lusso».
Giovanni Novato, segretario Fnp-Cisl di Napoli ribadisce le due richieste centrali: «Noi vogliamo il Fondo Integrativo perché le problematiche degli anziani devono avere una soluzione non essere abbandonate a se stesse e vogliamo l’aumento blaterato e mai dato».
«Gli anziani hanno rinunciato alla contingenza per entrare in Europa – ricorda Novato - Questo sacrificio meriterebbe almeno rispetto». A reggere lo striscione ci sono pensionati di molti comuni campani. Come quello di Acerra. Scattano foto e raccontano a tutti di come si vive nei loro paesini. Delle difficoltà che un anziano incontra per raggiungere i centri cittadini per visite specialistiche o quant’altro.

*********************
da inMovimento, invece:

Non per soldi... ma per denaro   
di Paolo Galletti   


Chi l’ha detto che la morale e la religione non hanno prezzo? 
Basta incrociare  le notizie sulle ultime prese di posizione dei vertici Vaticani  (ricordo brevemente: netta chiusura sul referendum di giugno in affiancamento alla Cdl, minaccia di scomunica a chi vota e sostiene partiti definiti “abortisti”,  ira funesta contro Prodi e le sue dichiarazioni sui Pacs)  con il testo dell’ultima Legge finanziaria ideata dal genio di Tremonti  per rendersi conto del contrario.
Infatti il testo in proposta prevede un finanziamento statale di  circa 150 milioni di euro alle scuole private utilizzando i fondi destinati al tanto pubblicizzato “Pacchetto Famiglia” , mentre altri 300 milioni di euro dovrebbero essere assicurati alla casse vaticane dalla esenzione Ici,  prima eliminata dalla legge finanziaria e poi reintrodotta attraverso il maxi-emendamento governativo alla legge medesima. L’obiezione del ministro è facilmente prevedibile; ci direbbe con la consueta aria annoiata da primo della classe che l’esenzione fiscale dall’imposta immobiliare è concessa non solo alle proprietà facenti capo alla Chiesa cattolica, ma a quelle di tutte le religioni  ed enti no-profit.
Del resto, com’è noto, noi viviamo in Svezia e la Chiesa Cattolica possiede giusto qualche sacrestia...
La mala fede dell’allargamento erga-omnes della clausola di esenzione è talmente manifesta che si fa fatica anche a commentarla.
Intanto non si capisce perché queste organizzazioni (tutte, intendo dire) debbano non pagare l’imposta, poi saremmo curiosi di sapere dall’ineffabile stratega della nostra economia  in che rapporto stanno le proprietà facenti capo ad ordini religiosi cattolici e quelli di tutte le altre organizzazioni messe insieme.
Basta 1 a 10?
Forse no, soprattutto a Roma.
La manovra è poi doppiamente subdola; infatti va a tagliare fondi destinati alle casse dei Comuni, già da tempo in ambasce per le restrizioni di una maggioranza che da una parte grida all’autonomia e alla devolution e dall’altra incide profondamente sulle entrate di questi enti che a parole vorrebbe autonomi, intraprendenti e virtuosi.
L’aspetto più triste è però certamente quello elettoralistico volto ad accaparrarsi definitivamente le simpatie del clero sapendo quanto questo abbia rappresentato e rappresenti un punto nodale delle vicende politiche italiane, da sempre condizionate dalla presenza della Santa Sede.
Ancora più triste è vedere che da parte della Chiesa si sia scelto di sostenere, via via in modo sempre più aperto, questa maggioranza di arroganti che nell’agire quotidiano ignorano e calpestano i dettami evangelici, che certamente non lavorano per i poveri ed i deboli ma sostengono le ricche lobby della finanza e (qualche volta) del malaffare, che quando parlano di tutela delle famiglie fanno pensare che usino il plurale perché quasi tutti ne hanno due, che ritengono la guerra un male inevitabile e non una aberrazione comunque da condannare, che intendono il potere non come servizio ma come diritto.
Qualche anno fa (circa 2000) un giovane irruento, forse no global, prese a calci i mercanti nel tempio e proclamò che non c’era differenza tra gli uomini se non nella limpidezza del loro cuore, forse anche per questo  finì venduto per trenta monete.
Oggi, con la svalutazione, fanno 450 milioni di euro.
Monetina più monetina meno...
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categoria:pensionati
martedì, 06 dicembre 2005
da Repubblica.it

Torino, 17:17

70NNE PICCHIA AUTISTA SCESO DA BUS E SI METTE ALLA GUIDA

Non e' una gag comica ma un fatto di cronaca vera, accaduto stamane a Torino: un pensionato settantenne che viaggiava su un pullman di linea, dopo aver aggredito e picchiato l'autista, sceso dal mezzo per rimuovere un ostacolo che ostruiva il passaggio del veicolo, e' risalito sul bus, si e' messo al posto di guida ed e' partito tra lo sgomento degli altri passeggeri. Il vero conducente nel frattempo era riuscito a risalire sul mezzo gia' in movimento ed a bloccare l'uomo, mentre in zona arrivava una pattuglia di carabinieri, allertata con il telefonino da una passeggera. Intercettato il mezzo, gli uomini dell'Arma, hanno accompagnato il pensionato in caserma. Interrogato, e denunciato per violenza privata, il settantenne si e' giustificato dicendo candidamente: "Avevo fretta e non potevo attendere ulteriormente". ()
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categoria:pensionati
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