mercoledì, 30 novembre 2005
di Gianni Barbacetto
[da diario n°17/2004]


Il presidente della Sicilia Cuffaro. Il boss Guttadauro. Politici e mafiosi sono indagati, insieme, nell’inchiesta di cui nessuno parla.

C’è, nel Paese chiamato Italia, un’incredibile vicenda di politica e di mafia che molti conoscono, ma di cui nessuno parla. Una storia i cui singoli elementi sono noti, ma il risultato finale è invisibile. Una vicenda inesistente. La tv non ne parla. I giornali raccontano, in breve, di tanto in tanto, qualche passaggio, ma la trama complessiva resta sconosciuta.
E allora bisogna raccontarla, questa storia. Accade in Sicilia, nei palazzi del potere, della politica, dell’imprenditoria. E ha per protagonisti il politico più amato e votato dell’isola, Totò Cuffaro da Raffadali, e l’imprenditore più ricco e influente di Sicilia, Michele Aiello da Bagheria. Comprimari, in questa storia dove un ruolo centrale è giocato da Cosa nostra, non sono picciotti, pecorari, killer, ma stimati medici, irreprensibili professionisti: borghesia mafiosa, mai come oggi visibile nella trama sociale e criminale della Sicilia.
Questa, è chiaro, è una storia siciliana. Ma pone, come vedremo, un grosso problema anche alla politica nazionale: perché Totò Cuffaro, presidente della Regione e numero uno dell’Udc nell’isola, è l’azionista di maggioranza del partito di Casini, Follini e Buttiglione, che senza i voti raccolti in Sicilia da Cuffaro non potrebbero, a Roma, stare seduti dove sono. D’altra parte, qui è in corso una competizione durissima, come vedremo, tra Udc e Forza Italia, in lotta tra loro per conquistare il centro – in tutti i sensi – della scena politica.
Ma procediamo con ordine: questa storia, come tutte le storie siciliane, è complicata, dunque per non perdersi è necessario innanzitutto conoscerne personaggi e interpreti. Cuffaro e Aiello, protagonisti assoluti, li abbiamo già introdotti sulla scena. Il primo è un medico radiologo diventato politico straripante e infine presidente della Regione, dopo aver dimostrato sul campo di essere una macchina acchiappavoti, abilissimo a costruire consenso, tanto da aver saputo creare dal nulla, appunto, l’Udc, che qui è forte come in nessun’altra parte d’Italia (ha un quarto delle tessere e otto deputati su quaranta nazionali).
Al Nord è arrivata solo la leggenda di Totò Vasa-Vasa (Bacia-Bacia), per via dell’incredibile numero di mani che riesce a stringere e di baci che riesce a regalare nei suoi viaggi in giro per la Sicilia. Meno noto è un altro dei suoi soprannomi, «cioccolatino» (così veniva chiamato in vecchie intercettazioni telefoniche). E ancor meno conosciuta è la leggendaria dote delle sue agende, in cui sono memorizzati migliaia di nomi, e la sua mostruosa capacità di conoscere persone, incontrare gente, ricordare volti e nomi: per tutti ha la parola giusta, per ciascuno il saluto personalizzato, il ricordo preciso, la promessa da mantenere. Migliaia di richieste, grandi o minute, gli arrivano, personalmente o attraverso la sua segreteria. A tutte risponde, esaudendo le preghiere e dispensando miracoli.
Puffaro il kamikaze. L’ultimo miracolo l’ha fatto al Vinitaly di Verona, poche settimane fa: ha presentato due vini, «Euno» e «Pluzia». Il primo è un nero d’Avola, il secondo un blend di grillo e chardonnay. Per la cronaca, Euno è un siciliano che nel secondo secolo avanti Cristo difese gli schiavi, per questo finì processato, ma fu infine dagli schiavi stessi proclamato re.
Il pubblico della tv lo vide per la prima volta nel 1993, durante una tesissima puntata di Samarcanda in cui Michele Santoro aveva voluto raccontare, in diretta da un teatro palermitano, le vicende di Calogero Mannino, boss democristiano accusato di essere sceso a patti con Cosa nostra. D’improvviso, irruppe sulla scena un ometto rotondo che, contro tutto e tutti, difese strillando il leader democristiano. Quell’ometto era Totò Cuffaro, allora sconosciuto collaboratore di Mannino. Dopo quell’azione kamikaze, l’ometto fu irriso e per lungo tempo chiamato Puffaro. Ma è stato sufficiente aspettare qualche anno e la ruota della storia lo ha riportato alla ribalta. E in posizione di primo piano, questa volta: era lui, ormai, il leader dell’eterna Dc targata Udc.
Sempre al governo: Totò Vasa-Vasa, diventato assessore regionale all’Agricoltura, era come la Terra nel sistema tolemaico, le maggioranze cambiavano, al centrodestra seguiva il centrosinistra e poi ancora il centrodestra, ma lui era sempre al suo posto, eterno assessore con ogni maggioranza. Fino al 2001, quando il voto popolare con un milione e mezzo di suffragi lo incorona «governatore» della Sicilia.
Cuffaro continua a controllare l’azienda di famiglia, una delle più grandi imprese siciliane di autolinee. Con ciò dà origine, in verità, a un piccolo conflitto d’interessi: con una mano elargisce, come presidente della Regione, finanziamenti pubblici ai trasportatori privati (una lobby potente che intasca denaro pubblico per 300 miliardi di lire l’anno); con l’altra incassa quei finanziamenti e li mette nella sua tasca d’imprenditore. Ma chi sta a guardare un conflitto d’interessi per qualche rete d’autobus, nell’Italia delle reti televisive?
Totò, comunque, è soprattutto medico. Questo gli è stato utilissimo anche in politica: quante persone, da medico, ha incontrato, assistito, consolato, indirizzato, aiutato... Per tutti una ricetta, un consiglio, una raccomandazione. Quanti amici si è fatto, Totò, grazie al camice bianco, quanti voti si è conquistato. Ma il settore della sanità si presta a interventi anche più remunerativi. Un vecchio amico di partito, Salvatore Lanzalaco, con lui nella segreteria politica dell’onorevole Mannino, ha raccontato che già dalla fine degli anni Ottanta il giovane Cuffaro era, per conto di Mannino, il grande manovratore dei concorsi ospedalieri, lo specialista nella distribuzione di incarichi a medici e primari e di posti di lavoro in ospedali e Asl. Era lui – sempre secondo Lanzalaco – che determinava i membri delle commissioni di concorso, riuscendo così a «sistemare» da 2.000 a 2.500 tra medici e paramedici.
Lui nega, smussa, minimizza. Ammette, è vero, di aver ricevuto almeno 200 medici, nel 2001, accorsi a farsi segnalare per un concorso con in palio sei posti di assistente medico. Ma giura di avere sempre ascoltato tutti, senza aver mai fatto niente per nessuno (e come mai allora in tanti continuavano ad andare da lui?).
Aiello ne ha fatte di strade. Ha a che fare con la sanità anche il secondo protagonista di questa storia, Michele Aiello. Re delle cliniche siciliane, scrivono i giornali, proprietario di strutture mediche d’eccellenza, nel 2000 risulta essere il maggior contribuente della Sicilia: vuol dire che, se non è effettivamente il più ricco, è almeno quello che nell’isola deve dichiarare il reddito più alto (2.899.446 euro quattro anni fa), visto che le sue entrate in gran parte provengono dai finanziamenti pubblici, della Regione, per la sanità.
Aiello ha però una lunga storia alle spalle. Ingegnere, oggi è titolare di un gran numero di società che si occupano di movimento terra, edilizia, servizi, forniture di materiali per ufficio, oltre che di sanità, oggi il suo core business. Ma ha cominciato, a metà degli anni Ottanta, costruendo strade interpoderali. In questo campo la sua Straedil srl diventa rapidamente quasi monopolistica. Dieci anni dopo si butta nel business della salute. Nel 1996 rileva la Diagnostica per immagini srl, che poi diventa la Villa Santa Teresa di Bagheria. L’espansione è rapida: dalla diagnosi clinica alla terapia, dalla degenza alla riabilitazione.
Per un giorno è socio anche di Cuffaro, o meglio di sua moglie, Giacoma Chiarelli, che aveva una quota del Laboratorio Diagnostica Ormonale. Il 29 luglio 1997, infatti, Aiello entra nella società e sottoscrive l’aumento di capitale. I vecchi soci, tra cui Giacoma Vasa-Vasa, non seguono l’esempio e se ne vanno. Il Laboratorio diventa così di Aiello.
I guai per l’impresario di strade diventato re della sanità arrivano nel 2003. Di un certo Aiello in rapporti con Cosa nostra si era già sentito parlare a metà degli anni Novanta. Su un «pizzino», un biglietto proveniente da Provenzano e caduto nelle mani degli sbirri nel 1994, era scritto: «Ditta Aiello: deve fare lavoro strada interpoderale a Bubudello. Lago di Pergusa Enna. Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio Catena Piazza Armerina». Ma è Nino Giuffré, l’ultimo dei «pentiti», a far chiudere il cerchio: l’Aiello vicino a Bernardo Provenzano, con il suo assenso costruttore di strade prima e re della sanità poi, è proprio l’ingegnere di Bagheria. Arrestato il 5 novembre 2003, con l’accusa di essere un imprenditore a disposizione di Cosa nostra.
Il tariffario segreto. Destino comune, quello di Aiello e quello di Cuffaro: sono due uomini di successo del settore sanitario. Potevano non incontrarsi? Si conoscono, si parlano, si consultano, si vedono. Ma dalla primavera 2003, quando decollano le indagini su di loro, smettono di comunicare. Evidentemente sanno dell’inchiesta. Hanno un incontro diretto, ma con accorgimenti tali che sembra uscito da un film di spie. Avviene alle 18 del 31 ottobre 2003, cinque giorni prima dell’arresto di Aiello. Niente contatti diretti tra i due. Nessuna telefonata. Intermediari per fissare l’appuntamento. Luogo scelto: una boutique di Bagheria, Bertini Uomo. Cuffaro, per non avere testimoni, addirittura semina la scorta. E infine, eccolo di fronte ad Aiello. Di che cosa parlano? L’ingegnere, dopo l’arresto, lo confessa: «Quel giorno parlammo del tariffario regionale della sanità che a me interessava per i rimborsi delle prestazioni delle mie strutture, ma discutemmo anche delle indagini in corso».
Sì, perché entrambi sanno che i carabinieri sono sulle loro tracce: hanno notizie di prima mano e una squadretta di spioni che li tiene ben informati. Cuffaro, nel suo interrogatorio del 9 febbraio 2004, non può non ammettere l’incontro, ma cerca di limitare i danni: «Non abbiamo parlato di indagini, ma solo del tariffario». Quella del tariffario della sanità è una bella grana, in Sicilia. Mettete due cordate imprenditoriali in competizione tra loro: Aiello da una parte, Guido Filosto dall’altra. Mettete, alle loro spalle, due diversi sostegni politici: l’Udc di Cuffaro dietro Aiello, Forza Italia e l’assessore Ettore Cittadini dietro Filosto. Mettete che, comunque, è la Regione che paga sempre. Otterrete uno scontro epico, in cui diventa determinante il tariffario dei rimborsi regionali: se si pagano meglio gli interventi sofisticati, incassano di più le strutture d’eccellenza di Aiello; se si privilegiano le prestazioni medie, cresce il guadagno di Filosto. In casa di Aiello è stata sequestrata una bozza del tariffario regionale, ancora segreto, con sottolineate in blu le parti più «delicate». Ma mentre lo scontro era ancora in corso, sono arrivati i carabinieri.
Ora la contesa continua sul piano politico: Forza Italia ha fatto il pieno di voti in Sicilia, ma l’Udc di Cuffaro continua a erodere consensi, e proprio nel bacino da cui attinge anche Forza Italia. La vocazione dell’Udc, in fondo, è quella di rendere inutile il partito di Berlusconi, di sostituirsi a Forza Italia, di conquistarne gli interlocutori (di ogni tipo), di riconquistare infine il ruolo che fu della Dc. Come finirà? A chi gioveranno le indagini in corso? Lo sapremo il 13 giugno.
La squadretta di spioni. Per difendersi da eventuali indagini, Aiello aveva a disposizione una squadretta di spioni che lo informavano in tempo reale sulle inchieste, sulle intercettazioni, sulle microspie. Ne facevano parte il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, l’ex carabiniere passato alla politica (nell’Udc, naturalmente) Antonio Borzacchelli. Aiello per mesi non parla mai ai telefoni della sua clinica di Bagheria (sa che sono intercettati). A chi lo chiama fa dire che non c’è. Poi, appena viene sospeso il servizio d’intercettazione, si attacca al telefono e parla, parla, parla. Che qualcosa non quadri appare chiaro anche al tenente colonnello dei carabinieri che sta conducendo le indagini, Giammarco Sottili, che poi, con vezzo classico, titolerà il suo rapporto «Timeo Danaos»: «Temo i Greci, anche quando portano doni», scriveva Virgilio. Il dono in questione era un grande cavallo di legno; e cavalli di Troia erano le talpe che scavavano tra investigatori e magistrati del palazzo di giustizia di Palermo per poi riferire ad Aiello. Avevano organizzato una rete telefonica parallela e segreta, per evitare le intercettazioni. Ma Sottili la scopre e scopre così il gioco delle talpe. Ciuro e Riolo vengono arrestati insieme ad Aiello.
Le notizie più delicate, però, arrivano al re delle cliniche da una fonte diversa, più informata: una supertalpa. Chi è? Secondo i magistrati è Totò Cuffaro in persona. È lui ad avvertire Aiello e i suoi coimputati degli snodi più delicati, dei passaggi più critici dell’indagine: «Cuffaro mi disse», «L’ho saputo da Totò», ripetono i protagonisti di questa storia. E le fonti del «governatore» non sono le talpine palermitane, ma semmai una qualche talpona romana. Finora senza volto.
Borghesia mafiosa. I guai di Cuffaro precedono quelli di Aiello. Cominciano nel 2001, quando due magistrati di Palermo determinati e intelligenti, Nino Di Matteo e Gaetano Paci, mettono sotto indagine un gruppo di professionisti palermitani. La loro attenzione è catturata dapprima da un medico quarantenne: Mimmo Miceli, ex assessore alla Sanità a Palermo, uomo di fiducia di Cuffaro, da questi posto al vertice della Multiservizi, la società che svolge le manutenzioni per il Comune di Palermo ed è uno dei serbatoi di consenso dell’Udc.
Miceli, secondo i magistrati, era in stretti rapporti con Giuseppe Guttadauro detto Peppino, ex primario dell’ospedale civico di Palermo. Oggi Guttadauro, come medico, è in pensione, ma resta in attività – sempre secondo i magistrati – come mafioso: boss di Brancaccio, già condannato in passato per la sua affiliazione a Cosa nostra, è lo sponsor di Miceli alle elezioni regionali del 2001. Miceli non riesce a essere eletto, ma diventa il braccio operativo di Guttadauro dentro l’amministrazione comunale e la politica. «Berlusconi, se vuole risolvere i suoi problemi, ci deve risolvere pure quelli nostri», dice Guttadauro, intercettato dai carabinieri.
Nel mirino di Di Matteo e Paci entra anche un mafioso di Altofonte residente a Milano e a Milano in contatto con Marcello Dell’Utri: Salvatore Aragona, anch’egli medico, grande amico di Guttadauro, già condannato a nove anni per favoreggiamento di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando contro Giovanni Falcone.
Borghesia mafiosa, gente colta, rispettati professionisti. Ben inseriti in quell’area grigia che collega Cosa nostra con la società, gli affari, la politica. Guttadauro, Aragona e Miceli vengono arrestati il 26 giugno 2003. Hanno tutti una cosa in comune: stretti rapporti con Totò Cuffaro. E Miceli, il pupillo di Guttadauro, che lo aveva sostenuto in campagna elettorale, era il tramite tra i mafiosi e Vasa-Vasa. Scatta così il primo avviso di garanzia inviato al presidente della Regione: per concorso esterno in associazione mafiosa. Totò era stato eletto «governatore» da meno di tre settimane e già andava a incontrare all’hotel Excelsior di Palermo, il 30 luglio 2001, Miceli e il cognato di Peppino Guttadauro, Vincenzo Greco, anch’egli medico, già condannato nel 1996 per avere curato il killer di padre Pino Puglisi. Peccato che le telecamere dei carabinieri abbiano ripreso tutto. Le microspie, poi, registrano Peppino che spiega alla moglie Gisella: «Ogni volta che ci andiamo ci devono mettere il tappeto, devono stare affacciati al finestrone e dire: stanno venendo. Perché quando tu fai a uno una campagna elettorale, e gliela fai per davvero, non è che poi si babbulia». Non si scherza con il boss che ti ha fatto eleggere.
Dopo aver individuato i rapporti tra Totò, Mimmo e Peppino, i magistrati si dedicano alle indagini su Aiello, sul suo collaboratore Aldo Carcione, sulle talpine e sulle talpone. Altri uomini dell’Udc finiscono sotto inchiesta: accanto a Miceli e Borzacchelli, capita al deputato nazionale Francesco Saverio Romano, uomo di collegamento tra Cuffaro e Roma; all’ex consigliere provinciale Antonino Cosimo D’Amico, candidato di Provenzano alle regionali del 2001 («I picciotti di Bagheria hanno u piaciri di portare questo signore», aveva detto Binnu a Giuffré, consegnandogli i «santini» elettorali da diffondere); a Bartolo Pellegrino, assessore di Cuffaro, che a pranzo con un boss malediva – intercettato – gli «sbirri e infami»; e a Nenè Lo Giudice, detto Mangialasagne, assessore regionale che aveva fatto la campagna elettorale con la musica del Padrino e diceva: «Io sono amico di quelli giusti, i mafiosi con le palle».
Problema udc. Ma gli occhi sono puntati su di lui, su Totò. Nessuno oggi ricorda più la vecchia inchiesta per abusivismo edilizio e abuso d’ufficio aperta dalla procura di Agrigento su Cuffaro in quanto socio della H&C and Sons, proprietaria dell’albergo di Capo Rossello a Realmonte. Poca attenzione hanno avuto anche le rivelazioni di Gioacchino Genchi, superconsulente della procura di Palermo, che nel corso di un processo ha raccontato che il funzionario regionale Natale Tubiolo, escluso dal gabinetto del presidente Cuffaro dopo che erano state scoperte le sue pendenze giudiziarie, era in contatto con molti mafiosi e, contemporaneamente, con Cuffaro. Dimostrato dai tabulati telefonici del 1992-93, che evidenziano contatti tra Tubiolo e Totò, allora deputato regionale. «Niente di scandaloso», replica Cuffaro, «Tubiolo allora era un dirigente della Dc».
Più clamore hanno fatto le indagini in corso a Palermo, in cui Cuffaro deve rispondere dei reati di concorso esterno in associazione mafiosa e rivelazione di segreto d’ufficio. A queste ora si è aggiunta l’indagine di Messina sullo smaltimento rifiuti: è accusato, anche qui, di aver divulgato notizie riservate sugli appalti. Del resto, Cuffaro è anche commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Sicilia. Da uomo trasversale qual è, Totò a Messina non si è smentito: è indagato insieme a uomini della sinistra, gli «imprenditori rossi» Gulino e il boss Ds Mirello Crisafulli.
Ma pochi hanno ritenuto scandaloso che il presidente della Regione sia indagato per mafia. Pochissimi hanno rilevato che già le ammissioni fatte («Con Aiello abbiamo parlato solo del tariffario») siano gravissime. La vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Angela Napoli di An, ha chiesto le dimissioni di Totò, ma è stata subito smentita anche dai leader del suo stesso partito.
Dell’affaire Cuffaro la politica non si cura. Non se ne cura il suo partito, solitamente così giudizioso a Roma. Non se ne curano i più alti esponenti dell’Udc, il presidente della Camera Pierferdinando Casini, il segretario Marco Follini, il ministro Rocco Buttiglione. Ormai la mafia non indigna, l’antimafia non appassiona. Un investigatore di Palermo dice, con un sorriso amaro: «La situazione è migliorata. Ieri si diceva: “La mafia non c’è”. Oggi si dice: “La mafia c’è stata”». Quanto a lui, Totò Cuffaro, dopo avere a suo tempo difeso dalle «mascariate» il suo amico e maestro Calogero Mannino, ora difende se stesso. Anche candidandosi alle elezioni europee: un seggio a Strasburgo vuol dire immunità.

Ha collaborato Alessio Gervasi

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categoria:censura
lunedì, 28 novembre 2005
COMUNICATO STAMPA

ANTITRUST: PRIMA MULTA PER PUBBLICITA’ INGANNEVOLE  NEL SETTORE DELLA TELEFONIA MOBILE, A WIND SANZIONE DI 14.500 EURO

Per il comparto già dieci le condanne nel 2005 

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella sua riunione del 16 novembre 2005, ha condannato Wind con una sanzione da 14.500 euro per un messaggio, diffuso nel maggio 2005 tramite volantini, che pubblicizzava la particolare convenienza economica dell’offerta tariffaria “Tuttoincluso”.
In realtà le condizioni effettivamente applicate erano diverse da quelle prospettate nel messaggio in relazione all’importo del costo mensile forfetario,  ai minuti di conversazione gratuiti concessi per le chiamate verso i telefoni cellulari, e al fatto che le condizioni non sarebbero più state applicate a partire da una certa data, senza che questo limite fosse indicato sul volantino.
La sanzione comminata a Wind rappresenta la prima applicazione nel settore della telefonia mobile dei poteri sanzionatori della legge Giulietti, confluita nel Codice al Consumo.
Dall’inizio del 2005 ad oggi l’Autorità ha esaminato 15 casi di pubblicità ‘dubbia’ nel comparto, chiudendo 10 casi con una condanna di ingannevolezza e 2 con condanne per pubblicità comparativa illecita. L’Autorità, a partire dal 1996, ha complessivamente ritenuto ingannevoli 68 messaggi nel settore della telefonia mobile. E a fronte di un lieve calo del totale delle denunce di pubblicità ingannevole – passate dalle 982 del 1997 alle 861 del 2004 – le denunce nel solo settore della telefonia mobile sono passate nel medesimo periodo da 24 a 56, e nei soli primi otto mesi del 2005 sono state 49. Si tratta dunque di un comparto nel quale si avverte l'esigenza di una maggiore correttezza da parte degli operatori pubblicitari nella comunicazione e promozione delle proprie attività perché caratterizzato da massicce e aggressive campagne pubblicitarie, lanciate spesso in concomitanza con i periodi festivi.
Per questo, anche in vista delle festività natalizie, sulla base dei casi esaminati nel 2005, si segnalano quattro punti ‘a rischio’ nella pubblicità per le tariffe dei cellulari, ai quali i consumatori dovranno prestare attenzione.

GRATIS? MEGLIO INDAGARE
Se nell’offerta della tariffa pubblicizzata appare il termine ‘gratis’ meglio approfondire. Spesso nei messaggi il termine gratis prevede il rimborso del traffico telefonico (già effettuato) attraverso un bonus. Per l’Autorità è improprio l’utilizzo indistinto dei termini gratis o rimborso perché questi non possono essere considerati equivalenti. Il termine gratis, infatti, comporta che non ci sia alcun corrispettivo a fronte della prestazione.

OCCHIO ALLA ‘COPERTURA’
Bisogna controllare sempre la corrispondenza tra le caratteristiche del servizio offerto  e/o le condizioni di fruizione del servizio stesso e il messaggio pubblicizzato. Ad esempio, in un caso relativo alla trasmissione dati con tecnologia UMTS, è emerso che le velocità massime di trasmissione erano raggiungili solo in via teorica in quanto al momento di diffusione del messaggio la copertura territoriale non era ancora stata completata.

ATTENTI AI COSTI
Occorre valutare con attenzione tutti i costi compresi nelle tariffe pubblicizzate. In alcuni casi esaminati dall’Autorità emergeva, ad esempio, una incompletezza del messaggio che impediva al consumatore di comprendere bene le caratteristiche dell’offerta e i relativi limiti, soprattutto con riferimento alla presenza di un costo rilevante per lo scatto alla risposta. C’è poi un filone che ruota sulla commercializzazione di telefonini di ultima generazione a prezzi molto convenienti: una volta acquistato il telefonino il consumatore è però soggetto a contratti di medio-lungo periodo che lo vincolano a sostenere una spesa mensile minima obbligatoria.

MINI-TARIFFE MA A TERMINE
Può capitare che le tariffe pubblicizzate appaiano molto convenienti ma siano in realtà ‘a tempo’, senza che la durata del piano tariffario venga specificata nella promozione, oppure siano accompagnate da un costo fisso di attivazione non facilmente identificabile. Nel fare le comparazioni tra le diverse offerte occorre quindi verificare quanto durerà la tariffa ‘scontata’ e quanto incide l’attivazione.

Roma, 26 novembre 2005

 
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categoria:telefonia
venerdì, 25 novembre 2005



Ricevo e pubblico (volentieri) questa mail:


domani sabato 26 e' la Giornata della Colletta Alimentare: come sempre i solerti telegiornali vi inviteranno a pensare ai poveri e a donare cibo all'uscita dei supermercati.
Quello che NON vi dicono e' che in italia il banco alimentare e' una emanazione clericale di Comunione e Liberazione, orrido movimento con cui le persone per bene non vogliono aver nulla a che fare.
Date i vostri soldi piuttosto a ONG serie e laiche, che non impongono il crocifisso nei refettori in cui danno cibo (sempre che non se lo pappino tra loro: dubbio legittimo vista la qualita' morale dell'organizzazione).
Questo e' un invito al boicottaggio. Passate la voce.
postato da: Masso57 alle ore 22:16 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 25 novembre 2005
Storace: "La Nestlè ha chiesto scusa"
Sequestrato in tutta Italia il latte Milupa


...mmhhh....mi sa che tra qualche mese l'Italia invierà 30 milioni di litri di latte ai bambini di Etiopia, Somalia....
postato da: Masso57 alle ore 11:43 | Permalink | commenti (4)
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sabato, 19 novembre 2005


 REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA
PRIMA SEZIONE CIVILE
in composizione monocratica ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nella causa civile di primo grado recante il numero di ruolo 28984 dell'anno 2001, poste in decisione nella camera di consiglio del 14.1.2005 e vertente

tra

Berlusconi Silvio
elett.te dom.to in Roma, in via Muzio Clementi 48, presso lo studio dell'avv. Fabio Lepri che lo rappresenta e difende in forza di procura alle liti in calce alla comparsa di costituzione quale nuovo difensore

attore

e

Travaglio Marco
elett.te dom.to in Roma, in Piazza Dei Caprettari 70, presso lo studio degli avvocati Virginia Ripa di Meana, Domenico Luca Scordino e Valeria Vacchini che lo rappresentano e difendono in forza di procura alle liti a margine della comparsa di risposta

convenuto

e

Fabbri Daniele, in arte Daniele Luttazzi
elett.te dom.to in Roma, in Viale Mazzini 13, presso lo studio dell'avv. Andrea Parlatore che lo rappresenta e difende in forza di procure alle liti in calce alle copie notificate dell'atto di citazione del Berlusconi e della comparsa di chiamata in causa della Ballandi Entertainment Spa.,

convenuto e chiamato in causa

e

Freccero Carlo

convenuto contumace

e

Rai RadioTelevisione Italiana Spa.
elett.te dom.ta in Roma, in via Parma 22, presso lo studio dell'avv. Andrea Di Porto che la rappresenta e difende, unitamente all'avv. Stefano D'Ercole, in forza di procure alle liti in calce alla copia notificata dell'atto di citazione avversario,

convenuta

e

Ballandi Entertainmnent Spa
elett.te dom.ta in Roma, in Vicolo Orbitelli 31, presso lo studio dell'avv. Vincenzo Zeno-Zencovich che la rappresenta e difende, unitamente all'avv. Eugenio D'Andrea, in forza di procure alle liti a margine della comparsa di costituzione,

chiamata e chiamante in causa

avente ad oggetto: domanda di risarcimento danni.

Svoglimento del processo e conclusione delle parti

con atto di citazione notificato il 26.4.2001 l'on. SIlvio Berlusconi ha convneuto davanti a questo Tribunale Marco Travaglio, Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi), Carlo Freccero e la rai Radiotelevisione Italiana s.p.a. esponendo che nel corso del programma televisivo "Satyricon", trasmesso il 14.3.2001 dalla società convenuta sul canale Rai-2, il giornalista Travaglio e il conduttore Fabbri, in accordo con il direttore della rete Freccero, avevano gravemente leso il suo onore, la sua reputazione, la sua immagine di uomo politico e la sua stessa identità personale, avendolo presentato ai telespettatori come persona impegnatasi in politica per curare i propri interessi personali, e per salvaguardare le proprie fortune, accumulate con metodi non trasparenti e verosimilmente delittuosi, nonché come politico colluso con ambienti mafiosi, implicato in operazioni di riciclaggi oe per averlo additato come mancante a volto coperto di attentati contro magistrati e perfino contro propri collaboratori e amici. Sulla base di tali premesse la difesa dell'on. Berlusconi ha formulato le seguenti domande:
  • condannarsi i convenuti in solido ovvero disgiuntamente al risarcimento dei danni morali e non patrimoniali subiti dall'attore da determinarsi in via equitativa in almeno lire 20.000.000.000;
  • condannarsi i convenuti in solido ovvero disgiuntamente al versamento della sanzione prevista dall'art. 12 della legge numero 47/1948 da determinarsi in via equitativa in almeno lire 1.000.000.000;
  • ordinarsi la divulgazione per estratto dell'emananda sentenza in aperture dei telegiornali della sera delle tre reti della Rai e la pubblicazione a caratteri doppi sui quotidiani La Repubblica, Corriere della Sera, Il GIornale, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero, il Secolo XIX, Il Resto del Carlino, La Stampa, La Nazione, Il Mattino e Il Giorno, a cura dell'attore e a spese delle parti convenute;
  • condannarsi i convenuti alla rifusione delle spese processuali

Marco Travaglio, Daniele Fabbri e la Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a. si sono costituiti in giudizio con distinte comparse di risposta chiedendo il rigetto delle domande attoree ricorrendo le esimenti dell'esercizio dei diritti di critica politica e di satira nonché, secondo la difesa del Fabbri, del diritto di cronaca, Daniele Fabbri ha altresì chiesto la condanna dell'attore a risarcimento dei danni per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., la cancellazione di alcune espressioni dell'atto di citazione avversario ritenute offensive, e, in via subordinata, la condanna della Rai Radiotelevisione Italiana e del direttore della Rete-2 Carlo Freccero a manlevarlo da ogni pretesa risarcitoria avversaria; la Rai Radiotelevisione Italiana ha quindi chiamato in causa la Ballandi Entertainment spa, quale società che aveva prodotto il programma "Satyricon" in forza di contratto di appalto, chiedendo di essere manlevata da ogni pretesa risarcitoria formulata dall'on. Berlusconi; la Ballandi Entertainment spa si è costituita in giudizio assumendo in via principale sia l'infondatezza delle domande dell'attore sia l'infondatezza della domanda di manleva formulata dalla Rai Radiotelevisione Italiana e chiedendo, in via subordinata, di essere a sua volta manlevata dal Fabbri; a fronte di tale ultima domanda della Ballandi Entertainment il fabbri ha eccepito la carenza di giurisdizione del Tribunale adito, assumendo che il contratto stipulato con detta società prevedeva all'art. 11 una clausola di arbitrato; Carlo Freccero è rimasto contumace.
La causa è stata istruita con l'interrogatorio libero del Fabbri e con la produzione di varia documentazione e della videocassetta contenente la registrazione della trasmissione; i mezzi di prova orale prospettati dalle parti sono stati ritenuti irrilevanti ai fini della decisione. Le conclusioni sono state precisate dall'udienza del 30.9.2004; tutte le parti hanno ribadito quanto chiesto nei rispettivi atti di costituzione e ai sensi dell'art. 190 c.p.c. sono stati concessi i termini di giorni 60 e 20.

Motivi della decisione

L'oggetto del giudizio è rappresentato da un'intervista di Daniele Fabbri al giornalista Marco Travaglio trasmessa il 14.3.2001 dalla rai Radiotelevisione Italiana, sul canale Rai-2, diretto da Carlo Freccero, nel corso del programma "Satyricon", realizzato dalla Ballandi Entertainment spa, che l'on. Silvio Berlusconi ha ritenuto gravemente lesiva del suo onore, della sua reputazione, della sua immagine di uomo politico, e della sua stessa identità personale, e che, al contrario, i convenuti costituitisi in giudizio hanno ritenuto legittimo esercizio dei diritti di cronaca, di critica politica e di satira garantiti dall'art. 21 della Costituzione.
Il testo della suddetta intervista, non oggetto di contestazioni, è risultato essere il seguente:

D> Buonasera Marco e benvenuto.
M> Buonasera

D> Ho letto questo libro d'un fiato, è veramente molto interessante, l'hai scritto con Elio Veltri, che è membro della commissione antimafia e giustizia, Origine e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi. Questa in effetti è una cosa che, non so gli altri italiani, non so i giornalisti italiani che non ne parlano mai evidentemente, ma io mi sono sempre interrogato su questo mistero. Innanzitutto vorrei fare una premessa, perché in genere poi mi accusano sempre di essere fazioso o cose di questo genere: tu scrivi per Repubblica, per l'Espresso, per MicroMega eccetera, sei di sinistra?
M> No.

D> Non sei di sinistra, oh, meno male, meno male, quindi possiamo parlare tranquillamente.
M> Diciamo che ho trovato asilo in questo gruppo, ma io ho lavorato con Montanelli finché Montanelli ha potuto lavorare in giornali liberi, quando glieli hanno chiusi o lo hanno messo in condizione di andarsene non ha potuto più dirigerli e quindi sono felice di aver trovato asilo in un giornale altrettanto libero.

D> Quindi il tuo maestro è Montanelli.
M> Sì.

D> Montanelli il quale ha dichiarato recentemente "Berlusconi è il macigno che paralizza la vita ploitica italiana"
M> Lo chiama "il piazzista di Arcore" quando è in pubblico, in privato...

D> Peggio? Ah, okay, va be', non vogliamo saperlo perché poi non vogliamo finire in tribunale. Ehm, tu hai anche uno stipendio pignorato, mi sembra di ricordare.
M> Si, dall'onorevole Previti.

D> Per quale motivo?
M> Ogni mese mi leva un quinto del mio stipendio. Ora, essere pignorati è già abbastanza seccante ma devo dire che essere pignorati da Previti è proprio il massimo della vita.

D> Tu lavori per Previti?
M> Anche.

D> (risata)
M> Per aver scritto una cosa vera e purtroppo non sono riuscito a convivcere il tribunale di Roma, e quindi spero nell`appello, spero di vincere in appello.

D> In bocca al lupo.
M> Così dovrà restituirmeli con gli interessi, sarà divertentissimo.

D> Sarà divertentissimo. Be', facci sapere. Io ho letto questo libro. Alle prime due pagine ho detto: ok, qui saltiamo per aria tutti quanti, perché ci sono delle cose veramente sconvolgenti. Io mi rifarei proprio dall'inizio: "Cavaliere da dove ha preso i soldi", no? Inanzitutto, in questo libro si parla di teoremi? Cioè, sono teoremi delle toghe rosse o sono fatti?
M> In questo libro si parla di documenti: ci sono dei documenti che andrebbero spiegati, se in Italia le interviste contemplassero delle domande: il problema è che in Italia abbiamo inventato questo genere letterario dell'intervista senza domanda, almeno quando il politico è l'ospite. E quindi nessuno lo chiede ma è una domanda legittima. Qui c'è un dirigente della Banca d'Italia che viene incaricato dalla Procura di Palermo di fare un perizia...

D> Giuffrida?
M> ... esatto, il dottor Giuffrida, tuttora al suo posto nonostante abbia subito alcune minacce pubbliche, il quale ha studiato i finanziamenti che negli anni 70 e 80 arrivavano alle 22 anzi 34 holding che compongono la Fininvest...

D> Erano 22 e ora sono 34, ho appreso da questo libro.
M> Ma perché inizialmente si pensava a 22, poi andando a cercare se ne sono scoperte anche 34 ...

D> Cosa sono queste "holding"
M> Be', diciamo, sono de contenitori di denaro, denaro che passa tra l'una e l'altra in un complicatissimo sistema di scatole cinesi e molto spesso non si capisce poi alla fine da dove è partito. Infatti, questo tecnico di Banca d'Italia che, diciamo, non è uno stalinista, è un'espressione del capitalismo, ha cercato di capire da dove arrivassero questi soldi, perché ci sono 115 miliardi in 7 anni che arrivano in contanti.

D> 115 miliardi dell'epoca, che sarebbero?
M> Sarebbero sui 500 di oggi. Arrivano in contanti: immagino in dei valigioni, in tir, non so come li si trasporti.

D> Da dove provenivano questi soldi?
M> Ehm, alla fine il dottor Giuffrida si arrende, alza le mani e dice "provenienza sconosciuta"; e quindi bisogna conoscerla, io credo che un uomo pubblico dovrebbe spiegarci che ci fossero dei benefattori che continuavano a donare questi soldi in contanti, ma bisognerebbe saperlo chi sono.

D> Ma i soldi che passano da una holding all'altra e eccetera non lasciano delle tracce, non è possibile risalire all'indietro come Pollcicno e arrivare fino all'origine?
M> No, il sistema francovaluta, si chiama così non sto a spiegarlo perché è complicatissimo, faceva in modo che il punto di partenza fosse inidentificabile. Tutto ciò poi era ancora complicato da alcune amenità: il dottor Giuffrida, assieme agli uomini della DIA, quando è andato a ritroso alla ricerca di questi finanziamenti, è andato a cercare la documentazione presso banche, e presso queste banche alcune società non risultavano nemmeno essere mai esistite, poi si è scoperto perché: erano state per errore classificate come negozi di parrucchiera e estetista. Ora, l'idea che Berlusconi tra tutto quello che ha abbia anche delle società di parrucchiere e estetista era veramente troppo, infatti lì è stato detto "oops, ci siamo sbagliati", non erano parrucchieri ed estetisti, erano società finanziarie.

D> Che banche erano queste banche?
M> Mah, una, la più famosa, è la Banca Rasini, quella dove lavorava il padre del Cavalier Silvio Berlusconi: credo che cominciò da impiegato e poi diventò, se non ricordo male, direttore generale. Ed era una delle banche che è indicata dai giudici di Palermo come quelle utilizzate per il riciclaggio del denaro della mafia.

D> Noi siamo morti in questo momento, vuoi dirmi?
M> Quante querele vuoi prenderti? Sennò smettiamo.

D> Mah, il libro è interessantissimo, è meraviglioso: tu hai avuto minacce dalla pubblicazione di questo libro?
M> Non ancora.

D> Ok, perfetto, poi fammi sapere.
M> Ho saputo alla libreria di Fiumicino, che un omino di bassa statura...

D> ... solerte ...
M> ... era passato a comprare tutte le copie che c'erano.

D> Stampatene di più, no? Così loro le prendono e voi guadagnate.
M> Infatti, noi ristampiamo, loro ricomprano e vediamo chi si stanca per primo.

D> E' stupendo. Una cosa su cui mi sono sempre interrogato è questa: c'erano alcune società che voi chiamate nel vostro libro "siringhe monouso", tipo la Palina eccetera, fanno una sola operazione. perché? Cioè, partono dei soldi dalla Palina, holding uno, due, tre, ta-ta-ta-ta e poi ritornano alla Palina: perché?
M> E poi ritornano all'origine: questa è una delle cose più incomprensibili che si sia trovato ad affromntare questo povero tecnico.

D> Erano dei giroconti fittizi?
M> Sono delle cose che nemmeno un tecnico di alto livello come questo riesce a spiegare, per cui alla fine si arrende: la procura di Palermo convocherà, anzi, credo che abbia già convocato ma la cosa slitterà a dopo le elezioni, il Cavalier Berlusconi perché può darsi che tutto ciò sia assolutamente lecito, l'importante è spiegarlo. Bisognerà spiegarlo...


D> Facciamo un appello, no? Bisognerà spiegarlo. Voi parlate di due fasi dell'impero Fininvest: una prima fase dagli anni 70 fino all'83, è la fase che abbiamo appena descritto, mi pare di capire, dove piovono miliardi non si sa da dove, e una seconda parte, invece, diciamo il CAF, tangentopoli, fino alla legge Mammì...
M> è la fase Craxi, quando Craxi era presidente del Consiglio.

D> Esatto. Qui però dite una cosa interessante e che io non sapevo, e cioè che Craxi ha partecipato alla fondazione di Forza Italia.
M> Ah, quello è un altro documento straordinario, secondo me: c'e un piccolo democristiano milanese che si chiama Ezio Cartotto, che viene ingaggiato da Marcello Dell'Utri...

D> Chi è Marcello Dell'Utri?
M> Marcello Dell'Utri è il braccio destro di Silvio Berlusconi, palermitano, l'uomo che nel 1974 quando Berlusconi ha bisogno di uno stalliere va a Palermo, prende un boss mafioso glielo porta a Milano e glielo mette in Villa per un anno e mezzo: si chiamava Mangano questo boss, è stato poi processato al maxiprocesso di Falcone e Borsellino e poi è stato condannato all'ergastolo per traffico di droga, mafia e omicidio, ed era in rapporto con Dell'Utri fino almeno al '93-'94. Chiusa la parentesi. Stavamo dicendo?

D> Hai fatto una parentesi da niente...ci bevo un attimo su? Non so voi ma io sto abbastanza tremando, ma ok. (si sente un tonfo da ditro le quinte) Un attentato, sventato per fortuna: state fermi e non saltate sulle sedie, nessuno si muova. (applauso)
M> Allora: Dell'Utri ingaggia questo democristiano lombardo perché dice" qui bisogna fare un partito, il Cavaliere dice che i nostri referenti politici stanno malmessi con Mani Pulite e quindi"...

D> Siamo nel 91-92?
M> Siamo nel '92, subito dopo l'arresto di Mario Chiesa e i primi indagati, i primissimi piccoli indagati milanesi, nemmeno Craxi: Craxi poi sarà a dicembre. Lo chiude in un ufficio di Publitalia, gli dice di non dire niente perché della cosa sa soltanto lui e il Cavaliere, nemmeno Confalonieri perché era contrario a questo progetto di entrare in politica.

D> Fedele è simpatico, eh?
M> Bè, si, diceva delle cose che dette oggi sembra Stalin, invece era Confalonieri: diceva "è impensabile che noi senza vendere le televisioni andiamo in politica"; cercava di convincere Berlusconi: infatti all'inizio lo tennero all'oscuro, così racconta Cartotto. Allora, questo ufficio di Publitalia comincia a lavorare alla fondazione del partito, che poi verrà reso noto agli Italiani un anno e mezzo dopo: nessuno lo sa. E questo Cartotto racconta delle cose secondo me strepitose: voglio citare perché qui bisogna essere esattissimi, le querele volano come... e noi non le vogliamo prendere le querele...

D> Non so tu, io no di certo. Credo che sia il male minore la querela a questo punto.
M> Allora, Cartotto racconta il movente della nascita di Forza Italia: "Berlusconi, in una convention di quadri della Fininvest tenuta a Montecarlo, tenne un discorso che posso definire di attacco, dicendo specificamente: i nostri amici che ci aiutavano, Craxi & c., contano sempre di meno, i nostri nemici contano sempre di più, dobbiamo prepararci aqualsiasi evenienza per combatterli" . Ma racconta un'altra cosa secondo me strepitosa, e cioè che nel 1992-93, quando Caselli non era nemmeno procuratore di Palermo, quando nessuno si sognava di ipotizzre alcunchè di rapporti tra mafia e Fininvest, Berlusconi, secondo Cartotto, si aggirava per le sue aziende dicendo "se non andiamo in politica ci accuseranno di essere mafiosi". Ora, a me francamente non è mai capitatodi temere di essere accusato di essere mafioso. A te non credo.

D> Non credo, no.
M> "Berlusconi, racconta Cartotto, temeva che entrando in politica potessero essergli rivolte accuse di contiguità con la associazione mafiosa. Per la verità Cartotto ad un'intervista al Corriere dirà poi che Berlusconi diceva queste testuali parole: mi faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte, diranno che sono un mafioso.

D> Ma perché? Strano, no?
M> Poi aggiunge Cartotto che nel 1994,quando vennero fuori le prime voci su queste liesons dangereuses, per usare un termine raffinato, dice: "ricordo che Berlusconi mise sotto accusa Dell'Utri specificando che nei sondaggi Forza Italia stava scendendo proprio per questo problema dei suoi rapporti con la mafia; ricordo che la reazione di Dell'Utri mi sorprese alquanto, quando mi disse testualmente: Silvio non capisce che dovrebbe ringraziarmi perché se dovessi aprire bocca io, puntini puntini.

D> Queste sono dichiarazioni di Cartotto. Rese dove?
M> Queste sono dichiarazioni di Cartotto alle procure di Caltanissetta e Palermo che indagano sui mandanti a volto coperto delle stragi del 1992 e 93.

D> Cosa c'entrano?
M> Eh, cosa c'entrano. Quante querele vuoi beccarti? Allora...

D> No, stiamo cercando di capire, stai tirando fuori delle cose che non stanno nè in cielo nè in terra, non è una logica normale, credo, no? Non essere così soddisfatto, è una cosa tremenda, oh, mamma mia.
M> No, sarà che le conosco e quindi do un po' meno peso. C'è un atto assolutamente pubblico, la requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo di appello per la strage di Capaci dove sono stati condannati tutti i boss di Cosa Nostra, da Riina in giù, per avere ordinato e realizzato la strage che ha visto la moste di Falcone, della moglie, degli uomini della scorta; in questo processo di appello Tescaroli fa un accenno ad un'altra indagine che è in corso alla procura di Caltanissetta, e che riguarda i mandanti avolto coperto, cioè coloro che avrebbero diciamo suggerito se non altro la tempistica per quelle due stagi in sequenza che erano Capaci e poi via D'Amelio: voi ricorderete che in quei 50 giorni saltarono in aria i due giudici più famosi d'Italia, a Palermo, cioè Falcone e Borsellino: intere autostrade sventrate, cioè una cosa mai vista; forse in Colombia. E questo pubblico ministero nella requisitoria ha sostenuto, ha ricordato, le parole di alcuni collaboratori di giustizia i quali sostengono che Totò Riina, prima di mettere a punto queste stragi, aveva incontrato alcune persone importanti, come le chiamava lui, e questi pentiti riferiscono che erano Berlusconi e dell'Utri. Naturalmente tutto ciò è una requisitoria, èun documento pubblico, è una cosa che è stata letta in udienza e noi l'abbiamo pubblicata, non è una sentenza, ci mancherebbe altro, è semplicemente uno spunto di indagine, indagine che mentre Tescaroli parlava era in corso: e altre indagini ci sono sulle stragi del 3, perché voi ricorderete che nel 93 ci fu quella replica, quando la mafia stranamente cominciò ad occuparsi del patrimonio artistico: cioè, la mafia uscì dal territorio siciliano e cominciò a mettre bombe agli Uffizi, a via Palestro a Milano e qui a Roma, a San giovanni in Laterano, per non parlare dell'attentato a Maurizio Costanzo, che è un altro caso clamoroso: è molto interessante, soltanto a livello cronologico, leggere quello che racconta Cartotto, e cioè che Maurizio Costanzo era uno, all'interno della Fininvest, ferocemente contrario alla nascita del partito della Finivest, cioè alla scesa in campo della Fininvest in politica. Insomma, è un bel quadretto.

D> Bè, direi, rivelazioni esplosive.
M> Sai qual è il brutto, o il bello? Che non sono rivelazioni, cioè non sono cose che io sono andato atrovare e che nessuno poteva trovare. Sono cose che sono state dette in un'aula di tribunale.

D> Be', nessuno le riferisce perché ancora devono essere dimostrate.
M> Si, ma quando un pubblico ministero dice una cosa se ne dovrebbe parlare.

D> Non se ne parla?
M> Non se ne parla molto.

D> C'è una specie di consegna del silenzio?
M> Un pochino, forse.

D> Forse stanno aspettando.
M> Forse stanno aspettando.

D> E Craxi cosa c'entra? perché tutto è partito da Craxi.
M> Si: Cartotto racconta che in queste riunioni ad Arcore nelle quali si decideva la nascita di Forza Italia, a un paio di queste riunioni partecipò Bettino Craxi, poco prima di volare ad Hamamet, cioè prima di perdere l'immunità parlamentare e di volare, un giorno prima, ad Hamamet per sottrarsi all'arresto.

D> Quindi quello che sostenete voi in questo libro è che, da certi riscontri, deposizioni, ecc. ecc., la nascita del partito è dovuta al fatto che mancavano i referenti politici ad un certo punto quindi han detto: ok, dobbiamo farci le cose da soli. Giusto?
M> Questo racconta l'unico testimone che ha parlato di quel periodo, cioè questo Cartotto, che non è un pentito di mafia, non è un delinquente...

D> E dove si trova adesso questo Cartotto?
M> Credo che stia appena fuori Milano. Viene chiamato spesso a testimoniare in vari processi, quelli di Dell'Utri, quelli di Berlusconi...

D> C'è un altro capitolo che secondo me è molto interessante, ed è quello sulla legge Tremonti: Tremonti è nella cronaca di questa settimana perché ha dato del gangster al ministro Visco ecc. ecc.: ho letto però una cosa interessantissima su questa legge Tremonti in realtà.
M> La legge Tremonti è una legge che, detta in soldoni, rilascia delle agevolazioni fiscali alle imprese che reinvestono gli utili. E quindi è una legge neutra. Senonchè un giorno una certa azienda, che si chiama Mediaset, compra dei film, e comprati quei film chiede al governo se può beneficiare dei vantaggi della legge Tremonti. Il governo le risponde si, puoi beneficiare di questi vantaggi. E questi vantaggi, quantificati, sono 243 mliardi. Il problema qual è: io non so se la Mediaset avesse o non avesse il diritto ad accedere a questi vantaggi: c'è chi sostiene di no perche i film acquistati non sono beni materiali e la legge Tremonti si occupava soltanto di beni materiali; ma diciamo che fosse tutto di loro diritto: il problema è che a beneficiare di questa legge è colui che l'ha fatta, e cioè il Cavalier Silvio Berlusconi con una mano è presidente del Consiglio e con l'altra è padrone della Mediaset e si interpella da solo chiedendo: "scusa, puoi tu usufruire di questa legge? Si che puoi." . E alla fine ci guadagna 250 miliardi.

D> Ma come. Ogni volta che gli rinfacciano il conflitto di interessi lui dice sempre: "No no no, perché poi io lo risolverò molto tranquillamente: quando parleremo di cose che mi riguardano io mi alzo e me ne esco". No?
M> Si, bè, non dovrebbe mai mettere piede, avremmo un governo vacante, in esilio.

D> Si, perché io ho elencato le cose di cui si occupa: editoria, telecomunicazioni, telefoni cellulari, assicurazioni, grandi distribuzioni, cinema, audiovisivi, affari immobiliari, sport. Tutto.
M> E negozi di parrucchieri ed estetisti.

D> I negozi di parrucchieri, hai ragione. Dunque: riassumiamo un pochettino il percorso di questo libro: c'è dentro un'intervista anche a Borsellino che è incredibile.
M> C'è un'intervista agghiacciante a Paolo Borsellino: è una rarità questa intervista, perché la Rai l'ha potuta trasmettere soltanto nottetempo...

D> Perché l'ha potuta trasmettere? In che senso?
M> La Rai ce l'aveva, ma Roberto Morione, direttore di Rai News 24, ha fatto il giro delle sette chiese per offrirla a tutti quelli che hanno i programmi in prima serata, ai telegiornali, e tutti gli hanno detto che non gli interessava perché era roba vecchia: in realtà questo è l'ultimo documento filmato di Paolo Borsellino prima che salti in aria. è stata fatta il 21 maggio del 92, due giorni dopo salta in aria Falcone, 50 giorni dopo salta in aria Borsellino.

D> Cosa c'era di così drammatico in questa intervista?
M> Bè, è un'intervista abbastanza agghiacciante, per chi la vede soprattutto col senno di poi, cioè la vede come il testamento spirituale. Borsellino dice alcune cose: a) che la procura di Palermo in quel momento sta indagando sui rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e Mangano; e poi dice un'altra cosa: dice che in una intercettazione del 1981 tra Mangano e Dell'Utri, Mangano sta contrattando con Dell'Utri a proposito di un cavallo. E Borsellino dice che "nel maxiprocesso noi abbiamo appurato che Mangano quando parla di cavalli intende partite di droga". Quando poi il giornalista, che è un francese, quindi fa domande, gli dice " se ricordo bene nell'inchiesta c'è un'intercettazone fra Mangano e Dell'Utri in cui si parla di cavalli". Borsellino, che evidentemente è un fine umorista, risponde "bè, nella conversazione nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo.Quindi non credo che potesse trattarsi effettivanente di cavalli: se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all'ippodromo oppure al maneggio, non certamente dentro a un albergo". Allora, voi immaginate un'intervista di questo genere rilasciata oggi da Borsellino vivo, che cosa si direbbe di Borsellino, che è una toga rossa, che è arrivata la cavalleria comunista, che non a caso è un complotto politico, la giustizia a orologeria. Il problema è che pare che Paolo Borsellino votasse Movimento Sociale; cioè appartenevaa quella tradizione della destra, la nobile tradizione della destra legalitaria, che in Sicilia faceva fronte contro la mafia. Per cui, andava perfettamente daccordo con suoi colleghi che erano di sinistra. Immaginatevi se un uomo come Borsellino fosse sopravvissuto e avesse rilasciato oggi questa intervista dove sarebbe già finito, come minimo davanti al CSM, come minimo. Il fatto che in questo paese un'intervista del genere non trovi un programma che la trasmetta in prima serata ma debba andare di notte è abbastanza significativo.

D> E che fine ha fatto questa bobina poi?
M> La bobina c'è, è stata acquisita agli atti della procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi , perché è molto interessante sapere di che cosa si stava occupando la magistratura palermitana nel momento in cui saltavano in aria i suoi due maggiori esponenti. O no? E quindi èstata acquisita. è molto istruttiva, secondo me, andrebbe discussa, ci vorrebbero delle risposte.

D> Io ho invitato il Cavalier Berlusconi qua ma non viene. Più di così non so cosa posso fare.
M> Strano.

D> In realtà in un qualunque altro paese europeo o del mondo anche un ventesimo di queste piccole rivelazioni scatenerebbero il terremoto politico. Qua invece non capita nulla.
M> Oggi è venuto ad interessarsi di questo libro e a farmi una piccola intervista un giornalista del Financial Times, il quale mi raccontava dell'avventura di un dirigente molto promettente del partito conservatore britannico, mi ha lasciato anche un appunto con il nome e quindi voglio essere preciso: si chiama Jonathan Atkin, il quale un giorno, convocato ad un processo che riguardava chi avesse pagato il conto di albergo da 3 milioni di lire a sua figlia ha mentito, cioè ha detto una cosa invece di un'altra, ed è stato immediatamente impacchettato e portato in carcere, un ex ministro nonchè parlamentare conservatore, è rimasto in carcere 6 mesi ed è uscito l'altro giorno. Ha ovviamente la carriera politica finita, ma aveva mentito su un conto di 3 milioni della figlia. Io non oso immaginare quanta gente ci sarebbe nel Parlamento Italiano se vigessero le stesse leggi, probabilmente sarebbe semideserto.

D> Io mi chiedo, caro Marco, in che paese viviamo. Comunque volevo ringraziarti perché tu, facendo questo libro, dimostri di essere un uomo libero, e non è facile trovare uomini liberi in quest'Italia di merda.
M> Ti ringrazio molto. Mi veniva in mente una cosa: quel governatore della Pensylvania che un giorno si presentò in televisione e si infilò la canna di una pistola in bocca e si sparò: credo che tu stasera, più o meno...

D> No, no, non lo farei mai.
M> Avresti fatto molto prima.

Tanto premesso, occorrerà ulteriormente precisare che la difesa dell'on. Berlusconi, a fondamento delle proprie domande, nel proprio atto di citazione, e nelle memorie depositate ex art. 170 c.p.c., dopo aver integralmente riportato i dialoghi intercorsi tra il Fabbri e il travaglio, ha esposto:
  • che risultava diffamatoria l'intera impostazione della trasmissione;
  • che detta intervista, sebbene inserita in un programma umoristico e nonostante alcuni interventi grotteschi dell'intervistatore Fabbri, non poteva essere considerata in alcun modo uno spettacolo di satira, posto che il Travaglio, con il pretesto di presentare un suo libro, per altro anch'esso gravemente diffamatorio, con toni assolutamente seri, aveva attuato, in concorso con il Fabbri e con il direttore della rete Freccero, un vero e proprio linciaggio morale ai danni dell'on. Berlusconi, nell'imminenza delle elezioni politiche dell'anno 2001, avendolo presentato ai telespettatori come persona impegnatasi in politica per curare i propri interessi personali e per salvaguardare le proprie fortune, accumulate con metodi non trasparenti e verosimilmente delittuosi, nonché come politico colluso con ambienti mafiosi, implicato in operazioni di riciclaggio, e per averlo additato come mandante a volto coperto di attentati contro magistrati e perfino contro propri collaboratori e amici dotati di troppa autonomia di pensiero;
  • che il Travaglio e il Fabbri avevano posto in essere una serie di espedienti grotteschi al fine di creare il clima propizio alla propalazione di accuse diffamatorie di sconvolgente gravità (la storia dell'omino di bassa statura che aveva fatto incetta delle copie del libro di Travaglio; i reiterati riferimenti al pericolo di ricevere minacce per quanto si andava dicendo; il rumore fuori scena che aveva indotto il Fabbri ad esultare per lo scampato attentato; la citazione del governatore della Pennsylvania suicidatosi in diretta televisiva);
  • che erano state affermate grossolane falsità rese credibili da calcolate e dolose omissioni, posto che: a) erano state gravemente travisate le dichiarazioni rese dal giudice Paolo Borsellino ed alcuni giornalisti francesi poco prima di essere ucciso dalla mafia, documentate in una videocassetta trasmessa dall'emittente Rai-News 24, essendosi fatto credere ai telespettatori, contrariamente al vero, che detto magistrato stesse svolgendo indagini a carico dell'on. Berlusconi; b) che si erano ricordate le indagini attivate a carico dell'on. Berluscono della Procura della Repubblica di Caltanisetta nell'ambito dell'inchiesta volta ad individuare i cosidetti mandanti a volto coperto delle stragi di Capaci e di Via d'Amelio, senza informare il pubblico che detta Procura già aveva richiesto al GIP l'archiviazione; c) che si era fatto credere che il consulente contabile Giuffrida aveva svolto accertamenti sul conto delle società del gruppo Fininvest nell'ambito di una verifica imparziale disposta dalla Banca d'Italia, tacendo al pubblico che detto contabile era in realtà un consulente di parte, nominato dalla Procura della Repubblica di Milano per sostenere in giudizio le proprie accuse; d) che si era riferito che il citato Giuffrida aveva concluso la sua verifica evidenziando l'impossibilità di individuare gli originari finanziatori delle società del gruppo Fininvest, omettendo di informare i telespettatori che lo stesso Giuffrida, nella sua stessa relazione aveva precisato che le conclusioni esposte dovevano intendersi come provvisorie, dovendosi acquisire ulteriori documentazioni; e) che si era insinuato che il Ministro Giulio Tremonti e lo stesso Governo presieduto dall'on. Berlusconi, con la promulgazione della cosiddetta "legge Tremonti", avevano favorito fiscalmente la società Mediaset, omettendo di riferire che la competente Commissione Tributaria Provinciale aveva già accertato l'assoluta regolarità dell'operato di detta società e che lo stesso Governo espresso dai partiti dell'Ulivo, succeduto al primo Governo Berlusconi, aveva confermato la normativa fiscale introdotta dalla legge in questione; f) che infine si erano spacciate per indiscusse verità "i vaniloquenti teoremi di un P.M.".

Tanto premesso, ritiene il giudicante che nell'intervista in questione (nonostante i giudizi totalmente negativi espressi, con indubbio sarcasmo, sulla condotta dell'on. Berlusconi) non possano ravvisarsi gli estremi del delitto di diffamazione.
Al riguardo si dovrà infatti considerare:
  • che l'intervista in questione andrà valutata con due distinti metri di giudizio: il metro previsto per la valutazione delle opinioni critiche (accertamento della verità effettiva o putativa dei fatti riferiti, dell'esistenza di un interesse per il pubblico alla conoscenza delle opinioni espresse e della continenza delle espressioni usate), dovendosi ritenere tali le opinioni espresse, con toni indubbiamente seri, dal Travaglio sull'operato e sulla condotta dell'on. Berlusconi, e il metro meno rigoroso da adottare per la valutazione delle battute sarcastiche e satiriche (che se non debbono necessariamente menzionare fatti veri debbono evitare di esporre alla pubblica riprovazione aspetti della vita altrui strettamente personali ed intimi ovvero operare accostamenti o allusioni pesantemente volgari o ripugnanti), in tal modo dovendosi considerare i commenti e le sottolineature comiche dell'intervistatore Fabbri;
  • che le battute e i commenti del Fabbri, quali si evincono dalla lettura del testo dell'intervista, risultano privi di valenza offensiva nel senso sopra precisato, essendo perfettamente percepibili come notazioni comiche e risultando tutti attinenti alla sfera dell'attività pubblica e imprenditoriale dell'attore;
  • che non può ritenersi che il giornalista Travaglio abbia inteso accusare in modo subdolo l'on. Berlusconi di biechi interessi privati, di illeciti societari e di collusione con la mafia, parendo evidente che detto giornalista intese invece stigmatizzare, sicuramente con toni forti, sarcastici e sdegnati, il comportamento dell'odierno attore laddove questi, candidatosi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, non aveva ritenuto necessario chiarire nelle opportune sedi - giudiziarie, politiche ovvero in pubblici dibattiti - alcune vicende della sua attività imprenditoriale oggetto di indagini penali, quali la provenienza dei finanziamenti che resero possibile la costituzione delle società del gruppo Fininvest da lui controllate ed i rapporti asseritamente trattenuti da lui e da alcuni suoi stretti collaboratori con esponenti di vertice della malavita mafiosa siciliana;
  • che tale opinione critica per Travaglio è risultata ancorata a fatti veri di sicuro interesse per l'opinione pubblica (l'on. Berlusconi era notoriamente candidato alle imminenti elezioni politiche e notoriamente era stato designato dallo schieramento di centro-destra a ricoprire, in caso di vittoria, la carica di Presidente del Consiglio; notorio era il coinvolgimento del predetto in inchieste penali attivate dalla Procura presso il Tribunale di Milano per reati societari e della Procura presso il Tribunale di Caltanisetta che indagava sui mandanti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D'Amelio; notoria era l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa rivolta dalla Procura presso il Tribunale di Palermo a carico di Marcello Dell'Utri, stretto collaboratore dell'attore) ed è stata espressa con modalità di per sé non offensive;
  • che l'assunto attoreo secondo cui il Travaglio avrebbe accreditato i propri giudizi presso l'opinione pubblica esponendo anche fatti falsi e omettendo circostanze che avrebbero tolto valore a talune sue argomentazioni, non è risultato fondato, dovendosi considerare: che mai il Travaglio ebbe ad affermare né a far intendere che il giudice Paolo Borsellino stesse svolgendo indagini a carico dell'on. Berlusconi, essendosi limitato a sostenere che detto magistrato, nella suddetta intervista, aveva dichiarato che la Procura di Palermo stava indagando sui rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e il mafioso Mangano e aveva riferito l'esistenza di una intercettazione di una conversazione telefonica intercorsa tra il Mangano e il Dell'Utri, in cui i due parlavano di cavalli, che risultava sospetta, posto che nel cosiddetto maxiprocesso di Palermo era emerso che quando Mangano parlava al telefono di Cavalli intendeva riferirsi a partite di droga; che l'assunto riferito dal Travaglio circa l'intervista a Borsellino ha trovato riscontro nel testo della stessa intervista prodotto dalla difesa dell'attore (il testo pubblicato dal settimanale L'Espresso da cui si evince che Borsellino, ai giornalisti che gli chiedevano se i cavalli di cui discutevano il Mangano e il Dell'Utri fossero davvero dei cavalli, ebbe a dichiarare "Nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo" e che alla domanda "si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi" ebbe a confermare l'esistenza di indagini volte ad accertare la natura di tali rapporti, avendo dichiarato "Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so che ci sono addirittura ancora indagini in corso in proposito per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti"); che quando fu trasmessa l'intervista oggetto del presente giudizio le indagini attivate dalla Procura di Caltanisetta a carico dell'on. Berlusconi in relazione alle stragi di Capaci e di Via D'Amelio non si potevano ancora ritenere concluse, posto che il decreto di archiviazione, richiesto dal P.M. il 2.3.2001, era stato emesso solo il successivo 3.5.2002 e posto che la stessa Procura nella propria richiesta di archiviazione aveva precisato che il procedimento in questione non esauriva gli sforzi investigativi posti in essere dall'ufficio nel tentativo di individuare i mandanti esterni delle stragi del 1992, essendo emerso un "inquietante intreccio mafia-appalti" e posto che "l'importante informativa in atti della DIA, Il Reparto, del 30.7.1999 che riferisce sull'esistenza di elementi di correlazione fra le imprese societarie indicate nell'elenco predisposto dal ROS dei Carabinieri e le società (in numero di 401) del Gruppo Fininvest, conclude fissando lo sguardo alla Tecnofin Group spa (riconducibile a Salamone-Micciché), alla COGE spa (riconducibile a Paolo Berlusconi), alla Tunnedil spa, alla Cipedil spa (Rappa di Borghetto) , alla RTI spa"; che nella sua intervista il Travaglio ebbe espressamente a precisare che il contabile Giuffrida era un funzionario della Banca D'Italia incaricato dalla Procura di Palermo di redigere una relazione di consulenza; che la difesa dell'attore non ha negato che quanto riferito dal Travaglio circa i risultati delle indagini del Giuffrida rispondesse a verità; che il Travaglio nella sua intervista ebbe a precisare che dette indagini erano ancora in corso, posto che di li a poco la Procura di Palermo avrebbe proceduto all'interrogatorio del Berlusconi; che non risulta che il Travaglio abbia mai insinuato che il Ministro Giulio Tremonti e il primo Governo Berlusconi, con la promulgazione della cosiddetta "legge Tremonti", avessero inteso favorire fiscalmente la società Mediaset, parendo evidente che le dichiarazioni rese sul punto da detto giornalista intesero unicamente sottolineare e denunciare all'opinione pubblica il noto problema del conflitto di interessi che da più parti si assume esistente rispetto all'attività di governo dell'on. Berlusconi in considerazione dei suoi rilevantissimi interessi economici; che infine non risulta che il Travaglio abbia mai spacciato per indiscusse verità le affermazioni fate dal P.M. Pescaroli nella requisitoria resa al processo d'appello per la strage di Capaci (cui la difesa dell'attore ha inteso riferirsi allorquando ha parlato di "vaniloquenti teoremi di un P.M."), avendo egli espressamente precisato che si trattava di una requisitoria contenente "spunti di indagine" e non di sentenza ("naturalmente tutto ciò è una requisitoria, è un documento pubblico, è una cosa che è stata letta in udienza e noi l'abbiamo pubblicata, non è una sentenza, ci mancherebbe altro è semplicemente uno spunto di indagine...");
  • che tutto quanto sopra esposto porta a ritenere scriminate tutte le riferite affermazioni del Travaglio, da ritenersi espressione di una legittima critica politica.

Esclusa, in forza di quanto sopra detto, la lamentata diffamazione ed esclusa altresì l'asserita ingiusta lesione del diritto dell'attore alla propria identità personale, s'imporranno il rigetto di tutte le domande formulate a carico dei convenuti; parimenti dovrà essere respinta la domanda di risarcimento formulata contro il Berlusconi dal Fabbri per lite temeraria, non avendo questi specificato quali pregiudizi abbia subito in conseguenza dell'iniziativa giudiziaria dell'attore; del pari dovrà essere respinta del Fabbri di cancellazione di talune frasi dall'atto di citazione avversario, trattandosi di espressioni funzionali all'esercizio del diritto di difesa.
Attesa la sua soccombenza assolutamente prevalente, l'on. SIlvio Berlusconi dovrà infine essere condannato alla rifusione delle spese processuali in favore dei convenuti e della società chiamata in causa, così come meglio specificato in dispositivo.

PQM
il Tribunale Ordinario di Roma
in composizione monocratica

definitivamente pronunciando ed ogni altra richiesta disattesa, così provvede:
  • respinge le domande di risarcimento dei danni, di pagamento della sanzione prevista dall'art. 12 della legge n. 47/1948 e di pubblicazione della sentenza formulate, con citazione notificata il 26.4.2001, dall'on. Silvio Berlusconi nei confronti di Marco Travaglio, Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi), Carlo Freccero e della Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a.;
  • respinge la domanda di risarcimento dei danni per lite temeraria nonché la domanda di cancellazione di talune frasi dell'atto di citazione formulate dal Fabbri;
  • condanna l'on, Silvio Berlusconi a rifondere in favore di Marco Travaglio, di Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi), della Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a. e della Bellandi Entertainment s.p.a. le spese di giudizio che si liquidano, per ciascuna di dette parti, in complessivi euro 16.855,00 di cui euro 15.000,00 per onorari ed euro 1.705,00 per diritti, oltre a quanto dovuto per le spese generali, per l'Iva e per il contributo alla CPA.

Così deciso in Roma, il 14.1.2005

il Giudice Unico
dott. Massimo Corrias


 
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sabato, 19 novembre 2005



(Apcom) - "L'Ambra Jovinelli ha chiesto di recente a Raitrade di poter utilizzare, con il mio consenso, alcune puntate de Il Raggio Verde e di Sciuscià Edizione Straordinaria per realizzare un cofanetto (libro e Dvd) da pubblicare nella collana Bur Senzafiltro, edita da Rcs. La risposta è stata che i miei materiali sono vincolati. Ma vincolati da chi? E per quale ragione?". Lo scrive Michele Santoro, in una lettera inviata al presidente della Rai Claudio Petruccioli e, per conoscenza, al direttore generale Alfredo Meocci, al presidente della Vigilanza Rai Paolo Gentiloni e ai componenti della Commissione. "Non credo esistano - prosegue il giornalista - valide motivazioni editoriali per questo rifiuto: l'autore infatti è d'accordo e l'editore è pronto a pagare i diritti, ad assumere la responsabilità giuridica del prodotto e a considerare proposte di coproduzione".
"Da alcune fonti - si legge ancora nella missiva - apprendo che è molto difficile avere accesso ai materiali di proprietà Rai, perfino quando le richieste provengono da importanti emittenti straniere.
Ebbene io ritengo che questa politica non sia coerente con le funzioni di servizio pubblico che la nostra azienda deve svolgere. Tutti i prodotti della Rai andrebbero resi disponibili per la diffusione in altri formati editoriali alle condizioni economiche vigenti sul mercato e, ovviamente, con il necessario consenso degli autori". "Mi dispiacerebbe - avverte l'ex parlamentare europeo - scoprire che coloro che si oppongono al mio legittimo ritorno al lavoro siano anche riusciti a mettere fuori legge e fuori mercato le mie opere precedenti.
Tuttavia ritengo che la questione abbia un profilo molto più generale e vada risolta stabilendo comportamenti e criteri non ad personam. Gli stessi di tutte le grandi televisioni del mondo. Perciò chiedo a te, a tutti i Consiglieri d'Amministrazione e al Direttore Generale della Rai, al Presidente e ai Membri della Commissione di Vigilanza - conclude Santoro - di intervenire per consentire la libera circolazione delle idee".
Nell'incipit della lettera inviata a Petruccioli Santoro annuncia anche che avrà un incontro operativo con Alfredo Meocci: "Caro Presidente - scrive - come certamente saprai, lunedì incontrerò il Direttore Generale della Rai per valutare serenamente con lui in che modo io possa ricominciare immediatamente la mia attività di giornalista, autore e conduttore televisivo".
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giovedì, 17 novembre 2005

                                                        Paola Agosti
                                           Ferriere, alta Valle Stura, 1977
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martedì, 15 novembre 2005

Parlando sul fiume di incidenti sul lavoro, è stata sollevata una questione importantissima. Il numero di incidenti, i costi sociali, il silenzio che li circonda.

A livello mondiale, sono due milioni all’anno i morti sui luoghi di lavoro.
Continua a salire il numero delle vittime di incidenti e malattie sui luoghi di lavoro. Gli ultimi dati presentati dall’Oms e dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) in occasione della giornata mondiale sulla sicurezza e la salute occupazionale parlano di 268 milioni di incidenti non mortali ogni anno e di 160 milioni di nuovi casi di malattie legate al lavoro. Le regioni con i più forti tassi di crescita sono la Cina e l'America Latina. Nel paese asiatico il numero di incidenti fatali è cresciuto da 73.500 del 1998 a 90.500 nel 2001, mentre gli incidenti con tre o più giorni di assenza dal lavoro sono aumentati da 56 milioni a 69 milioni. In America Latina l'aumento del numero di persone impiegate nel settore edile (soprattutto in Messico e Brasile) ha innalzato il numero di incidenti fatali da 29.500 a 39.500 nello stesso periodo di tempo.
Uno dei settori più a rischio per gli infortuni è appunto quello delle costruzioni (60.000 incidenti mortali nel mondo sui 355.000 complessivi). Secondo l'ILO, nonostante il settore impieghi nei Paesi industrializzati una percentuale sulla forza lavoro in media variabile tra il 6% e il 10% degli occupati complessivi, la percentuale degli infortuni mortali può raggiungere percentuali del 25-40% sul totale. I giovani hanno inoltre maggiori probabilità di restare vittime di infortuni seri non mortali rispetto ai più anziani.
Le malattie più comuni sul luogo di lavoro sono i tumori causati dall'esposizione a sostanze pericolose, i disturbi muscolo-scheletrici, quelli respiratori, la perdita dell'udito, le malattie circolatorie e le malattie trasmissibili. Nel settore agricolo, che ancora impiega la metà della forza lavoro mondiale, l'uso di pesticidi causa 70 mila morti per avvelenamento l'anno e 7 milioni di casi di malattie acute o croniche.
In Italia i dati provvisori dell’Inail indicano che nel 2004 si sono verificati quasi un milione di infortuni sui luoghi di lavoro, 1400 dei quali mortali. Al momento attuale, i dati sembrano quindi indicare un calo del 1,4% rispetto al 2003. La frequenza più elevata si registra in Umbria (52,59 infortuni ogni 1000 lavoratori), in Friuli Venezia Giulia (47,78) e in Emilia Romagna (47,05). Più bassa invece nel Lazio (22,82), in Campania (23,27), ma anche in Lombardia (30,75), nonostante questa regione sia al primo posto per numero assoluto di infortuni (più di 158 mila).Se si considerano i tassi standardizzati sugli incidenti, l'Italia è leggermente al di sotto della media dell'Unione europea, con 3.387 infortuni l'anno ogni 100.000 lavoratori (3.536 la media Ue a 15), e 2,1 incidenti mortali (2,5 l'Unione Europea).

Una storia italiana
"I tumori professionali, cioè dovuti all'esposizione a sostanze cancerogene presenti nell'ambiente di lavoro, nei paesi industrializzati non sono eventi sporadici ma rappresentano certamente una quota significativa di tutti i casi di malattia".
Questa è l'opinione di Paolo Crosignani dell'unità di epidemiologia dell'istituto dei tumori di Milano.
Il caso esposto, emblematico, è quello di Marlane a Praia.

Una realtà fatta di gente che soffre, che lavora, che muore di lavoro, circa una decina nei primi sei mesi dell’anno fra Praia a Mare e Paola. Gente sotterrata dal terriccio, caduta dalle impalcature,investite dai trattori.
Ben 88 operai sono morti di cui 50 accertati per cause tumorali. Ed ora venti operai hanno preparato un ricorso alla magistratura di Paola perchè vengano accertate finalmente queste morti e si riconosca la causa dolosa di tutti i decessi. In effetti dicono al sindacato dello Slai- Cobas, non ci sarebbe bisogno di nessun ricorso.
La magistratura avrebbe tutti gli elementi per muoversi da sola e investigare su ciò che è successo realmente in quella fabbrica.
Perchè tutte quelle morti continue e per la stessa diagnosi di carattere tumorale?
Cosa si è usato in quella fabbrica, quali coloranti, quali acidi, quali solventi?
Denunce dettagliate fatte dallo slai-cobas che giacciono da anni in cassetti impolverati e che nessuno ha intenzione di aprire, proprio per non trovarsi di fronte ad inadempienze, coperture, dimenticanze, rapporti mai fatti o completamente errati. Una serie infinita di fatti denunciati anche nel parlamento italiano dall’ on.Mara Malavenda e che non hanno mai avuto risposte chiare e definitive.

IL CASO MARLANE DI PRAIA A MARE
Il lanificio MARLANE, nato a metà degli anni 50 all'inizio non disponeva di alcun sistema di depurazione. Bisogna considerare che circa il 50% del prodotto era orientato alle forniture militari comprendendo la lavorazione di ogni genere di fibra: lana, lino, seta(piccole quantità), fibre sintetiche(spesso in prevalenza).
Nella Marlane, i controlli sanitari sono da sempre stati un optional, essendosi limitati al controllo dei riflessi e alla verifica audiometrica.
Anche i controlli ispettivi hanno lasciato il tempo che trovano e oseremmo dire a volte concordati con la direzione aziendale.
Naturalmente questo è oggi comunemente accettato come modo di produrre e non fa gridare allo scandalo il comportamento imprenditoriale che, per sua natura, considera la vita umana, da cui spreme profitto, una semplice voce di bilancio.
A nulla finora sono valse le tante denuncie alla Magistratura, all'Assessorato alla Sanità regionale, con Interrogazioni presentate alla Camera dei Deputati. Il fatto è che la gente ancora continua a morire con le solite patologie e a nulla valgono le manovre di disinformazione attuate dall'azienda, che insinua nella gente la vana considerazione che la gente muore per malattie neoplasiche anche al di fuori della fabbrica.
Passano gli anni e la depurazione attuata non sempre risponde a seri criteri di abbattimento della nocività degli  scarichi aziendali. Nel caso di controlli ispettivi non è raro bypassare i prelievi, ovvero prelevando i campioni a sistema fermo o addirittura dal sistema di condizionamento dell'aria e lo stesso attuale Sindaco, all’ epoca sindacalista in fabbrica, era a conoscenza di tali manovre.
Non si può sottacere ciò che l'azienda pratese ha messo in atto per lo smaltimento dei fanghi di depurazione, spesso distribuiti sul terreno di pertinenza e poi fatti disperdere mediante il rimescolamento dello strato superficiale utilizzando all’occorrenza le pale meccaniche. 
Non trova neppure giustificazione il conferimento dei pericolosi fanghi alla ben nota discarica abusiva di S.Domenica Talao, confermato anche dal fermo di un camion ad opera dei Carabinieri. E sempre a proposito di morti bianche, oggi di grande attualità, è ormai difficile fare la conta di quanti hanno prematuramente detto addio ai propri cari e saranno senz'altro ancora tanti coloro che malauguratamente si troveranno a confrontarsi in avvenire col male che non perdona.
Nel corso del 1996 una sezione è stata smantellata. Nonostante i prodotti ecologici usati, nel reparto finissaggio vengono tuttora utilizzati prodotti chimici per il trattamento dei tessuti quali:antipiling, impermeabilizzanti, acidi e candeggianti vari; in tessitura: collanti e antistatici; in filatura: lubrificanti e oli lubrificanti per il filo, antipolvere, ecc.
Non si può omettere di considerare che il filato per tessitura adoperato nella Marlane è prevalentemente di provenienza Ceca e non sappiamo che tipi di coloranti vengono adoperati nelle fabbriche di provenienza. Basta poi dare uno sguardo ai dati pubblicati quindicinalmente dal Ministero della Sanità per smentire gli scettici, quanto basterebbe a nostro avviso il concreto interessamento delle ASL a fare luce su ciò che la Marlane continua a riversare nel prospiciente mare, nonostante la tanto decantata depurazione.

(notizie tratte dalla Rete)

AGGIORNAMENTO: sull'argomento trovo lucidissima questa analisi lasciata in un commento a proposito della vicenda di Sassari, di cui si parla su Blueriver:
Scrive Ruckert: "
Qua purtroppo il lavoro nero è una consuetudine. I cantieri sono pieni di lavoratori in nero ma anche realtà turistiche come Alghero si reggono sul sommerso. Purtroppo la situazione è quella che è, la volontà politica di affrontarla è sempre stata debole. Si può dire che in Sardegna (in molte zone) c'è un governo politico nazionale in contumacia... del resto non ci restituiscono nemmeno i soldi che ci devono... (cambio argomento perché altrimenti mi incazzo)
Laddove però non c'è il lavoro nero la sicurezza dei lavoratori è vista solo come un adempimento cui non si dà attenzione sufficiente. Le aziende sotto questo aspetto non sono ancora molto evolute. In realtà il rispetto della sicurezza sui luoghi di lavoro è un adempimento ma anche una garanzia per il datore di lavoro di avere un contesto più coeso. Laddove le regole sono chiare, la prevenzione è vera si lavora meglio. La sicurezza è anche un investimento sull'azienda."
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categoria:diritti negati
venerdì, 11 novembre 2005
Come PREVENIRE ADDEBITI INDESIDERATI IN BOLLETTA (dovuti ai dialers)

I DIALERS sono dei files eseguibili (di solito con estensione .EXE ) che disconnettono il modem dal proprio provider ricollegandolo ad un altro provider tramite una connessione telefonica ad elevata tariffazione.
I DIALERS vengono di solito inviati da siti che rientrano in una delle seguenti categorie:
  • siti web che offrono loghi o suonerie
  • siti web che offrono giochi per PC e PlayStation
  • siti web pornografici
  • siti web che offrono sfondi per il computer
  • siti web che offrono viaggi a prezzi scontati
  • siti web che offrono musica MP3 e filmati
Possono talora essere inseriti anche negli allegati eseguibili di e-mail inviate da un fornitore dei predetti servizi.
I DIALERS, che tipicamente funzionano in ambiente Windows, possono colpire TUTTI COLORO CHE NAVIGANO CON UN MODEM ANALOGICO O ISDN (il 75% dei navigatori italiani) in quanto solo in questo caso è possibile dirottare il collegamento verso un altro provider, quindi se si naviga con una connessione permanente (es. ADSL, linea dedicata o FASTWEB) non si corre alcun rischio.
Per prevenire collegamenti indesiderati occorre adottare i seguenti provvedimenti:

Configurare il programma di navigazione (browser), usualmente Internet Explorer in modo tale da evitare lo scaricamento (dowload) automatico e l’esecuzione di programmi. Per fare ciò, con rifermento ad Internet Explorer, occorre:
Cliccare su STRUMENTI => OPZIONI INTERNET => Selezionare la cartella PROTEZIONE =>scegliere LIVELLO PERSONALIZZATO
Nella finestra che appare alla voce ESEGUI CONTROLLI e PLUG-IN ACTIVEX => selezionare CHIEDI CONFERMA (in modo da non precludersi tale possibilità nel caso di siti ritenuti affidabili)
Analogamente per le voci ESEGUI SCRIPT CONTROLLI ACTIVEX CONTRASSEGNATI COME SICURI ed ESEGUI SCRIPT CONTROLLI ACTIVEX NON CONTRASSEGNATI COME SICURI. A tal proposito ricordiamo che la dizione "contrassegnati come sicuri" si riferisce all’autenticità del componente garantito da un ente di certificazione che rilascia una firma elettronica ma che nulla garantisce circa le finalità dello script stesso.
Dopo aver adottato questa precauzione, quando si clicca su uno dei links presenti in un sito e viene chiesto di scaricare un file con estensione .exe per usufruire dei servizi proposti, nel caso il sito appartenga ad una delle predette categorie, ci sono ottime probabilità CHE SI TRATTI DI UN DIALER. Avendo adottato la configurazione precedentemente indicata sarà possibile evitare lo scaricamento o la memorizzazione del file (basta in questo caso, cliccare sull’opzione "annulla" per proteggersi).
E’ molto raro, ma può succedere (è successo) che il sito offra realmente un software o un libro elettronico gratuito (con estensione .exe). Tuttavia se il sito offre uno dei servizi sopra indicati ma NON INDICA NESSUNA RAGIONE SOCIALE, NUMERO DI TELEFONO O ALTRE INFORMAZIONI UTILI per riconoscere e contattare il titolare, allora si è in un sito-dialer al 100% (il fatto che non mettano la propria ragione sociale e il numero di telefono significa proprio che hanno qualcosa da nascondere: non scaricare nulla ed uscire subito da quel sito).

Tuttavia questi provvedimenti possono non essere sufficienti a risolvere radicalmente il problema per cui, per maggior sicurezza, occorre adottare anche le regole di protezione appresso specificate.

REGOLE DI PROTEZIONE

Se il computer possiede un MODEM ANALOGICO O ISDN allora fare molta attenzione a queste regole. Se invece si ha solo un MODEM ADSL o una connessione permanente a internet (CDN o FASTWEB) non si è a rischio ma è  comunque opportuno seguire in via cautelativa le seguenti regole.
Anche se ci si ritiene un vero esperto di internet, tenere presente che il computer potrebbe essere usato da qualcun altro (figli o amici o colleghi) che potrebbe mettere a rischio la connessione.

REGOLA 1
– Chiedere la chiave di disabilitazione alle chiamate ai numeri ad elevata tariffazione  al servizio clienti del proprio operatore (187 per la Telecom)
Chiamare il servizio clienti e chiedere subito di disattivare sulla propria linea tutte le chiamate fatte ai numeri con prefisso  899, 709 e 166 e a tutti gli altri prefissi a tariffazione speciale. Se l’operatore dovesse negare questa richiesta  insistere e spiegargli che è un diritto. Per i prefissi  899 e 166 è la disattivazione  gratuita, per 709 e altri è ancora a pagamento.
Infatti se si vuole essere sicuri che nessuno possa usare il telefono per effettuare delle telefonate verso i prefissi internazionali, i prefissi diversi dal proprio, i cellulari e le numerazioni: 12, 412, 144 (il 144 è normalmente disabilitato), 166 e 899 (a richiesta e gratuitamente, tali codici sono disabilitabili in modo perma